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Full text of "La avventure di Pinocchio, storia di un burattino;"

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in 2010 with funding from 

University of Toronto 



littp://www.arcliive.org/details/laavventuredipinOOcoll 



LE 

AVVENTURE DI PINOCCHIO 



1s 



65'^ migliaio 



r 



2^1 r; 



e. eoLLODi 



Le 



Pinocch 




Anciittirc 



di 



*^!^- 



storia di un burattino 

illustrata 

da 

CARLO CHIOSTRI 



Incisioni di A. Bongini 



NnoYa edizione 




FIRENZE 

R. Bemporad & Figlio ■ Editori. 



PROPKIETA LETTERARIA 
DEGLI EDITORI R. BEMPORAD à FIGLIO 



12 - 1902. — Tip. di V. Sieni, Corso de' Tintori, Firenze. 



^k^-''^^ii 
















I. 

Como andò che Maestro Ciliegia, Megnamc 
trovò un pezzo di legno che piangeva e rideva come un bambino. 

— C'era una volta.... 

— Un re! -diranno subito i miei piccoli lettori. 

— Ko, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta 
un pezzo di legno. 

Kon era un legno di lusso, ma un semplice 
pezzo da catasta, di quelli che d' inverno si met- 
tono nelle stufe e nei caminetti per accendere 
il fuoco e per riscaldare le stanze. 



— T) — 

Non so come andasse, ma il fatto gli è che un 
bel giorno' questo pezzo di legno capitò nella bot- 
tega di un vecchio falegname, il quale aveva 
nome mastr' Antonio, se non che tutti lo chia- 
mavano maestro Ciliegia, per via della punta del 







sentì nna vocina sottile sottile. 



SUO naso, che era sempre lustra e paonazza, come 
una ciliegia matura. 

Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo 
di legno, si rallegrò tutto; e dandosi una fregatina 
di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce: 

— Questo legno è capitato a tempo; voglio 
servirmene per fare una gamba di tavolino. — 



— 7 — • 

Detto fatto, prese subito l'ascia arrotata per 
cominciare a levargli la scorza e a digrossarlo; 
ma quando fu lì per lasciare andare la prima 
asciata, rimase col braccio sospeso in aria, per- 
chè sentì una vocina sottile sottile, che disse 
raccomandandosi: 

— Non mi picchiar tanto forte! — 
Figuratevi come rimase quel buon vecchio di 

maestro Ciliegia! 

Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per 
vedere di dove mai poteva essere uscita quella vo- 
cina, e non vide nessuno ! Guardò sotto il banco, 
e nessuno : guardò dentro un armadio che stava 
sempre chiuso, e nessuno; guardò nel corbèllo 
dei trucioli e della segatura, e nessuno; aprì l'uscio 
di bottega per dare un'occhiata anche sulla strada, 
e nessuno. O dunque?... 

— Ho capito; — disse allora ridendo e gTat- 
tandosi la parrucca — si vede che quella vocina 
me la son figurata io. Eimettiamoci a lavo- 
rare. — 

E ripresa l' ascia in mano, tirò giù un solennis- 
simo colpo sul pezzo di legno. 

— Ohi! tu m'hai fatto male! — gridò ramma- 
ricandosi la solita vocina. 

Questa volta maestro Ciliegia restò di stucco, 
cogli occhi fuori del capo per la paura, colla bocca 



— 8 — 

spalancati e colla lingna giù ciondoloni fino al 
mento, come nn mascherone da fontana. 

Appena riebbe l'uso della parola, cominciò a 
dire tremando e balbettando dallo spavento: 

— Ma di dove sarà uscita questa vocina che 
ha detto ohi ?... Eppure qui non e' è anima viva. 
Ohe sia per caso questo pezzo di legno che abbia 
imparato a piangere e a lamentarsi come un bam- 
bino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo 
qui; è un pezzo di legno da caminetto, come tutti 
gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c'è da far bollire 
una pentola di fagioli.... O dunque? Ohe ci sia na- 
scosto dentro qualcuno! Se c'è nascosto qualcuno, 
tanto peggio per lui. Ora l'accomodo io! — 

E così dicendo, agguantò con tutt' e due le 
mani quel povero pezzo di legno, e si pose a 
sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della 
stanza. 

Poi si messe in ascolto, per sentire se c'era 
qualche vocina che si lamentasse. Aspettò due 
minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci mi- 
nuti, e nulla! 

— - Ho capito — disse allora sforzandosi di ri- 
dere e arruffandosi la parrucca — si vede che quella 
vocina che ha detto olii, me la son figurata io! 
Eimettiamoci a lavorare. — 

E perchè gli era entrato addosso una gran 



— 9 — 

paura, si provò a canterellare per farsi un po' di 
coraggio. 

Intanto, i^osata da una parte l'ascia, prese in 
mano la pialla, per piallare e tirare a pulimento 
il pezzo di legno ; ma nel mentre che lo piallava 
in su e in giù, sentì la solita vocina che gli disse 
ridendo : 

— Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo! — 

Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde 
giù come fulminato. Quando riaprì gli occhi, si 
trovò seduto per terra. 

Il suo viso pareva trasfigurito, e perfino la punta 
del naso, di paonazza come era quasi sempre, gli 
era diventata turchina dalla gran x>ai^i'?^' 



pyyyyy^y^'^w g gfy; 



ti;;::;i;r 



IL 

Maestro Cilirgìa regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto, 
il quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso, 
che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali. 

In quel punto fu bussato alla porta. 
— Passate pure, — disse il falegname, senza 
aver la forza di rizzarsi in piedi. 




CViQstvi 



TJn vecchietto tutto arzillo, il quale aveva nome Geppetto. 

Allora entrò in bottega un vecchietto tutto ar- 
zillo, il quale aveva nome Geppetto ; ma i ragazzi 
del vicinato, quando lo volevano far montare su 



— 11 — 

tutte le furie, lo cliiamavano col soprannome di 
Polendina, a motivo della sua parrucca gialla, 
che somigliava moltissimo alla polendina di gran- 
turco. 

Geppetto era bizzosissimo. Guai a chiamarlo 
Polendina ! Diventava subito una bestia, e non 
c'era più verso di tenerlo. 

— Buon giorno, mastr' Antonio, — disse Gep- 
petto. — Ohe cosa fate costì per terra? 

— Insegno l'abbaco alle formicole. 

— Buon prò vi faccia. 

— Chi vi ha portato da me, compar Gep- 
petto ? 

— Le gambe. Sappiate, mastr' Antonio, che son 
venuto da voi, per chiedervi un favore. 

— Eccomi qui, pronto a servirvi, — replicò il 
falegname rizzandosi su i ginocchi. 

— Stamani m' è piovuta nel cervello un'idea. 

— Sentiamola. 

— Ho pensato di fabbricarmi da me un bel bu- 
rattino di legno : ma un burattino maraviglioso, 
che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti 
mortali. Con questo burattino voglio girare il 
mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bic- 
chier di vino: che ve ne pare! 

— Bravo Polendina ! — gTidò la solita vocina, 
che non si capiva di dove uscisse. 



— 12 — 

A sentirsi cliiainar Polendina, compar Geppetto 
diventò rosso come un peperone dalla bizza, e vol- 
tandosi verso il falegname, gli disse imbestialito : 

— Percliè mi offendete? 

— Chi vi offende? 

— Mi avete detto Polendina! 

— Non sono stato io. 

— Sta' un po' a vedere che sarò shito io! Io 
dico che siete stato voi. 

— No! 

— Sì! 

— No! 

— Sì! — 

E riscaldandosi sempre piii, vennero dalle pa- 
role ai fatti, e acciuffatisi fra di loro, si graffia- 
rono, si morsero e si sbertucciarono. 

Finito il combattimento, mastr' Antonio si trovò 
fra le mani la parrucca gialla di Geppetto, e Gep- 
petto si accòrse di avere in bocca la parrucca 
brizzolata del falegname. 

— Bendimi la mia parrucca! — gridò ma- 
str'Antonio. 

— E tu rendimi la mia, e rifacciamo la pace. — 
I due vecchietti, dopo aver ripreso ognuno di 

loro la propria parrucca, si strinsero la mano e giu- 
rarono di rimanere buoni amici per tutta la vita. 

— Dunque, compar Geppetto, — disse il fale- 



— 13 — 

gname in segno di pace fatta — qua! è il piacer^ 
che volete da me? 

— Vorrei un po' di legno per fabbricare il mio 
burattino; me lo date! — 

Mastr' Antonio, tutto contento, andò subito a 
prendere sul banco quel pezzo del legno che era 
stato cagione a lui di tante paure. Ma quando 
fu lì per consegnarlo all'amico, il pezzo di legno 
dette uno scossone, e sgusciandogli violente- 
mente dalle mani, andò a battere con forza negli 
stinchi impresciuttiti del povero Geppetto. 

— Ah! gli è con questo bel garbo, mastr' An- 
tonio, che voi regalate la vostra roba? M'avete 
quasi azzoppito !... 

— Vi giuro che non sono stato io! 

— Allora sarò stato io!... 

— La colpa è tutta di questo legno.... 

— Lo so che è del legno: ma siete voi che 
me l'avete tirato nelle gambe! 

— Io non ve 1' ho tirato ! 

— Bugiardo! 

— Geppetto, non mi offendete : se no vi chiamo 
Polendina!... 

— Asino ! 

— Polendina! 

— Somaro ! 

— Polendina 



— 14 — 

w — Brutto scimmiotto! 

— Polendina ! — 

A sentirsi chiamar Polendina per la terza volta, 
Geppetto perse il lume degli occhi, si avventò sul 
falegname e lì se ne dettero un sacco e una sporta. 

A battaglia finita, mastr' Antonio si trovò due 
graffi di più sul naso, e quell'altro due bottoni 
di meno al giubbetto. Pareggiati in questo modo 
i loro conti, si strinsero la mano e giurarono di 
rimanere buoni amici per tutta la vita. 

Intanto Geppetto prese con sé il suo bravo 
pezzo di legno, e ringraziato mastr' Antonio, se 
ne tornò zoppicando a casa. 







IH. 

Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il bu- 
rattino e gli mette il nome di Pinocchio. Prime monellerie 
del burattino. 

La casa di Geppetto era una stanzina terrena, 
che pigliava luce da un sottoscala. La mobilia 
non poteva esser più semplice: una seggiola cat- 
tiva, un letto poco buono e un tavolino tutto 
rovinato. Nella parete di fondo si vedeva un 
caminetto col fuoco acceso ; ma il fuoco era 
dipinto, e accanto al fuoco e' era dipinta un pen- 
tola che bolliva allegramente e mandava fuori 
una nuvola di fumo, che pareva fumo davvero. 

Appena entrato in casa, Geppetto prese subito 
gli arnesi e si pose a intagliare e a fabbricare 
il suo burattino. 

— Che nome gli metterò ? — disse fra sé e 
sé. — Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome 
gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia 
intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia 
la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la pas- 
savano bene. Il più ricco di loro chiedeva l' ele- 
mosina?^ 



— 16 



Quando ebbe trovato il nome al suo burattino, 
allora cominciò a lavorare a buono, e gli fece 
subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi. 

Fatti gli occhi, figuratevi la sua maraviglia 




Più lo ritagliava e lo scorciva, e più quel naso 
impertinente diventava Inngo. 

quando si accòrse che gli occhi si movevano e 
che lo guardavano fìsso fìsso. 

Geppetto vedendosi guardare da quei due oc- 
chi di legno, se n'ebbe quasi per male, e disse 
con accento risentito: 

— Occhiacci di legno, perchè mi guardate ? — 

Nessuno rispose. 

Allora, dopo gli occhi gli fece il naso; ma il 
naso, appena fatto, cominciò a crescere: e ere- 



— 17 — 

sci, cresci, cresci, diventò in pochi minuti un na- 
sone elle non finiva mai. 

Il povero Geppetto si affaticava a ritagliarlo ; 
ma più lo ritagliava e lo scorciva, e più quel 
naso impertinente diventava lungo. 

Dopo il naso gli fece la bocca. 

La bocca non era ancora finita di fare, che co- 
minciò subito a ridere e a canzonarlo. 

— Smetti di ridere ! — disse Geppetto imper- 
malito; ma fu come dire al muro. 

— Smetti di ridere, ti ripeto ! — urlò con voce 
minacciosa. 

Allora la bocca smesse di ridere, ma cacciò 
fuori tutta la lingua. 

Gejjpetto, per non guastare i fatti suoi, finse 
di non avvedersene, e continuò a lavorare. Dopo 
la bocca gli fece il mento, poi il collo, poi le 
spalle, lo stomaco, le braccia e le mani. 

Appena finite le mani, Geppetto sentì portarsi 
via la parrucca dal capo. Si voltò in su, e che 
cosa vide? Vide la sua parrucca gialla in mano 
del burattino. 

— Pinocchio !... rendimi subito la mia par- 
rucca ! — 

E Pinocchio, invece di rendergli la parrucca, 
se la messe in cai30 per sé, rimanendovi sotto 
mezzo affogato. 



-- 18 — 

A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto 
si fece tristo e melanconico, come non era stato 
mai in vita sua: e voltandosi verso Pinocchio, 
gli disse: 

— Birba d' un figliuolo ! Non sei ancora finito 




-.•:^^ ^ . ^ 



E Pinocciiio, invece di rendergli la parrucca, se la messe 
in capo per sé.... 

di fare, e già cominci a mancar di rispetto a tuo 
padre! Male, ragazzo mio, male! — 

E si rasciugò una lacrima. 

Eestavano sempre da fare le gambe e i piedi. 

Quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi, 
sentì arrivarsi un talcio sulla punta del naso. 



— 19 — 

— Me lo merito — disse allora fra sé. — Do- 
vevo pensarci prima ! Ormai è tardi ! — 

Poi prese il burattino sotto le braccia e lo posò 
in terra, sul pavimento della stanza, per farlo 
camminare. 

Pinocchio aveva le gambe aggrancliite e non 
sapeva muoversi, e Geppetto lo conduceva per 




— Piglialo! piglialo! — urlava Geppetto. 

la mano per insegnargli a mettere un passo die- 
tro l'altro. 

Quando le gambe gli si furono sgranchite. Pi- 
nocchio cominciò a camminare da sé e a correre 
per la stanza; finché, infilata la porta di casa, 
saltò nella strada e si détte a scappare. 

E il povero Geppetto a corrergli dietro senza 
poterlo raggiungere, perché quel bii'ichino di Pi- 



— 20 — 

nocchio andava a salti come nna lepre, e bat- 
tendo i suoi piedi di legno sul lastrico della 
strada, faceva un fracasso come venti paia di 
zoccoli da contadini. 

— Piglialo ! piglialo ! — urlava Geppetto ; ma 
la gente che era per la via, vedendo questo bu- 
rattino di legno, che correva come un barbero, 
si fermava incantata a guardarlo, e rideva, ri- 
deva e rideva, da non poterselo figurare. 

Alla fine, e per bidona fortuna, capitò un ca- 
rabiniere il quale, sentendo tutto quello schia- 
mazzo, e credendo si trattasse di un puledro che 
avesse levata la mano al padrone, si piantò co- 
raggiosamente a gambe larghe in mezzo alla 
strada, con F animo risoluto di fermarlo e di im- 
pedire il caso di maggiori disgrazie. 

Ma Pinocchio, quando si avvide da lontano 
del carabiniere, che barricava tutta la strada., 
s'ingegnò di passargli, per sorpresa, framezzo 
alle gambe, e invece fece fiasco. 

Il carabiniere, senza punto smuoversi lo ac- 
ciuffò pulitamente per il naso (era un nasone 
spropositato, che pareva fatto apposta per essere 
acchiappato dai carabinieri) e lo riconsegnò nelle 
proprie mani di Geppetto; il quale, a titolo di 
correzione, voleva dargli subito una buona tira- 
tina d'orecchi. Ma figuratevi come rimase, quan- 



— 21 — 



do nel cercargli gli orecchi non gli riuscì di po- 
terli trovare: e sapete perchè? perchè, nella furia 
di scolpirlo, si era dimenticato di farglieli. 







^wevxc 



Lo acciuffò pulitamente per il naso.... 

Allora lo prese per la collottola, e, mentre lo 
riconduceva indietro, gli disse tentennando mi- 
nacciosamente il capo: 

— Andiamo subito a casa. Quando saremo a 
casa, non dubitare che faremo i nostri conti! — • 



— 22 — 

Pinocchio, a questa antilona, si buttò per terra, 
e non volle più camminare. Intanto i curiosi e 
i bighelloni principiavano a fermarsi lì dintorno 
e a far capannello. 

Ohi ne diceva una, chi un'altra. 

— Povero burattino ! — dicevano alcuni — ha 
ragione a non voler tornare a casa! Ohi lo sa come 

10 picchierebbe quelP omaccio di Geppetto !... — 
E gli altri soggiungevano malignamente: 

— Quel Geppetto pare un galantuomo ! ma è 
un vero tiranno, coi ragazzi! Se gli lasciano quel 
povero burattino fra le mani, è capacissimo di 
farlo a pezzi ! — 

Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il 
carabiniere rimesse in libertà Pinocchio, e con- 
dusse in prigione quel pover'uomo di Geppetto. 

11 quale non avendo parole lì per lì per difen- 
dersi, piangeva come un vitellino, e neir avviarsi 
verso il carcere, balbettava singhiozzando: 

— Sciagurato figliuolo ! E i)ensare che ho pe- 
nato tanto a farlo un burattino per bene! Ma 
mi sta il dovere ! Dovevo pensarci prima !... — 

Quello che accadde dopo, è una storia così 
strana, da non potersi quasi credere, e ve la 
racconterò in quest'altri capitoli. 



IV. 

La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come 
i ragazzi cattivi lianno a iioja di sentirsi correggere da chi 
ne sa più di loro. 

Vi dirò dunque, ragazzi, che mentre il povero 
Geppetto era condotto senza sua colica in pri- 
gione, quel monello di Pinocchio, rimasto libero 
dalle grinfie del carabiniere, se la dava a gambe 
giù attraverso ai campi, i)er far più presto a tor- 
narsene a casa; e nella gran furia del correre 
saltava greppi altissimi, siepi di pruni e fossi 
pieni d' acqua, tale e quale come avrebbe potuto 
fare lui capretto o un leprottino inseguito dai 
cacciatori. 

Giunto dinanzi a casa, trovò l'uscio di strada 
socchiuso. Lo spinse, entrò dentro, e appena ebbe 
messo tanto di i)aletto, si gettò a sedere per 
terra, lasciando andare un gran sospirone di con- 
tentezza. 

Ma quella contentezza durò poco, perchè sentì 
nella stanza qualcuno che fece: 

— Cri-cri-cri ! 



— 24 — 

— Olii è che mi chiama? — disse Pinocchio 
tutto impaurito. 

— Sono io ! ^- 

Pinocchio si voltò, e 'vide un grosso grillo che 
saliva lentamente su su per il muro. 

— Dimmi, Grillo, e tu chi sei I 

— Io sono il Grillo-parlante, e abito in que- 
sta stanza da più di cent'anni. 

— Oggi però questa stanza è mia, — disse 
il burattino ^ e se vuoi farmi uh vero pia- 
cere, vattene subito, senza nemmeno voltarsi in- 
dietro. 

— Io non me ne anderò di qui, — rispose il 
Grillo — se prima non ti avrò detto una gran 
verità. 

— Dimmela, e spicciati. 

— Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro 
genitori, e che abbandonano capricciosamente 
la casa paterna. Xon avranno mai bene in que- 
sto mondo; e prima o poi dovranno pentirsene 
amaramente. 

— Canta pure. Grillo mio, come ti pare e piace: 
ma io so che domani, all' alba, voglio andarmene 
di qui, perchè se rimango qui, avverrà a me 
quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale 
a dire mi manderanno a scuola, e per amore o 
per forza mi toccherà a studiare; e io, a dirtela 



— 25 — 

iu confidenza, di studiare non ho punta voglia 
e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e 
a salire su per gli alberi a prendere gii uccel- 
lini di nido. 

— Povero grullerello!- Ma non sai che, fa- 
cendo così, diventerai da grande un bellissimo 
somaro, e che tutti si piglieranno gioco di te 1 

— Chetati, grillaecio del mal' augurio ! — gridò 
Pinocchio. 

Ma il grillo, che era paziente e filosofo, invece 
di aversi a male di questa impertinenza, con- 
tinuò con lo stesso tono di voce: 

— E se non ti garba di andare a scuola, per- 
chè non impari almeno un mestiere tanto da 
guadagnarti onestamente un pezzo di panel 

— Vuoi che te lo dica ! — rei)licò Pinocchio, 
che cominciava a perdere la pazienza. — Fra i 
mestieri del mondo non ce n' è che uno solo, che 
veramente mi vada a genio. 

— r E questo mestiere sarebbe 1 

— Quello di mangiare, bere, dormire, diver- 
tirmi, e fare dalla mattina alla sera la vita del 
vagabondo. 

— Per tua regola — disse il Grillo-parlante 
con la sua solita calma — tutti quelli che fanno 
codesto mestiere, finiscono quasi sempre allo 
spedale o in prigione. 



— 2G — 



— Bada, grillaccio del mal' augurio !... se mi 
monta la bizza, guai a te!... 

— Povero Pinocchio: mi fai proimo compas- 
sione!... 1 

— Perchè ti faccio compas- 
sione 1 

— Perchè sei un burattino e, 
quel che è peggio, perchè hai la 
testa Ui legno. — 

A queste ultime parole, Pi- 
nocchio saltò su tutt' infuriato, 
e preso di sul banco un 
martello di legno, lo sca- 
gliò contro il Grillo-par- 
lante. 

Forse non credeva 
nemmeno di colpirlo ; 
ma disgraziatamente lo 
colse per l'appunto nel 
capo, tanto che il po- 
vero Grillo ebbe appena 
il fiato di fare crì-crì-crì^ e poi rimase lì stecchito 
e appiccicato alla x^^i'ete. 




CIP 



Preso di sul banco un raartello di le- 
gno, lo scagliò contro il Gì ilio parlante. 



V. 

Piuoccliio lia fame e cerca un uovo per farsi mia frittata; 
ma sul più bello, la frittata gli vola via dalla finestra. 

Intanto cominciò a farsi notte, e Pinocchio, 
ricordandosi che non aveva mangiato nulla, sentì 
un' uggiolina allo stomaco, che somigliava mol- 
tissimo all'appetito. 

Ma l'appetito dei ragazzi cammina presto, e 
difatti, dopo pochi minuti l'appetito diventò 
fame, e la fame, dal vedere al non vedere si 
convertì in una fame da lupi, in una fame da 
tagliarsi col coltello. 

Il povero Pinocchio corse subito al focolare 
dove c'era una pentola che bolliva, e fece l'atto 
di scoperchiarla, per vedere che cosa ci fosse 
dentro: ma la pentola era dipinta sul muro. 
Immaginatevi come restò. Il suo naso, che era 
già lungo, gli diventò più lungo almeno quat- 
tro dita. 

Allora si détte a correre per la stanza e a fru- 
gare per tutte le cassette e per tutti i ripostigli 



— 28 — 

ili cerca di un po' di pane, magari un po' di ijan 
secco, un crosterello, nn osso avanzato al cane, 
un po' di polenta muffita, una lisca di pesce, un 
nocciolo di ciliegia, insomma qualche cosa da 
masticare: ma non trovò nulla, [il gran nulla, 
proprio nulla. 

E intanto la fame cresceva, e cresceva sem- 
pre: e il povero Pinocchio non aveva altro sol- 
lievo che quello di sbadigliare e faceva degli 
sbadigli così lunghi, che qualche volta la bocca 
gli arrivava fino agli orecchi. E dopo avere sba- 
digliato, sputava, e sentiva che lo stomaco gli 
andava via. 

Allora piangendo e disperandosi, diceva: 

— Il Grillo-parlante aveva ragione. Ho fatto 
male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire di 
casa.... Se il mio babbo fosse qui ora non mi 
troverei a morire di sbadigli ! Oh ! che brutta 
malattia che è la fame ! — 

Quand' ecco che gli parve di vedere nel monte 
della spazzatura qualche cosa di tondo e di 
bianco, che somigliava tutto ad un uovo di gal- 
lina. Spiccare un salto e gettarvisi sopra, fu un 
punto solo. Era un uovo davvero. 

La gioia del burattino è impossibile descri- 
verla: bisogna sapersela figurare. Credendo quasi 
che fosse un sogno, si rigirava quest'uovo fra 



— 29 — 

le mani, e lo toccava e lo baciaA^a e baciandolo 
diceva : 

— E ora come dovrò cuocerlo? ^e farò una 
frittata!... ]S"o, è meglio cuocerlo nel piatto!... 
o non sarebbe più saporito se lo friggessi in pa- 
della! O se invece lo cuocessi a uso uovo a bere! 
^o, la più lesta di tutte è di cuocerlo nel piatto 
o nel tegamino: ho troi^pa voglia di mangiar- 
melo ! — 

Detto fatto, pose un tegamino sopra un cal- 
dano pieno di brace accesa : messe nel tegamino, 
invece d'olio o di burro, un po' d'acqua: e quando 
l'acqua i)rincii)iò a fumare, tac !... spezzò il gu- 
scio dell'uovo, e fece l'atto di scodellarvelo 
dentro. 

Ma invece della chiara e del torlo scappò fuori 
un pulcino tutto allegro e complimentoso, il 
quale facendo una bella riverenza disse: 

— Mille grazie, signor Pinocchio, d' avermi 
risparmiata la fatica di rompere il guscio! Ar- 
ri vedell a, stia bene e tanti saluti a casa ! — 

Ciò detto, distese le ali, e, infilata la finestra 
che era aperta, se ne volò via a perdita d' occhio. 

Il povero burattino rimase lì, come incantato, 
cogli occhi fìssi, colla bocca aperta e coi gusci 
dell' uovo in mano. Iliavutosi, peraltro, dal primo 
sbigottimento, cominciò a piangere, a strillare, 



— 30 — 

a battere i piedi in terra per la disperazione, e 
piangendo diceva: 

— Eppure il Grillo-parlante aveva ragione ! 
Se non fossi scappato di casa e se il mio babbo 
fosse qui, ora non mi troverei a morire di fame. 
Eh ! che brutta malattia che è la fame !... — 

E perchè il corpo gli seguitava a brontolare 
più che mai, e non sapeva come fare a chetarlo, 
pensò di uscir di casa e di dare una scappata al 
paesello vicino, nella speranza di trovare qual- 
che persona caritatevole, che gU lacesse V elemo- 
sina di un po' di pane. 



VI. 

Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, 
e la mattina dopo si sveglia coi piedi tutti bruciati. 

Per r appunto era una nottataccia d' inferno. 
Tonava forte forte, lampeggiava come se il cielo 
pigliasse fuoco, e un ventaccio freddo e strapaz- 
zone, fischiando rabbiosamente e sollevando un 
immenso nuvolo di polvere, faceva stridere e ci- 
golare tutti gli alberi della campagna. 

Pinocchio aveva una gran paura dei tuoni e 
dei lamj)i : se non che la fame era più forte della 
paura: motivo per cui accostò P uscio di casa, e 
presa la carriera, in un centinaio di salti arrivò 
fino al paese, colla lingua fuori e col fiato grosso, 
come un can da caccia. 

Ma trovò tutto buio e tutto deserto. Le bot- 
teghe erano chiuse; le porte di casa chiuse, le 
finestre chiuse, e nella strada nemmeno un cane. 
Pareva il paese dei morti. 

Allora Pinocchio, i)reso dalla disperazione e 
dalla fame, si attaccò al campanello d'una casa, e 
cominciò a sonare a distesa, dicendo dentro di sé : 

— Qualcuno si affaccerà. — 



32 — 



Difatti si affacciò un veccliio, col berretto da 
uotte in capo, il quale gridò tutto stizzito: 
— Ohe cosa volete a quest'ora! 







Hi "il <x mi V» /■ , 




Tornò a casa bagnato come un pulcino.... 



— Ohe mi fareste il piacere di darrai un po' di 
pane? 

— Aspettatemi costì che torno subito, — rispose 
il vecchino, credendo di aver da fare con qualcuno 
di quei ragazzacci rompicolli che si divertono di 
notte a sonare i cani inanelli delle case, per mo- 



I 



— 33 — 

lestare la gente per bene, che se la dorme, tran- 
quillamente. 

Dopo mezzo minuto la finestra si riaprì, e la 
voce del solito vecchino gridò a Finocchio : 

— Fatti sotto e para il cappello. — 
Pinocchio che non aveva ancora un cappello, 

si avvicinò e sentì pioversi addosso un'enorme 
catinellata d'acqua che lo annaffiò tutto, dalla 
testa ai piedi, come se fosse un vaso di giranio 
appassito. 

Tornò a casa bagnato come un pulcino e ri- 
finito dalla stanchezza e dalla fame: e perchè 
non aveva più forza di reggersi ritto, si pose a 
sedere, appoggiando i piedi fradici e impillac- 
cherati sopra un caldano pieno di brace accesa. 

E lì si addormentò; e nel dormire i piedi che 
erano di legno gli presero fuoco, e adagio adagio 
gli si carbonizzarono e diventarono cenere. 

E Pinocchio seguitava a dormire e a russare, 
come se i suoi piedi fossero quelli d'un altro. 
Finalmente sul far del giorno si svegliò, perchè 
qualcuno aveva bussato alla porta. 

— Chi è? — domandò sbadigliando e stropic- 
ciandosi gli occhi. 

— Sono io ! — rispose una voce. 
Quella voce era la voce di Geppetto, 



VII. 

Geppetto torna a casa, e dà al burattino la colazione 
che il pover' uomo aveva portata per so. 

Il povero Pinoccliio, che aveva sempre gii oc- 
chi fra il sonno, non s'era ancora avvisto dei 
piedi che gli si erano tutti brnciati: per cui ap- 
pena sentì la voce di suo padre, schizzò giù dallo 
sgabello per correre a tirare il paletto; ma in- 
vece, dopo due o tre traballoni, cadde di picchio 
tutto lungo disteso sul pavimento. 

E nel battere in terra fece lo stesso rumore, 
che avrebbe fatto un sacco di mestoli, cascato 
da un quinto piano. 

— Aprimi ! — intanto gridava Geppetto dalla 
strada. 

— Babbo mio, non posso.... — rispondeva il bu- 
rattino piangendo e ruzzolandosi per terra. 

— Perchè non puoi ? 

— Perchè mi hanno mangiato i piedi, 

— E chi te li ha mangiati ì 

—'Il gatto — disse Pinoccliio, vedendo il gatto 
che colle zampine davanti si divertiva a far bal- 
lare alcuni trucioli di legno. 



— Aprimi, ti dico ! — ripetè Geppetto — se no, 
quando vengo in casa, il gatto te Io do io ! 

— Non posso star ritto, credetelo. Oh ! povero 




Entrò in casa dalla finestra. 



me! povero me, che mi toccherà a camminare 
coi ginocchi per tutta la vita. — 

Geppetto, credendo che tutti questi piagnistei 
fossero un' altra monelleria del burattino, pensò 
bene di farla finita; e arrampicatosi su ijcr il 
muro, entrò in casa dalla finestra. 



— 3G ~— 

Da principio voleva dire e voleva fare; ma poi, 
quando vide il suo Pinocchio sdraiato in terra e 
rimasto senza piedi davvero, allora sentì intene- 
rirsi; e presolo subito in collo si dette a baciarlo 
e a fargli mille carezze e mille moine, e, coi luc- 
ciconi che gli cascavano giù per le gote, gli disse 
singhiozzando : 

— Pinocchiuccio mio ! Gom' è che ti sei bru- 
ciato i piedi? 

— Non lo so, babbo, ma credetelo che è stata 
una nottata d' inferno, e me ne ricorderò fin che 
campo. Tonava, balenava e io avevo una gran 
fame, e allora il Grillo-parlante mi disse : « Ti 
sta bene: sei stato cattivo e te lo meriti» e io 
gli dissi: « Bada, Grillo!... » e lui mi disse: « Tu 
sei un burattino e hai la testa di legno » e io 
gli tirai un manico di martello, e lui morì, ma 
la colpa fu sua, perchè io non volevo ammaz- 
zarlo, prova ne sia, che messi un tegamino sulla 
brace accesa del caldano, ma il pulcino scappò 
fuori e disse: « Arrivedella,... e tanti saluti a ca- 
sa. » E la fame cresceva sempre, motivo per cui 
quel vecchi no col berretto da notte, affacciandosi 
alla finestra mi disse : « Fatti sotto e para il cap- 
pello » e io con quella catinellatà d' acqua sul 
capo, perchè il chiedere im po' di pane non è 
vergogna, non è vero? me ne tornai subito a 



— 37 — 

casa, e perchè avevo sempre una gran fame, 
messi i piedi sul caldano per ras^igarmi, e voi 
siete tornato, e me li sono trovati bruciati, e in- 
tanto la fame l'ho sempre e i piedi non li ho 
più! ih!... ih!... ih!... ih!... — 

E il povero Pinocchio cominciò a piangere e 
a berciare così forte, che lo sentivano da cinque 
chilometri lontano. 

Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato 
aveva capito una cosa sola, cioè che il burattino 
sentiva morirsi dalla gran fame, tirò fuori di ta- 
sca tre pere, e porgendogliele, disse: 

— Queste tre pere erano la mia colazione: ma 
io te le do volentieri. Mangiale, e buon prò ti 
faccia. 

— (Se volete che le mangi, fatemi il piacere di 
sbucciarle. 

— Sbucciarle? — replicò Geppetto meraviglia- 
to. — Non avrei mai creduto, ragazzo mio, che 
tu fossi così boccuccia e così schizzinoso di pa- 
lato. Male! In questo mondo, fin da bambini, 
bisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiar 
di tutto, perchè non si sa mai quel che ci può 
capitare. I casi son tanti!... 

— Voi direte bene, — soggiunse Pinocchio — 
ma io non mangerò mai una frutta, che non sia 
sbucciata. Le bucce non le posso soffrire. — 



— 38 — 

E quel buon uomo di Geppetto, cavato fuori 
un coltellino, e armatosi di santa pazienza, sbuc- 
ciò le tre pere, e pose tutte le bucce sopra un 
angolo della tavola. 

Quando Pinocchio in due bocconi ebbe man- 
giata la prima pera, fece l'atto di buttar via il 
torsolo; ma Geppetto gli trattenne il braccio di- 
cendogli : 

— 'Non lo buttar via : tutto in questo mondo 
può far comodo. 

— Ma io il torsolo non lo mangio davvero !... 
— gridò il burattino rivoltandosi come una vi- 
pera. 

— Ohi lo sa! I casi son tanti!... — ripetè Gep- 
petto, senza riscaldarsi. 

Fatto sta che i tre torsoli, invece di essere 
gettati fuori dalla finestra, vennero posati sul- 
l'angolo della tavola in compagnia delle bucce. 

Mangiate, o, per dir meglio, divorate le tre 
pere, Pinocchio fece un lunghissimo sbadiglio e 
disse piagnucolando: 

— Ho dell' altra fame ! 

— Ma io, ragazzo mio, non ho più nulla da 
darti. 

— Proprio nulla, nulla ? 

— Ci avrei soltanto queste bucce e questi tor- 
soli di pera. 



— 39 — 

— Pazienza ! — disse Pinoccliio — se non e' è 
altro, mangerò una buccia. — 

E cominciò a masticare. Da principio storse 
un po' la bocca : ma poi una dietro l' altra, spol- 
verò in un soffio tutte le bucce ; e dopo le bucce 
anche i torsoli, e quand'ebbe finito di mangiare 
ogni cosa, si battè tutto contento le mani sul 
corpo, e disse gongolando: 

— Ora sì, che sto bene ! 

— Yedi, dunque, — osservò Geppetto — che 
avevo ragione io, quando ti dicevo che non bi- 
sogna avvezzarsi ne troppo sofistici né troppo 
delicati di palato. Caro mio, non si sa mai quel 
che ci può capitare in questo mondo. I casi son 
tanti !... — 



rYYYT? ?YTT?TYT?? TTTTYYTTTYTT? r?TTS S S! 



Vili. 

Geppetto rifa i pi eoli a Pinocchio, e vende la propria casacca 
per comprargli l'Abbecedario. 

Il burattino, appena che si fu levata la fame, 
cominciò subito a bofoncbiare e a piangere, per- 
chè voleva un paio di piedi nuovi. 







Lo lasciò piangere e disperarsi per una mezza giornata. 

Ma Geppetto, per punirlo della monelleria fatta, 
lo lasciò piangere e disperarsi per una mezza 
giornata; poi gli disse: 



— 41 — w. 

— E percliè dovrei rifarti i i^iedi ? Forse per 
vederti scappar di nuovo da casa tua! 

— Vi prometto — disse il burattino singhioz- 
zando — elle da oggi in poi sarò buono.... 

— Tutti i ragazzi — replicò Geppetto — quando 
vogliono ottenere qualcosa, dicono così. 

— Vi prometto che anderò a scuola, studierò 
e mi farò onore.... 

— Tutti i ragazzi, quando vogliono ottenere 
qualcosa, ripetono la medesima storia. 

— Ma io non sono come gli altri ragazzi! Io 
sono più buono di tutti, e dico sempre la verità. 
Vi prometto, babbo, che imparerò un' arte, e che 
sarò la consolazione e il bastone della vostra vec- 
chiaia. — , V 

Geppetto che, sebbene facesse il viso di tiranno, 
aveva gli occhi pieni di pianto e il cuore grosso 
dalla passione nel vedere il suo povero Pinocchio 
in quello stato compassionevole, non rispose altre 
parole: ma, presi in mano gli arnesi del mestiere 
e due pezzetti di legno stagionato, si pose a la- 
vorare di grandissimo impegno. 

E in meno d'un' ora, i piedi erano beli' e fatti: 
due piedini svelti, asciutti e nervosi, come se 
fossero modellati da un artista di genio. 

Allora Gepi)etto disse al burattino: 

— Ghindi gli occhi e dormi! — 



— 42 — 



E Pinocchio cliiuse gii ocelli e fece fìnta di 
dormire. E nel tempo clie si fìngeva addormen- 
tato, Geppetto con un po' di colla sciolta in nn 
guscio d'uoYO gii appiccicò i due piedi al loro 







Principiò a fare mille sgambetti. 



posto, e glieli appiccicò così bene, che uon^i 
vedeva nemmeno il segno dell'attaccatura. 

Appena il burattino si accòrse di avere i piedi, 
saltò giù dalla tavola dove stava disteso, e prin- 
cipiò a fare mille sgambetti e mille capriòle, come 
se fosse ammattito dalla gran contentezza. 

— Per ricompensarvi di quanto avete fatto per 



— 43 — 

me — disse Pinoccliio al suo babbo — voglio su- 
bito andare a scuola. 

— Bravo ragazzo. 

— Ma per andare a scuola Lio bisogno d'un 
po' di vestito. — 




Gli fece un berrettino di midolla di pane. 



Geppetto, die era povero e non aveva in ta- 
sca nemmeno un centesimo, gli fece allora un 
vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di 
scorza d'albero e un berrettino di midolla di 
pane. 

Pinoccliio corse subito a specchiarsi in una ca- 



V — 44 — 

tinella ])iena d'acqua e rimase così contento di 
sé, che disse pavoneggiandosi: 

— Paio proprio un signore! 

— Davvero; — replicò Geppetto — perchè, 
tieni o a mente, non è il vestito bello che fa il 
signore, ma è piuttosto il, vestito pulito. 

— A proposito, — soggiunse il burattino — 
per andare alla scuola mi manca sempre qual- 
cosa: anzi mi manca il più e il meglio. 

— Cioè! 

— Mi manca l'Abbecedario. 

— .Hai ragione: ma come si fa per averlo? 

— È facilissimo : si va da un libraio e si compra. 

— E i quattrini? 

— Io non ce l'ho. 

— ISTemmen io — soggiunse il buon vecchio, 
facendosi tristo. 

E Pinocchio sebbene fosse un ragazzo allegris- 
simo, si fece tristo anche lui: perchè la miseria, 
quando è miseria davvero, la intendono tutti: 
anche i ragazzi. 

— Pazienza ! — gridò Geppetto tutt' a un tratto 
rizzandosi in piedi; e infilatasi la vecchia casacca 
di frustagno, tutta toppe e rimendi, uscì correndo 
di casa. 

Dopo poco tornò: e quando tornò, aveva in 
mano l'Abbecedario per il figliuolo, ma la ca- 



— 45 — 

sacca non l'aveva più. Il pover'uomo era iu ma- 
uiche di camicia, e fuori nevicava. 

— E la casacca, babbo! 

— L'ho venduta. 

— Perchè l'avete venduta? 

— Perchè mi faceva caldo. — 

Pinocchio capì questa risposta a volo, e non 
potendo frenare l' impeto del suo buon cuore, 
saltò al collo di Geppetto e cominciò a baciarlo 
per tutto il viso. 



IX. 

Pinocchio vende V Abbecedario per andare a vedere 
il teatro dei burattini. 

Smesso che fu di nevicare, Pinocchio, col suo 
bravo Abbecedario nuovo sotto il braccio, prese 
la strada che menava alla scuola: e strada fa- 
cendo, fantasticava nel suo cervellino mille ra- 
gionamenti e mille castelli in aria, uno più bello 
delP altro. 

E discorrendo da se solo, diceva: 
— Oggi, alla scuola, voglio subito imparare a 
leggere: domani poi imparerò a scrivere, e do- 
mani l'altro imparerò a fare i numeri. Poi, colla 
mia abilità, guadagnerò molti quattrini e coi 
primi quattrini che mi verranno in tasca, voglio 
subito fare al mio babbo una bella casacca di 
panno. Ma che dico di i)anno ? Gliela voglio fare 
tutta d'argento e d'oro, e coi bottoni di bril- 
lanti. E quel pover'uomo se la merita davvero; 
perchè insomma, per comprarmi i libri e per 
farmi istruire, è rimasto in maniche di camicia.... 
a questi freddi! Non ci sono che i babbi che 
sieno capaci di certi sacrifizi!... — 



— 47 — 

IMentre tutto commosso diceva così, gli parve 
di sentire in lontananza una musica di pifferi e 
di colpi di grancassa: pì-pì-pì, pì-pì-pì, zum, zum, 
zum, zum. 

Si fermò e stette in ascolto. Quei suoni veni- 
vano di fondo a una lunghissima strada traversa, 
che con duceva a un piccolo paesetto, fabbricato 
sulla spiaggia del mare. 

— Ohe cosa sia questa musica! Peccato che 
io debba andare a scuola, se no.... — 

E rimase lì perplesso. A ogiii modo, bisognava 
prendere una risoluzione ; o a scuola, o a sentire 
i pifferi. 

— Oggi anderò a sentire i pifferi, e domani a 
scuola. Per andare a scuola e' è sempre tempo — 
disse finalmente quel monello, facendo una spal- 
lucciata. 

Detto fatto, infilò giù per la strada traversa 
e cominciò a correre a gambe. Più correva e 
più sentiva distinto il suono dei pifferi e dei 
tonfi della grancassa: pì-pì-pì, pì-pì-pì, pì-pì-pì, 
zum, zum, zupm, zum. 

Quand'ecco che si trovò in mezzo a una piazza 
tutta piena di gente, la quale si affollava intorno 
a un gran baraccone di legno e di tela dijilnta 
di mille colori. 

— Che cos'è quel baraccone? — domandò Pi- 



— 48 — 

nocchio, voltandosi a un ragazzetto che era lì 
del paese. 

— Leggi il cartello, che c'è scritto, e lo saprai. 

— Lo leggerei volentieri, ma per V appunto 
oggi non so leggere. 

— Bravo bue! Allora te lo leggerò io. Sappi 
dunque che in quel cartello a lettere rosse come 
il fuoco, c'è scritto: Gran Teatro dei Burat- 
tini.... 

— È molto che è incominciata la commediai 

— Comincia ora. 

— E quanto si spende per entrare? 

— Quattro soldi. — 

Pinocchio che aveva addosso la febbre della 
curiosità, perse ogni ritegno e disse, senza ver- 
gognarsi, al ragazzetto col quale parlava: 

— Mi daresti quattro soldi fino a domani? 

— Te li darei volentieri, — gli rispose l'altro 
canzonandolo — ma oggi per l'appunto non te 
li posso dare. 

— Per quattro soldi ti vendo la mia giacchetta 
— gli disse allora il burattino. 

— Ohe vuoi che mi faccia di una giacchetta 
di carta fiorita ? Se ci piove su, non e' è più verso 
di cavarsela da dosso. 

— Vuoi comprare le mie scarpe? 

— Sono buone per accendere il fuoco. 



— 49 — 

— Quanto mi dai del berretto? 

— Bell'acquisto davvero! Un berretto di mi- 
glia di pane! C'è il caso che i topi me lo ven- 
gano a mangiare in capo! — 

Pinocchio era sulle spine. Stava lì lì per fare 







'^^^INI 



— Vuoi darmi quattro soldi di quest'Abbecedario nuovo? 






Pailtima offerta: ma non aveva coraggio: esitava, 
tentennava, pativa. Alla fine disse: 

— Vuoi darmi quattro soldi di quest'Abbece- 
dario nuovo? 

— Io sono un ragazzo e non compro nulla dai 
ragazzi — gli rispose il suo piccolo interlocutore, 
che aveva più giudizio di lui. 

— Per quattro soldi l'Abbecedario lo prendo 



— 50 — 

io — gridò un rivenditore di panni usati, che 
s'era trovato presente alla conversazione. 

E il libro fu venduto lì su due piedi. E pen- 
sare che quel pover'uomo di Geppetto era ri- 
masto a casa, a tremare dal freddo in maniche di 
camicia, per comprare l'Abbecedario al figliuolo ! 



X. 

I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una 
grandissima festa ; ma sul piìi bello esce fuori il burattinaio 
Mangiafoco, e Pinocchio corre pericolo di fare una brutta fine. 

Quando Pinocchio entrò nel teatrino delle ma- 
rionette, accadde un fatto clie destò una mezza 
rivoluzione. 

Bisogna sapere che il sipario era tirato su, e 
la commedia era già incominciata. 

Sulla scena si vedevano Arlecchino e Pulci- 
nella, che bisticciavano fra di loro e, secondo il 
solito, minacciavano da un momento all' altro di 
scambiarsi un carico di schiaffi e di bastonate. 

La platea tutta attenta, si mandava a male 
dalle grandi risate, nel sentire il battibecco di 
quei due burattini, che gestivano e si trattavano 
d'ogni vitupero con tanta verità, come se fos- 
sero proprio due animali ragionevoli e due per- 
sone di questo mondo. 

Quando all'improvviso, che è che non è, Ar- 
lecchino smette di recitare, e voltandosi verso il 
pubblico e accennando colla mano qualcuno in 



\ 



— 52 — 



fondo alla pfatea, comincia a urlare in tono 
drammatico : 

— Numi del iìrmamento ! sogno o son desto ? 
Eppure quello laggiù è Pinocchio !... 

— È Pinocchio davvero ! — grida Pulcinellr^. 




.... Eppure quello laggiù è Pinocchio!... 

— È proprio lui ! — strilla la signora Eosaura, 
facendo capolino in fondo alla scena. 

— È Pinocchio ! è Pinocchio ! — urlarono in 
coro tutti i burattini, uscendo a salti fuori delle 
quinte. 

— È Pinocchio ! È il nostro fratello Pinocchio ! 
Evviva Pinocchio!... 

— Pinocchio, vieni quassù da me ! — grida 
Arlecchino — vieni a gettarti fra le braccia dei 
tuoi fratelli di legno! — 



— 53 — 

A questo affettuoso invito, Pinoccliio spicca 
un salto, e di fondo alla platea va nei posti di- 
stìnti; poi con un altro salto, dai posti distinti 
monta sulla testa del direttore d'orchestra, e di 
lì schizza sul palcoscenico. 

È impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli 
strizzoni di collo, i pizzicotti dell'amicizia e lo 
zuccate della vera e sincera fratellanza, che Pi- 
nocchio ricevè in mezzo a tanto arruffìo degli 
attori e delle attrici di quella compagnia dram- 
matico-vegetale. 

Questo spettacolo era commovente, non c'è 
che dire: ma il pubblico della platea, vedendo 
che la commedia non andava più avanti, s'im- 
I)azientì e prese a gridare: — Vogliamo la com- 
media ! vogliamo la commedia ! — 

Tutto fiato buttato via, perchè i burattini, in- 
Vecè di continuare la recita, raddoppiarono il 
chiasso e le grida, e, postosi Pinocchio sulle spalle, 
se lo i^ortarono in trionfo ai lumi della ribalta. 

Allora uscì fuori il burattinaio, un omone così 
brutto, che metteva paura soltanto a guardarlo. 
Aveva una barbacela nera come uno scaraboc- 
chio d'inchiostro, e tanto lunga, che gii scendeva 
dal mento fino a terra: basta dire che, quando 
camminava se la pestava coi piedi. La sua bocca 
era larga come un forno, i suoi occhi parevano 



— 54 - 

due lanterne di vetro rosso, col lume acceso di 
dietro; e con le mani schioccava una grossa 
frusta, fatta di serpenti e di code di volpe at- 
torcisfliate insieme. 




All' apparizione inaspettata del burattinaio, ammutolirono tutti. 

All'apparizione inaspettata del burattinaio, am- 
mutolirono tutti: nessuno fiatò più. Si sarebbe 
sentito volare una mosca. Quei poveri burattini, 
maschi e femmine, tremavano come tante foglie. 



— 55 — 

— Perchè sei venuto a mettere lo scompiglio 
nel mio teatro ? — domandò il burattinaio a Pi- 
nocchio, con Tin vocione d'Orco gravemente in- 
freddato di testa. 

— La creda, illustrissimo, che la colpa non è 
stata mia !... 

— Basta così ! stasera faremo i nostri conti. — 
Difatti, finita la recita della commedia, il bu- 
rattinaio andò in cucina, dov'egli s'era preparato 
per cena un bel montone, che girava lentamente 
infilato nello spiede. E perchè gli mancavano le 
legna per finirlo di cuocere e di rosolare, chiamò 
Arlecchino e Pulcinella e disse loro: 

— Portatemi di qua quel burattino, che tro- 
verete attaccato al chiodo. Mi pare un burattino 
fatto di un legname molto asciutto, e sono si- 
curo che a buttarlo sul fuoco, mi darà una bel- 
lissima fiammata all'arrosto. — 

Arlecchino e Pulcinella da principio esitarono; 
ma impauriti da un'occhiataccia del loro pa- 
drone, obbedirono: e dopo tornarono in cucina 
portando sulle braccia il povero Pinocchio, il 
quale, divincolandosi come un'anguilla fuori del- 
l'acqua, strillava disperatamente: — Babbo mio, 
salvatemi! Non voglio morire, no, non voglio 
morire !... — 



XI. 

Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il quale poi di- 
fende dalla morte il suo amico Arlecchino. 

Il burattinaio Maugiafoco (che questo era il 
suo nome) pareva un uomo spaventoso, non dico 
di no, specie con quella sua barbacela nera cbe, 
a uso gremlbiale, gli copriva tutto il petto e 
tutte le gambe; ma nel fondo poi non era 
un cattiv'uomo. Prova ne sia, che quando vide 
portarsi davanti quel povero Pinocchio, che si 
dibatteva per ogni verso, urlando « Non voglio 
morire, non voglio morire! » principiò subito a 
commuoversi e a impietosirsi; e dopo aver re- 
sistito un bel pezzo, alla fine non ne potè più, 
e lasciò andare un sonorosissimo starnuto. 

A quello starnuto. Arlecchino che fino allora 
era stato afflitto e ripiegato come un salcio pian- 
gente, si fece tutto allegro in viso, e chinatosi 
verso Pinocchio gli bisbigUò sottovoce: 

— Buone nuove, fratello ! Il burattinaio ha 
starnutito, e questo è segno che s'è mosso a 
compassione per te, e oramai sei salvo. — 

Perchè bisogna sapere che, mentre tutti gii 



— 57 — 

nomÌDÌ quando si sentono impietositi per qual- 
cuno, o piangono, o per lo meno fanno fìnta di 
rasciugarsi^ gli occhi, Mangiafoco, invece, ogni 
volta elle s'inteneriva davvero, aveva il vizio di 
starnutire. Era un modo come un altro, per dare 
a conoscere agli altri la sensibilità del suo cuore. 
Dopo avere starnutito, il burattinaio, segui- 
tando a fare il burbero, gridò a Pinocchio: 

— Finiscila di piangere! I tuoi lamenti mi 
hanno messo un'uggiolina qui in fondo allo 
stomaco.... sento uno spasimo, che quasi quasi.... 
etcì^ etcì ! — e fece altri due starnuti. 

— Felicità ! — disse Pinocchio. 

— Grazie. E il tuo babbo e la tua mamma 
sono sempre vivi ? — domandò Mangiafoco. 

— Il babbo, sì; la mamma non l'ho mai co- 
nosciuta. . , 

— Chi lo sa che dispiacere sarebbe per il tuo 
vecchio padre, se ora ti facessi gettare fra quei 
carboni ardenti. Povero vecchio! lo compatisco.... 
etcì^ etcì, etGÌy — e fece altri tre starnuti. 

— Felicità! — disse Pinocchio. 

— Grazie. Del resto bisogna compatire anche 
me, perchè come vedi, non ho più legna per fi- 
nire di cuocere quel montone arrosto, e tu, dico 
la verità, in questo caso mi avresti fatto un gran 
comodo! Ma orinai mi sono impietosito e ci vuol 
pazienza. luACce di te, metterò a bruciare sotto 



mia compagnia. 



— 58 — 

lo spiccie qualche burattino della 
Olà, giandarmi ! — 

A questo comando comparvero subito due 
giandarmi di legno, lunghi lunghi, secchi secchi, 




— Pigliatemi li qnell' Arlecchino., 

col cappello a lucerna in testa e colla sciabola 
sfoderata in mano. 

Allora il burattinaio disse loro con voce ran- 
tolosa: 

- Pigliatemi lì quelP Arlecchino, legatelo ben 



— 59 — 

bene, e poi gettatelo a bruciare sul fuoco. Io 
voglio che il mio montone sia arrostito bene! — 

Figuratevi il povero Arlecchino! Fu tanto il 
suo spavento, che le gambe gli si ripiegarono e 
cadde bocconi per terra. 

Pinocchio alla vista di quello spettacolo stra- 
ziante, andò a gettarsi ai inedì del burattinaio, 
e piangendo dirottamente e bagnandogli di la- 
crime tutti i peli della lunghissima barba, co- 
miuciò a dire con voce supplichevole: 

— Pietà, signor Mangiafoco !... 

— Qui non ci sono signori ! — replicò dura- 
mente il burattinaio. 

— Pietà, signor Cavaliere!... 

— Qui non ci sono cavalieri ! 

— Pietà, signor Commendatore ! 

— Qui non ci sono commendatori! 

— Pietà, Eccellenza !... — 

A sentirsi chiamare Eccellenza, il burattinaio 
fece subito il bocchino tondo, e diventato tutt'a 
un tratto più umano e i3iìi trattabile, disse a Pi- 
nocchio : 

— Ebbene, che cosa vuoi da me I 

— Vi domando grazia per il povero Arlecchino !... 

— Qui non c'è grazia che tenga. Se ho rispar- 
miato te, bisogna che faccia mettere sul fuoco 
lui, perchè io voglio che il mio montone sia ar- 
rostito bene. 



— 60 — 

— In questo caso — gridò fieramente Pinoc- 
chio, rizzandosi e gettando via il suo berretto di 
midolla di pane — in questo caso conosco qual è 
il mio dovere. Avanti, signori giandarnìi! Lega- 
temi e gettatemi là fra quelle fiamme. No, non 
è giusta che il povero Arlecchino, il vero amico 
mio, debba morire per me ! — 

Queste parole, pronunziate con voce alta e con 
accento eroico, fecero piangere tutti i burattini 
che erano presenti a quella scena. Gli stessi gian- 
darmi, sebbene fossero di legno, piangevano come 
due agnellini di latte. 

Mangiafoco, sul principio, rimase duro e im- 
mobile come un pezzo di ghiaccio : ma poi, ada- 
gio adagio, cominciò anche lui a commuoversi 
e a starnutire. E fatti quattro o cinque starnuti, 
aprì affettuosamente le braccia e disse a Pinoc- 
chio: 

— Tu sei un gran bravo ragazzo ! Vieni qua 
da me, e dammi un bacio. — 

Pinocchio corse subito, e arràmi5icandosi co- 
me uno scoiattolo su per la barba del buratti- 
naio, andò a posargli un bellissimo bacio sulla 
punta del naso. 

— Dunque la grazia è fatta ? — domandò il 
povero Arlecchino, con un fil di voce che si sen- 
tiva appena. 




E arrampicandosi con. 



i per lu barba del burattinaio.... 



— G3 — 

— La grazia è fatta ! — rispose Mangiafoco ; 
l)oi soggiunse sospirando e tentennando il capo: 

— Pazienza ! per questa sera mi rassegnerò a 
mangiare il montone mezzo crudo: ma un'altra 
volta, guai a chi toccherà !... — 

Alla notizia della grazia ottenuta, i burattini 
corsero tutti sul palcoscenico e, accesi i lumi e 
i lampadari come in serata di gala, cominciarono 
a saltare e a ballare. 

Era l'alba e ballavano sempre. 




^S f/^^ J ^^^^^^^^^^ Q^<^\\j;VY»t«Jt 






XII. 

Il burjittinaio Mangiafoco regala cinque monete d' oro a Pinoc- 
cliio perchè le porti al suo babbo Geppetto : e Pinocchio, 
invece, si lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se 
ne va con loro. 

Il giorno dipoi Mangiafoco chiamò in clisj)arte 
Pinocchio e gli domandò : 

— Come si chiama tuo padre ì 

— Geppetto. 

— E che mestiere fa? 

— Il povero. 

— Guadagna molto ? 

— Guadagna tanto quanto ci vuole per non 
aver mai un centesimo in tasca. Si figuri che 
per comprarmi l'Abbecedario della scuola dovè 
vendere l'unica casacca che aveva addosso: una 
casacca che, fra toppe e rimendi, era tutta una 
piaga. 

— Povero diavolo! Mi fa quasi compassione. 
Ecco qui cinque monete d' oro. Va' subito a por- 
targliele, e salutalo tanto da parte mia. — 

Pinocchio, come è facile immaginarselo, rin- 



— 65 — 

graziò mille volte il burattinaio : abbracciò, a uno 
a uno, tutti i burattini della compagnia, anche 
i giandarmi; e fuori di sé dalla contentezza, si 
mise in viaggio per ritornarsene a casa sua. 

Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro, 
che incontrò per la strada una Volpe zoppa da 








^:^^- 






— Com* è che sai il mio nome? 



un piede e un Gatto cieco da tutt' e due gli oc- 
chi, che se ne andavano là là, aiutandosi fra di 
loro, da buoni compagni di sventura. La Volpe, 
che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gat- 
to: e il Gatto, che era cieco, si lasciava guidare 
dalla Volpe. 

— Buon giorno. Pinocchio, — gli disse la Vol- 
pe, salutandolo garbatamente. 



— 66 — 

— Com'è che sai il mio nome? — domandò il 
burattino. 

— Conosco bene il tuo babbo. 

— Dove r hai veduto ì 

— L'ho veduto ieri sulla porta di casa sua. 

— E che cosa faceva ? 

— Era in maniche di camicia e tremava dal 
freddo. 

— Povero babbo ! Ma, se Dio vuole, da oggi 
in poi non tremerà più! 

— Perchè! 

— Perchè io sono diventato un gran signore. 

— Un gran signore tu ? — disse la Volpe, e 
cominciò a ridere di un riso sguaiato e canzo- 
natore : e il Gatto rideva anche lui, ma per non 
darlo a vedere, si pettinava i baffi colle zampine 
davanti. 

— C è poco da ridere — gridò Pinocchio im- 
permalito. — Mi dispiace davvero di farvi venire 
l'acquolina in bocca, ma queste qui, se ve ne in^ 
tendete, sono cinque bellissime monete d' oro. — 

E tirò fuori le monete avute in regalo da Man- 
giafoco. 

Al simpatico suono di quelle monete, la Volpe 
per un moto involontario allungò la gamba che 
pareva rattrappita, e il Gatto spalancò tutt' e 
due gli occhi, che parvero due lanterne verdi; 



— 67 — 

ma poi li richiuse subito, tant'è vero che Pinoc- 
chio non si accòrse di nulla. 

— E ora — gli domandò la Volpe — che cosa 
vuoi farne di codeste monete? 

— Prima di tutto — rispose il burattino — vo- 
glio comprare per il mio babbo una bella casacca 
nuova, tutta d'oro e d'argento, e coi bottoni di 
brillanti: e poi voglio comprare un Abbecedario 
per me. 

— Per te? 

— Davvero : perchè voglio andare a scuola e 
mettermi a studiare a buono. 

— Guarda me! — disse la Volpe. — Per la 
passione sciocca di studiare ho i)erduto una 
gamba. 

— Guarda me ! — disse il Gatto. — Per la pas- 
sione sciocca di studiare ho perduto la vista di 
tutt' e due gli occhi. — 

In quel mentre un Merlo bianco, che se ne 
stava appollaiato sulla siepe della strada, fece il 
suo solito verso e disse: 

— Pinocchio, non dar retta ai consigli dei cat- 
tivi compagni: se no, te ne pentirai! — 

Povero Merlo, non l'avesse mai detto! Il Gatto 
spiccando un gran salto, gli si avventò addosso, 
e senza dargli nemmeno il tempo di dire oM/se 
lo mangiò in un boccone con le penne e tutto. 



— G8 — 

Mangiato che l'ebbe e ripulitosi la bocca, chiuse 
gii occhi daccapo e ricominciò a fare il cieco co- 
me prima. 

— Povero Merlo! — disse Pinocchio al Gatto 
— perchè l'hai trattato così male? 



^,v 



■'MM 




Spiccando un gran salto, gli si avventò addosso. 



^-^■-'^y- 



— Ho fatto per dargli nna lezione. Così un' al- 
tra volta imparerà a non metter bocca nei di- 
scorsi degli altri. — 

Erano giunti più che a mezza strada, quando 
la Volpe, fermandosi di punto in bianco, disse 
al burattino: 

— Vuoi tu raddoppiare le tue monete d' oro ? 

— Cioè? 



- G9 — 

— Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne 
cento, mille, duemila? 

— Magari ! e la maniera ? 

— La maniera è facilissima. Invece di tornar- 
tene a casa tua, dovresti venir con noi. 

— E dove mi volete condurre ! 

— Kel paese dei Barbagianni. — 
Pinocchio ci pensò un poco, e poi disse riso- 
lutamente : 

— Xo, non ci voglio venire. Oramai sono vi- 
cino a casa, e voglio andarmene a casa, dove 
c'è il mio babbo che m'aspetta. Chi lo sa, po- 
vero vecchio, quanto ha sospirato ieri, a non ve- 
dermi tornare. Purtroppo io sono stato un figliuolo 
cattivo, e il Grillo-parlante aveva ragione quando 
diceva: « I ragazzi disobbedienti non possono aver 
bene in questo mondo. » Ed io l' ho provato a mie 
spese, perchè mi sono capitate molte disgrazie, 
e anche ieri sera in casa di Mangiafoco ho corso 
pericolo.... Brrr! mi viene i bordoni soltanto a 
pensarci ! 

— Dunque, — disse la Volpe — vuoi proprio 
andare a casa tua 1 Allora va' pure, e tanto peg- 
gio per te. 

— Tanto peggio per te ! — ripetè il Gatto. 

j — Pensaci bene. Pinocchio, perchè tu dai un 
calcio alla fortuna. 



— 70 - 

— Alla fortuna ! — ripetè il Gatto. 

— I tuoi cinque zecchini, dall'oggi al domani 
sarebbero diventati duemila. 

— Duemila! — ripetè il Gatto. 

— Ma com'è mai possibile che diventino tanti? 

— domandò Pinocchio, restando a bocca aperta 
dallo stupore. 

— Te lo spiego subito; — disse la Volpe — bi- 
sogna sapere che nel paese dei Barbagianni e' è 
un campo benedetto chiamato da tutti il Campo 
dei miracoli. Tu fai in questo campò una pic- 
cola buca e ci metti dentro, per esempio, uno 
zecchino d' oro. Poi ricopri la buca con un po' di 
terra: l'annaffi con due secchie d'acqua di fon- 
tana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera 
te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, du- 
rante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, 
e la mattina dopo di levata, ritornando nel cam- 
po, che cosa trovi? Trovi un bell'albero carico 
di tanti zecchini d'oro quanti chicchi di grano 
può avere una bella spiga nel mese di. giugno. 

— Sicché dunque — disse Pinocchio sempre 
più sbalordito — se io sotterrassi in quel campo 
i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti 
zecchini vi troverei! 

— È un conto facilissimo ; — rispose la Volpe 

— un conto che puoi farlo sulla punta delle dita. 



— 71 — 

Poni che ogni zecchino ti faccia nn grappolo di 
cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento 
per cinque, e la mattina dopo trovi in tasca due- 
milacinquecento zecchini lampanti e sonanti. 

— Oh che bella cosa ! — gridò Pinocchio, bal- 
lando dall' allegrezza. — Appena che questi zec- 
chini li avrò raccolti, ne prenderò per me duemila 
e gli altri cinquecento di più li darò in regalo a 
voialtri due. 

— Un regalo a noi? — gridò la Volpe sdegnan- 
dosi e chiamandosi offesa. — Dio te ne liberi ! 

— Te ne liberi! — ripetè il Gatto. 

— Noi — riprese la Volpe — non lavoriamo 
per il vile interesse; noi lavoriamo per arricchire 
gli altri. 

— Gli altri ! — ripetè il Gatto. 

— Ohe brave persone! — pensò dentro di sé 
Pinocchio: e dimenticandosi lì sul tamburo, del 
suo babbo, della casacca nuova, dell'Abbeceda- 
rio e di tutti i buoni proponimenti fatti, disse 
alla Volpe e al Gatto: 

— Andiamo subito, io vengo con voi. — 



XTIT. 

L' osteria del « Gambero Rosso. 5> 

■ 1 . 

Cammina, cammina, cammina, alla fine snl far 
della sera arrivarono stanchi morti all'osteria del 
Gambero Eosso. 

— Fermiamoci nn po'qni, — disse la Volpe — 
tanto per mangiare un boccone e per riposarci 
qualche ora. A mezzanotte poi ripartiremo, per 
essere domani, all'alba, nel Campo dei miracoli. — 

Entrati nell'osteria si posero tntt'e tre a ta- 
vola; ma nessuno di loro aveva appetito. 

Il povero Gatto, sentendosi gravemente indi- 
sposto di stomaco, non potè mangiare altro che 
trentacinque triglie con salsa di pomodoro e 
quattro porzioni di trippa alla parmigiana; e 
perchè la trippa non gli pareva condita abba- 
stanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e 
il formaggio grattato! 

La Volpe avrebbe spelluzzicato volentieri qual- 
che cosa anche lei ; ma siccome il medico le aveva 
ordinato una grandissima dieta, così dovè con- 
tentarsi di una semplice lepre dolce e forte, con 



— 73 — 

un leggerissimo coutoruo di pollastre ingrassate 
e (li galletti di primo canto. Dopo la lepre si 
fece portare per tornagusto un cibreino di per- 
nici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucer- 
tole e d'uva i3aradisa; e poi non volle altro. 




Quello che mangiò meno di tatti fu Pinocchio. 



Aveva tanta nausea per il cibo, diceva lei, che 
non poteva accostarsi nulla alla bocca. 

Quello che mangiò meno di tutti fu Pinocchio. 
Chiese uno spicchio di noce e un cantuccio di 
pane e lasciò nel piatto ogni cosa. Il povero 
figliuolo, col pensiero sempre fìsso al Campo dei 



-_ 74 — 

miracoli, aveva preso un'indigestione anticipata 
di monete d'oro. 
Quand'ebbero cenato, la Volpe disse all'oste: 

— Datemi due buone camere, una per il si- 
gnor Pinocchio e un'altra per me e per il mio 
compagno. Prima di ripartire stiacceremo un son- 
nellino. Eicordatevi, però, cbe a mezzanotte vo- 
gliamo essere svegliati per continuare il nostro 
viaggio. 

— Sissignore — rispose l'oste, e strizzò l'oc- 
chio alla Volpe e al Gatto, come dire : « Ho man- 
giato la foglia e ci siamo intesi !... » — 

Appena che Pinocchio fu entrato nel letto, si 
addormentò a colpo, e principiò a sognare. E so- 
gnando gli pareva di essere in mezzo a un campo, 
e questo campo era pieno di arboscelli carichi 
di grappoli, e questi grappoli erano carichi di 
zecchini d' oro che, dondolandosi mossi dal vento, 
facevano zin, zin, zin, quasi volessero dire: « Ohi 
ci vuole, venga a prenderci. » Ma quando Pi- 
nocchio fu sul più bello, quando cioè allungò 
la mano per prendere a manciate tutte quelle 
belle monete e mettersele in tasca, si trovò sve- 
gliato all'improvviso da tre violentissimi colpi 
dati nella x^orta di camera. ^ 

Era l'oste che veniva a dirgli che la mezza- 
notte era sonata. 



\ 



— io 

— E i miei comi3agni sono i)ronti? — gli do- 
mandò il burattino. 

— Altro che pronti! son i^artiti due ore fa. 

— Perchè mai tanta fretta? 

— Perchè il Gatto ha ricevuto un'imbasciata 




Ei-a l'oste clie veniva a dirgli che la mezzanotte era sonata. 

che il suo gattino maggiore, malato di geloni ai 
piedi, stava in pericolo di vita. 

— E la cenàk V hanno pagata ì 

— Che vi pare? Quelle lì sono persone troppo 
educate, perchè facciano un affronto simile alla 
signoria vostra. 



— 7G — 

— Peccato! Quest'affronto mi avrebbe fatto 
tanto piacere! — disse Pinocchio grattandosi il 
capo. Poi domandò: 

— E dove lianno detto di aspettarmi quei buoni 
amici! 

— Al Campo dei miracoli, domattina, allo spun- 
tare del giorno. — 

Pinoccbio pagò uno zecchino per la cena sua 
e per quella dei suoi compagni, e dopo partì. 

Ma si può dire che partisse a tastoni, perchè 
fuori dell'osteria c'era un buio così buio, che 
non ci si vedeva di qui a lì. Nella campagna 
all'intorno non si sentiva alitare una foglia. So- 
lamente alcuni nccellacci notturni, traversando 
la strada da una siepe all'altra, venivano a sbat- 
tere le ali sul naso di Pinocchio, il quale, facendo 
un salto indietro per la paura, gridava: — Ohi va 
là! — e l'eco delle colline circostanti ripeteva in 
lontananza: — Chi va là! chi va là! chi va là! — 

Intanto, mentre camminava, vide sul tronco di 
un albero un piccolo animaletto, che riluceva di 
una luce pallida e opaca, come un lumino da notte 
dentro una lampada di porcellana trasparente. 
. — Ohi sei! — gli domandò Pinocchio. 

— Sono l'ombra del Grillo-parlante — rispose 
l' animaletto con una vocina fioca fioca, che pa- 
reva venisse dal mondo di là. 

— Ohe vuoi da me! — disse il burattino. 



— 77 — 

— Voglio darti un consiglio. Eitorna indietro 
e porta i quattro zeccliini, die ti sono rimasti, 
al tuo povero babbo, clie piange e si dispera per 
non averti più veduto. 

— Domani il mio babbo sarà un gran signore, 
perchè questi quattro zeccliini diventeranno due- 
mila. 

— Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che 
promettono di farti ricco dalla mattina alla sera. 
Per il solito o sono matti o imbroglioni! Dai 
retta a me, ritorna indietro. 

— E io invece voglio andare avanti. 

— L'ora è tarda!.,. 

— Voglio andare avanti. 

— La nt)ttata è scura.... 

— Voglio andare avanti. 

— La strada è pericolosa.... 

— Voglio andare avanti. 

— Eicordati che i ragazzi che vogliono fare di 
capriccio e a modo loro, prima o poi se ne pentono. 

— Le solite storie. Buona notte. Grillo. 

— Buona nptte, Pinocchio, e che il cielo ti 
salvi dalla guazza e dagli assassini. — 

Appena dette queste ultime parole, il Grillo- 
parlante si spense a un tratto, erme si spenge 
un lume soffiandoci soiira, e la strada rimase ])m 
buia di iH'ima. 



XIY. 

Pinocchio, por non aver dato retta ai buoni consigli 
del Grillo-parlante, s'imbatte negli assassini. 

— Davvero.... — disse fra sé il burattino ri- 
mettendosi in viaggio — come siamo disgraziati 
noialtri poveri ragazzi ! Tutti ci sgridano, tutti ci 
ammoniscono, tutti ci danno dei consigli. A la- 
sciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere 
i nostri babbi e i nostri maestri ; tutti ; ancbe i 
Grilli-parlanti. Ecco qui : perchè io non ho voluto 
dar retta a quell'uggioso di Grillo, chi hx sa 
quante disgrazie, secondo lui, mi dovrebbero ac- 
cadere! Dovrei incontrare anche ^gli assassini! 
Meno male che agli assassini io non ci credo, né 
ci ho creduto mai. Per me gli assassini sono stati 
inventati apposta dai babbi, per far paura ai ra- 
dazzi che vofìfliono andar fuori la notte. E poi, 
se anche li trovassi qui sulla strada, mi darebbero 
forse soggezione! Neanche per sogno, anderei 
loro sul viso, gridando; « Signori assassini, che 



— .79 — 

cosa vogliono da me! Si rammentino che con me 
non si scherza! Se ne vadano dunque per i fatti 
loro, e zitti ! » A questa parlantina fatta sul serio, 
quei poveri assassini, mi par di vederli, scappe- 
rebbero via come il vento. Caso poi fossero tanto 
ineducati da non volere scappare, allora scapperei 
io, e così la farei finita.... — 

Ma Pinocchio non potè finire il suo ragiona- 
mento, perchè in quel punto gli parve di sentire 
dietro di se un leggerissimo fruscio di foglie. 

Si voltò a guardare, e vide nel buio due figu- 
racce nere, tutte imbacuccate in due sacchi da 
carbone, le quali correvano dietro a lui a salti e 
in punta di piedi, come se fossero due fantasmi. 

— Eccoli davvero ! — disse dentro di sé: e non 
sapendo dove nascondere i quattro zecchini, se li 
nascose in bocca e precisamente sotto la lingua. 

Poi si provò a scapitare. Ma non aveva ancora 
fatto il primo passo, che sentì agguantarsi per le 
braccia e intese due voci orribili e cavernose, che 
gii dissero: 

— O la borsa o la vita! — 

Pinocchio non potendo rispondere con le pa- 
role a motivo delle monete che aveva in bocca, 
fece mille salamelecchi e mille pantomime, per 
dare ad intendere a quei due incappati, di cui si 
vedevano soltanto gli occhi attraverso i buchi dei 



— 80 — 

sacchi, che lui era un povero burattino e che non. 
aveva in tasca nemmeno un centesimo falso. 

— Via via ! Meno ciarle e fuori i denari — gri- 
^darono minacciosamente i due briganti. 

E il burattino fece col capo e colle mani un. 
segno, come dire: « Non ne ho. » 




Sentì agguantarsi per le braccia .... 

— Metti fuori i denari o sei morto; — disse 
l'assassino più alto di statura. 

— Morto! — ripetè l'altro. 

— E dopo ammazzato te, ammazzeremo anche 
tuo padre! 

— Anche tuo padre! 

— ìsOj no, no, il mio povero babbo no! — gridò 
Pinocchio con accento disperato: ma nel gridare 
così, gli zecchini ^li sonarono in bocca. 



— 81 — 

— Ali furfante! dunque i denari te li sei nasco- 
sti sotto la lingua? Sputali subito! — 

E Pinocchio, duro. 

— Ali! tu fai il sordo! Aspetta un po', che pen- 
seremo noi a farteli sputare ! — 

Difatti uno di loro afferrò il burattino per la 
punta del naso e quell'altro lo prese per la bazza, 
e lì cominciarono a tirare screanzatamente uno 
per in qua l'altro per in là, tanto da ctostringerlo 
a spalancare la bocca: ma non ci fu verso. La 
bocca del burattino pareva inchiodata e ribadita. 

Allora l'assassino più piccolo di statura, cavato 
fuori un coltellaccio, i)rovò a confiecarglielo a 
guisa di leva e di scalpello fra le labbra: ma Pi- 
nocchio, lesto come un lampo, gli azzannò la 
mano coi denti, e dopo avergliela con un morso 
staccata di netto, la sputò e figuratevi la sua 
maraviglia quando, invece di una mano, si ac- 
còrse di aver sputato in terra uno zampetto di 
gatto. 

Incoraggi to da questa prima vittoria, si liberò 
a forza dalle unghie degli assassini, e saltata la 
èlepe della strada, cominciò a fuggire per la cam- 
pagna. E gli assassini a correre dietro a lui, come 
due cani dietro a una lepre: e quello che aveva 
perduto uno zampetto correva coti una gamba 
sola^ ne si è saputo mai come facesse. 



— 82 — 

Dopo una corsa di quindici chilometri, Pinoc- 
chio non ne poteva più. Allora vistosi perso, si ar- 
rampicò su per il fusto di un altissimo pino e si 
pose a sedere in vetta ai rami. Gli assassini tenta- 
rono di arrampicarsi anche loro, ma giunti a metà 
del fusto sdrucciolarono, e ricascando a terra, si 
spellarono le mani e i piedi. 

Non j)er questo si dettero per vinti : che anzi, 
raccolto un fastello di legna secche a pie del 
pino, vi appiccarono il fuoco. In men che non si 
dice, il pino cominciò a bruciare e a divampare 
come una candela agitata dal vento. Pinocchio, 
vedendo che le fiamme salivano sempre più e 
non volendo far la fine del piccione arrosto, 
spiccò un bel salto di vetta all'albero, e via a 
correre daccapo attraverso i campi e ai vigneti. 
E gli assassini dietro, sempre dietro, senza stan- 
carsi mai. 

Intanto cominciava a baluginare il giorno e si 
trovò improvvisamente sbarrato il passo da un 
fosso largo e profondissimo, tutto pieno di acquac- 
ela sudicia, color del caffè e latte. Ohe fare? « Una, 
due, tre! » gridò il burattino, e slanciandosi con 
una gran rincorsa, saltò dall'altra parte. E gli as- 
sassini saltarono anche loro, ma non avendo preso 
bene la misura, patatunfete !...G3i8G3irono giù nel 
bel mezzo del fosso. Pinocchio che sentì il tonfo 



— 83 — 

e gli schizzi dell'acqua, urlò ridendo e seguitando 
a correre: 
— Buon bagno, signori assassini. — 
E già si figurava che fossero beli' e affogati, 
quando invece, voltandosi a guardare, si accòrse 
che gii correvano dietro tutt' e due, sempre im- 
bacuccati nei loro sacchi, e grondanti acqua come 
due panieri sfondati. 



XV. 

Gli assassini inseguono Pinocchio ; e dopo averlo raggiunto 
lo impiccano a un ramo della Quercia grande. 

Allora il burattino, perdutosi d'animo fu pro- 
prio sul punto di gettarsi a terra e di darsi per 
vinto, quando, nel girare gli ocelli all'intorno, 
vide fra mezzo al verde cupo degli alberi bian- 
cheggiare in lontananza una Casina candida come 
la neve. 

— Se io avessi tanto flato da arrivare fino a 
quella casa, forse sarei salvo! — disse dentro 
di sé. 

E senza indugiare un minuto, riprese a cor- 
rere per il bosco a carriera distesa. E gli assas- 
sini sempre dietro. 

Dopo una corsa disperata di quasi due ore, 
flnalmente, tutto trafelato, arrivò alla porta di 
quella Casina e bussò. 

Nessuno rispose. 

Tornò a bussare con maggior violenza, percliè 



— 85 — 

sentiva avvicinarsi il rumore dei passi e il re- 
spiro grosso e affannoso dei suoi x^ersecutori. 

Lo stesso silenzio. 

Avvedutosi che il bussare non giovava a nulla, 
cominciò per disperazione a dare calci e zuccate 
nella porta. Allora si affacciò alla finestra una 
bella Bambina, coi capelli turcliini e il viso bianco 
come un' immagine di cera, gii occhi chiusi e le 
mani incrociate sul petto, la quale senza muover 
punto le labbra, disse con una vocina che pareva 
venisse dall'altro mondo: 

— In questa casa non e' è nessuno ; sono tutti 
morti. 

— Aprimi almeno tu! — gridò Pinocchio pian- 
gendo e raccomandandosi. 

— Sono morta anch' io. 

— Morta ì e allora che cosa fai costì alla fi- 
nestra ? 

— Aspetto la bara che venga a portarmi 
via. — 

Appena detto così, la Bambina disparve e la 
finestra si richiuse senza far rumore. 

— O bella Bambina dai capelli turchini, — 
gridava Pinocchio — aprimi per carità ! Abbi 
compassione di un povero ragazzo inseguito da- 
gli assass.... — 

Ma non potè finn* la parola, perchè sentì af- 

G 



— 86 — 

ferrarsi per il collo, e le solite due vociacce clie 
gii brontolarono minacciosamente: 

— Ora non ci scappi più ! — 

Il burattino, vedendosi balenare la morte di- 
nanzi agli occhi, fu preso da un tremito così 
forte, che nel tremare, gli sonavano le giunture 
delle sue gambe di legno e i quattro zeccbini 
che teneva nascosti sotto la lingua. 

— Dunque ? — gii domandarono gli assassini — 
vuoi aprirla la bocca, sì o no? Ah! non rispon- 
di ?... Lascia fare : che questa volta te là faremo 
aprir noi !... — / 

E cavati fuori due coltellacci lunghi lunghi e 
affilati come rasoi, zaff e zaff..., gli affibbiarono 
due colpi nel mezzo alle reni. 

Ma il burattino per sua fortuna era fatto d' un 
legno durissimo, motivo per cui le lame, spez- 
zandosi, andarono in mille schegge e gii assas- 
sini rimasero col manico dei coltelli in mano, a 
guardarsi in faccia. 

— Ho capito ; — disse allora uno di loro — bi- 
sogna impiccarlo. Impicchiamolo ! 

— Impicchiamolo — ripetè l' altro. 

Detto fatto gii legarono le mani dietro le spal- 
le, e passatogli un nodo scorsoio intorno alla 
~^gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una 
grossa pianta detta la Quercia grande. 



87 — 



Poi si posero là, sedati sulPerba, aspettando 
che il burattino facesse l' ultimo Sgambetto : ma 
il burattino dopo tre ore aveva sempre gli occbi 
aperti, la bocca chiusa e sgambettava più che mai. 

Annoiati finalmen- 
te di aspettare, si vol- 
tarono a Pinocchio e '^ 
gli dissero sghignaz- 
zando : 

— Addio a domani. 
Quando domani tor- 
neremo qui, si spera 
che ci farai la garba- 
tezza di farti trovare 
belP e morto e con la 
bocca spalancata. — 

E se ne andarono. 

Intanto s' era leva- 
to un venjo impetuo- 
so di tramontana, che 
soffiando e mug- 
ghiando con 
rabbia, sbatac- 
chiava 
^in qua e 
in là il 
povero 




— 88 — 

impiccato, facendolo dondolare violentemente 
come il battaglio d'una campana che suona a 
festa. E quel dondolìo gli cagionava acutissimi 
spasimi, e il nodo scorsoio, stringendosi sempre 
I)iù alla gola, gli toglieva il respiro. 

A poco a poco gli ocelli gli si afjpannarono ; 
e sebbene sentisse avvicinarsi la morte, pure spe- 
rava sempre che da un momento a un altro sa- 
rebbe capitata qualche anima pietosa a dargli 
aiuto. 

Ma quando, aspetta aspetta, vide che non com- 
pariva nessuno, proprio nessuno, allora gli tornò 
in mente il suo povero babbo.... e balbettò quasi 
moribondo : 

— Oh babbo mio ! se tu fossi qui !.,. — 

E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli oc- 
chi, aprì la bocca, stirò le gambe, e dato un 
grande scrollone, rimase lì come intirizzito. 



j 



XYI. 

La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burat- 
tino : lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se 
sia vivo o morto. 

In quel mentre che il povero Pinocchio im- 
piccato dagli assassini a un ramo della Quercia 
grande, pareva oramai più morto che vivo, la 
bella Bambina dai calvelli turchini si affacciò dac- 
capo alla finestra, e impietositasi alla vista di 
queir infelice che, sospeso per il collo, ballava il 
trescone alle ventate di tramontana, battè per 
tre volte le mani insieme, e fece tre piccoli colpi. 

A questo segnale si sentì un gran rumore di 
ali che volavano con foga precipitosa, e un 
grosso Falco venne a posarsi sul davanzale della 
finestra. 

— Che cosa comandate, mia graziosa Fata? 
— disse il Falco abbassando il becco in atto di 
riverenza; i)erchè bisogna sapere, che la Bam- 
bina dai capelli turchini, non era altro, in fin 
dei conti, che una buonissima Fata, che da i)iù 
di mill'anni aì)itava nelle vicinanze di quel bosco. 



— 9Ò — 

— Vedi tu quel burattino attaccato penzoloni 
a un ramo della Quercia grande? 

— Lo vedo. A^-^^ 

— Orbene: vola subito laggiù; rompi col tuo 




fortissimo becco il nodo 
elle lo tiene sospeso in 
aria, e posalo delicata- 
mente sdraiato sull'erba, 
a pie della Quercia. — 
Il Falco volò via, e 
dopo due minuti tornò 
dicendo : 

— Quel elle mi avete 
comandato è fatto. 

— E come Phai tro- 
vato? Vivo o morto! 

— A vederlo pareva morto, ma non dev'essere 
ancora morto perbene, perchè appena gli bó 
sciolto il nodo scorsoio che lo stringeva intorno 
alla gola, ha lasciato andare un sospiro, balbet- 
tando a mezza voce: « Ora mi sento meglio!... » — 







Un grosso Falco venne a posarsi 
sai davanzale della finestra. 



— 91 — 

Allora la Fata, battendo le mani insieme, fece 
dne piccoli colpi, e apparve un magnifico Can- 
barbone, che camminava ritto sulle gambe di 
dietro, tale e quale come se fosse un uomo. 

Il Can-barbone era vestito da cocchiere in li- 
vrea di gala. Aveva in capo un nicchiettiuo a_ 
tre punt^ gallonato d'oro, una parrucca bionda 
coi riccioli che gli scendevano giù per il collo, 
una giubba color di cioccolata coi bottoni di 
brillanti e con due grandi tasche per tenervi gli 
ossi, che gli regalava a pranzo la padrona, un 
paio di òalzon corti di velluto cremisi, le calze 
di seta, gli scarpini scollati, e di dietro una specie 
di federa da ombrelli, tutta di raso turchino, per 
mettervi dentro la coda, quando il tempo co- 
minciava a piovere. 

-—• Su da bravo, Medoro! — disse la Fata al 
Can-barbone. — Fa' subito attaccare la più bella 
carrozza della mia scuderia e prendi la via del 
bosco. Arrivato che sarai sotto la Quercia grande, 
troverai disteso sull'erba un povero burattino 
mezzo morto. Raccoglilo con garbo, posalo pari 
pari sui cuscini della carrozza e portamelo qui. 
Hai capito ì — 

Il Can-barbone, per fare intendere che aveva ca- 
pito, dimenò tre o quattro volte la fodera di raso 
turchino, che aveva dietro, e partì coinè un barbero. 



— 92 — 

Di lì a poco, si vide uscire dalla scuderia uua 
bella carrozzina color dell'aria, tutta imbottita 
di penne di canarino e foderata nell'interno di 
panna montata e di crema coi savoiardi. La car- 
rozzina era tirata da cento pariglie di topini 




,Ì__^^V\jI!,-5.V.t\ 

II Can-barbone parti come nn barbero. 



l)i anelli, e il Oan-barbone, seduto a cassetta, 
schioccava la frusta a destra e a sinistra, come 
un vetturino quand'ha paura di aver fatto tardi. 

Non era ancora passato un quarto d'ora che 
la carrozzina tornò, e la Fata, che stava aspet- 
tando sull' uscio di casa, prese in collo il povero 
burattino, e portatolo in una cameretta che 
aveva le pareti di madreperla, inandò subito a 
chiamare i medici più famosi del vicinato. 

E i medici arrivarono subito uno dopo l'altro: 
arrivò cioè, un Corvo, una Civetta e un Grillo- 
parlante. 



— 93 — 

— Vorrei saper da lor signori — disse la Fata, 
rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al letto 
di Pinoccliio — vorrei sapere da lor signori se 
questo disgraziato burattino sia vivo o morto !... — 




La Fata prese in collo il povero burattino. 

A quest'invito, il Corvo, facendosi avanti per 
il primo, tastò il polso a Pinocchio, poi gli tastò 
il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quan- 
d'ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente 
queste parole: 

— A mio credere il burattino è beli' e morto: 
ma se per disgrazia non fosse morto, allora sa- 
rebbe indizio sicuro che è sempre vivo! 



o-^v^ 



^ 94 — 



— Mi dispiace — disse la Civetta — di dover 
contraddire il Corvo, raio illustre amico e collega ; 
per me, invece, il burattino è sempre vivo; ma 
se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe 
segno che è morto davvero. 

— E lei non dice nulla ì — domandò la Fata 
al Grillo-parlante. 

— Io dico che il medico prudente, quando non 
sa quello clie dice, la miglior cosa che possa fare, 
è quella di stare zitto. Del resto quel burattino 
lì, non m'è fìsonomia nuova: io lo conosco da 
un pezzo ! — 

Pinocchio, che fin allora era stato immobile 
come un vero pezzo di legno, ebbe una specie 
di fremito convulso, che fece scuotere tutto il 
letto. 

— Quel burattino lì — seguitò a dire il Grillo- 
parlante — è una birba matricolata.... — 

Pinocchio aprì gli occhi e li richiuse subito. 

— È un monellaccio, uno svogliato, un vaga- 
bondo.... — // ' i 

Pinocchio si nascose la faccia sotto i lenzuoli. 

— Quel burattino lì è un figliuolo disubbi- 
diente, che farà morire di crepacuore il suo po- 
vero babbo !... — 

A questo punto si sentì nella camera un suono 
soffocato di pianti e^inghiozzi. Figuratevi come 



— 95 — 

rimasero tutti, allorcliè, sollevati un poco i len- 
zuoli, si accorsero che quello che piangeva ^ 
singhiozzava era Pinocchio. 

— Quando il morto piange è segno che è in 
via di guarigione — disse solennemente il Corvo. 

— Mi duole di contraddire il mio illustre amico 
e collega, — soggiunse la Civetta — ma per me 
quando il morto piange, è segno che gli dis^jiace 
a morire. — 



XVIT. 

Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi ; però 
quando vede i becchini che vengono a portarlo via, allora 
si purga. Poi dice una bugia e per gastigo gii cresce il naso. 

Appena i tre medici furono usciti di camera, 
la Fata si accostò a Pinocchio, e, dopo averlo 
toccato sulla fronte, si accòrse che era trava- 
gliato da un febbrone da non si dire. 

Allora sciolse un certa polverina bianca in un 
mezzo bicchier d'acqua, e porgendolo al burat- 
tino, gli disse amorosamente: 

— Bevila, e in pochi giorni sarai guarito. — 
Pinocchio guardò il bicchiere, storse un po' la 

bocca, e poi domandò con voce di i)iaguisteo; 

— È dolce o amara ì 

— È amara, ma ti farà bene. 

— Se è amara non la voglio. 

— Da' retta a me: bevila. 

— A me l'amaro non mi piace. 

— Bevila: e quando l'avrai bevuta, ti darò 
una pallina di zucchero, i3er rifarti la bocca. 

— Dov'è la pallina di zucchero? 



I 



— 97 — . 

— Eccola qui — disse la Fata, tii*andola fuori 
da uua zuccheriera d'oro. 

— Piima voglio la pallina di zucchero, e poi 
beverò quell' acquacela amara.... 

— Me lo prometti? 

— Sì.... — 

La Fata gli dette la pallina, e Pinocchio dopo 
averla sgranocchiata e ingoiata in un attimo, disse 
leccandosi i labbri: 

— Bella cosa se anche lo zucchero fosse una 
medicina !... Mi purgherei tutt' i giorni. 

— Ora mantieni la promessa e bevi queste 
poche gocciole d' acqua, che ti renderanno la sa- 
lute. — 

Pinocchio prese di mala voglia il bicchiere in 
mano e vi ficcò dentro la punta del naso: poi 
se l'accostò alla bocca: poi tornò a ficcarci la 
punta del naso: finalmente disse: 

— È troppo amara! troppo amara! Io non la 
posso bere. 

— Come fai a dirlo, se non l'hai nemmeno as- 
saggiata'? 

— Me lo figuro! L'ho sentita all'odore. Voglio 
I)rima un' altra pallina di zucchero.... e poi la be- 
verò! — 

Allora la Fata, con tutta la pazienza di una 
buona mamma, gli pose in bocca un altro po' di 



— 08 — 

zucchero; e dopo gli x>reseiitò daccapo il bic- 
cliiere. 

— Così non lo posso bere! — disse il burat- 
tino, facendo mille smorfie. 

— Perchè? 

— Perchè mi dà noia quel guanciale che ho 
laggiù sui piedi. — 

La Fata gli levò il guanciale. 

— È inutile! I^emmeno così la posso bere. 

— Ohe cos'altro ti dà noia? 

— Mi dà noia l'uscio di camera, che è mezzo 
aperto. — 

La Fata andò, e chiuse l'uscio di camera. 

— Insomma, — gridò Pinocchio dando in uno 
scoppiordipianto — quest' acquacela amara, non 
la voglio bere, no, no, no!... 

— Eagazzo mio, te ne pentirai.... 

— Non me n'importa.... 

— La tua malattia è grave. 

— Non me n'importa 

— La febbre ti porterà in poche ore all'altro 
mondo.... 

— Non me n'importa.... 

— Non hai paura della morte? 

— Nessuna paura! Piuttosto morire, che be- 
vere quella medicina cattiva. — 

A questo punto, la porta della camera si spa- 



— 99 — 



lancò, ed entrarono dentro quattro conigli neri 
come Pincliiostro, che portavano sulle sx)alle una 
piccola bara da morto. 







Entrarono dentro quattro conigli neri come l'inchiostro. 



— Che cosa volete da me? — gridò Pinocchio, 
rizzandosi tutto impaurito a sedere sul letto. 

— Siamo venuti a prenderti — rispose il co- 
niglio più grosso. 



— 100 — 

— A prendermi ? Ma io non sono ancora morto!... 

— Ancora no: ma ti restano pochi momenti di 
vita, avendo tn ricusato di bevere la medicina, che 
ti avrebbe guarito dalla febbre! 

— O Fata mia, o Fata mia! — cominciò al- 
lora a strillare il burattino — datemi subito quel 
bicchiere.... Spicciatevi, per carità, perchè non 
voglio morire, no.... non voglio morire. — 

E preso il bicchiere con tutt'e due le mani, 
lo votò in un fiato. 

— Pazienza ! — dissero i conigli. — Per questa 
volta abbiamo fatto il viaggio a ufo. — E tiratisi 
di nuovo la piccola bara sulle spalle, uscirono di 
camera bofonchiando e mormorando fra i denti. 

Fatto sta che di lì a pochi minuti. Pinocchio 
saltò giù dal letto, belP e guarito; perchè biso- 
gna sapere che i burattini di legno hanno- il 
]3rivilegio di ammalarsi di rado e di guarire pre- 
stissimo. 

E la Fata, vedendolo correre e ruzzare per la 
camera, vispo e allegro come un gallettino di 
l)rimo canto, gli disse: 

— Dunque la mia medicina t'ha fatto bene 
davvero 1 

— Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo! 

— E allora come mai ti sei fatto tanto pre- 
gare a beveria? 



— 101 - 

^— Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Ab- 
biamo più paura delle medicine che del male. 

— Vergogna ! I ragazzi dovrebbero sapere che 
un buon medicamento preso a tempo, può sal- 
varli da una grave malattia e fors' anche dalla 
morte.... 

— Oh! ma un'altra volta non mi farò tanto 
pregare ! Mi rammenterò di quei conigli neri, con 
la bara sulle spalle.... e allora piglierò subito il 
bicchiere in mano e giù.... 

— Ora vieni un po' qui da me, e raccontami 
come andò che ti trovasti fra le mani degli as- 
sassini. 

— Gli andò, che il burattinaio Mangiafoco, mi 
dette cinque monete d' oro, e mi disse : — To', por- 
tale al tuo babbo! — e io, invece, per la strada 
trovai una Volpe e un Gatto, due persone molto 
per bene, che mi dissero: — Vuoi che codeste 
monete diventino mille e duemila! Vieni con noi, 
e ti condurremo al Campo dei miracoli. — E io 
dissi, andiamo; — e loro dissero: — Fermiamoci 
qui all' osteria del Gambero Eosso, e dopo la mez- 
zanotte ripartiremo. — E io quando mi svegliai, 
non c'erano più, perchè erano partiti. Allora io 
cominciai a camminare di notte, che era un buio 
che pareva impossibile, per cui trovai per la 
strada due assassini dentro due sacchi da car- 



— 102 — 

bone, che mi dissero: — Metti fuori i quattrini; 

— e io dissi : — non ce n' ho ; — perchè le mo- 
nete d'oro me l'ero nascoste in bocca, e uno 
degli assassini si provò a mettermi le mani in 
bocca, e io con un morso gli staccai la mano e 
poi la sputai, ma invece di una mano sputai 
uno zampetto di gatto. E gli assassini a cor- 
rermi dietro, e io corri che ti corri, finché mi 
raggiunsero, e mi legarono per il collo a un al- 
bero di questo bosco col dire; — Domani torne- 
remo qui, e allora sarai morto e colla bocca 
aperta, e così ti porteremo via le monete d' oro 
che hai nascoste sotto la lingua — 

— E ora le quattro monete dove le hai messe ? 

— gli domandò la Fata. 

— Le ho perdute! — rispose Pinocchio; ma 
disse una bugia, ijerchè invece le aveva in tasca. 

Appena detta la bugia il suo naso, che era già 
lungo, gli crebbe subito due dita di più. 

— E dove le hai perdute! 

— Nel bosco qui vicino. — 

A questa seconda bugia, il naso seguitò a cre- 
scere. 

— Se le hai perdute nel bosco vicino — disse 
la Fata — le cercheremo e le ritroveremo: per- 
chè tutto quello che si perde nel vicino bosco, 
si ritrova sempre. 



— 103 — 

— Ah! ora che mi rammento bene — replicò 
il bnrattino imbrogliandosi — le quattro monete 
non le ho perdute, ma senza avvedermene, le ho 
inghiottite mentre bevevo la vostra medicina. — 




Il naso gli si allangò in nn modo così straordinario.... 



A questa terza bugia, il naso gli si allungò in 
un modo così straordinario, che il povero Pinoc- 
chio non poteva più girarsi da nessuna parte. 
Se si voltava di qui, batteva il naso nel letto o 
nei vetri della finestra, se si voltava di là, lo 
batteva nelle pareti o nella porta di camera, se 



— 104 — 

alzava un po' di più il capo, correva il rischio 
di ficcarlo in un occhio alla Fata. 
E la Fata lo guardava e rideva. 

— Perchè ridete I — gli domandò il burattino, 
tutto confuso e impensierito di quel suo naso che 
cresceva a occhiate. 

— Kido della bugia che hai detto. 

— Come mai sapete che ho detto una bugia! 

— Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono su- 
bito, perchè ve ne sono di due specie: vi sono 
le bugie che hanno le gambe cort-e, e le bugie 
che hanno il navSO lungo: la tua per l'appunto 
è di quelle che hanno il naso lungo. — 

Pinocchio, non sapendo i3Ìù dove nascondersi 
per la vergogna, si provò a fuggire di camera, 
ma non gli riuscì. Il suo naso era cresciuto tant/^, 
che non passava più dalla porta. 



XVIII. 

Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a scniiiiare 
le quattro monete nel Campo dei miracoli. 

Come jjotete immaginarvelo, la Fata lasciò che 
il burattino piangesse e urlasse una buona mez- 
z' ora a motivo di quel suo naso che non passava 
più dalla porta di camera: e lo fece per dargli 
una severa lezione e perchè si correggesse dal 
brutto vizio di dire bugie, il più brutto vizio che 
possa avere un ragazzo. Ma quando lo vide tra- 
sfigurato e cogli occhi fuori della testa dalla gran 
disperazione, allora, mossa a pietà, battè le mani 
insieme, e a quel segnale entrarono in camera 
dalla finestra un migliaio di grossi uccelli chia- 
mati Picchi, i quali, ijosatisi tutti sul naso di 
Pinocchio, cominciarono a beccarglielo tanto e 
poi tanto, che in pochi minuti quel naso enorme 
e spropositato si trovò ridotto alla sua grandezza 
naturale. 

^— Quanto siete buona. Fata mia, — disse il 
burattino, asciugandosi gli occhi — e quanto 
bene vi voglio! 



— 106 — 

— Ti voglio bene anch' io, — rispose la Fata 
— e se tu vuoi rimanere con me, tu sarai il mio 
fratellino e io la tua buona sorellina.... 

— Io resterei volentieri.... ma il mio povero 
babbo! 

— Ho pensato a tutto. Il tuo babbo è stato 
digià avvertito : e prima che faccia notte, sarà qui. 

— Davvero? — gridò Pinocchio, saltando dal- 
l' allegrezza. — Allora, Fatina mia, se vi conten- 
tate, vorrei andargli incontro ! ITon vedo l' ora di 
poter dare un bacio a quel povero vecchio, che 
ha sofferto tanto per me! 

— Va' pure, ma bada di non ti sperdere. Prendi 
la via del bosco, e sono sicura che lo incontrerai. — 

Pinocchio partì : e appena entrato nel bosco, 
cominciò a correre come un capriòlo. Ma quando 
fu arrivato a un certo punto, quasi in faccia alla 
Quercia grande, si fermò, perchè gli parve di 
aver sentito gente fra mezzo alle frasche. Difatti 
vide apparire sulla strada, indovinate chi ?... la 
Volpe e il Gatto, ossia i due compagni di viag- 
gio coi quali aveva cenato all' osteria del Gam- 
bero rosso. 

— Ecco il nostro caro Pinocchio ! — gridò la 
Volpe, abbracciandolo e baciandolo. — Come mai 
sei qui? 

— Come mai sei qui? — ripetè il Gatto. 



— 107 — 

— È una storia lunga — disse il burattino — 
e ve la racconterò a comodo. Sappiate però che 
V altra notte, quando mi avete lasciato solo sul- 
l'osteria ho trovato gli assassini per la strada.... 

— Gli assassini!... Oh j)overo amico! E che 
cosa volevano! 




— Ecco il nostro caro Pinocchio ! — gridò la Volpe, abbracciandolo. 



— Mi volevano rubare le monete d' oro. 

— Infami!... — disse la Volpe. 

— Infamissimi! — ripetè il Gatto. 

— Ma io cominciai a scappare — continuò a 
dire il burattino — e loro sempre dietro : tinche 
mi raggiunsero e m' impiccarono a un ramo di 
quella quercia.... — 



— 108 — 

E Pinoccliio accennò la Quercia grande, clic 
era lì a due passi. 

— Si può sentir di peggio? — disse la Volpe. 
— In che mondo siamo condannati a vivere! Dove 
troveremo un rifugio sicuro noi altri galantuo- 
mini ? — 

Nel tempo che parlavamo così, Pinocchio si 
accòrse che il gatto era zoppo dalla gamba de- 
stra davanti, perchè gli mancava in fondo tutto 
lo zampetto cogli unghioli ; per cui gli domandò : 

— Ohe cosa hai fatto del tuo zampetto? — 
Il gatto voleva rispondere qualche cosa, ma 

s' imbrogliò. Allora la Volpe disse subito : 

— Il mio amico è troppo modesto, e per que- 
sto non risponde. Eisponderò io per lui. Sappi 
dunque che un' ora fa abbiamo incontrato sulla 
strada un vecchio lupo, quasi svenuto dalla fame, 
che ci ha chiesto un po' d'elemosina. Non avendo 
noi da dargli nemmeno una lisca di pesce, che 
cosa ha fatto l'amico mio, che ha davvero un 
cuore di Cesare? Si è staccato coi denti uno 
zampetto delle sue gambe davanti e 1' ha get- 
tato a quella povera bestia, perchè potesse sdi- 
giunarsi. — 

E la Volpe, nel dir così si rasciugò una lagrima. 
Pinocchio, commosso anche lui, si avvicinò al 
Gatto, sussurrandogli negli orecchi: 



— 109 — 

— Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i 
topi ! 

— E ora che cosa fai in questi luoglii ì — do- 
mandò la Volpe al burattino. 

— Aspetto il mio babbo, che deve arrivare qui 
di momento in momento. 

— E le tue monete d' oro ? 

— Le lio sempre in tasca, meno una che la 
spesi all' osteria del Gambero rosso. 

— E pensare che, invece di quattro monete, 
potrebbero diventare domani mille 4 duemila! 
Perchè non dai retta al mio consiglio? Perchè 
non vai a scDiinarle nel Campo dei miracoli? 

— Oggi è impossibile: vi anderò un altro giorno. 
' — Un altro giorno sarà tardi ! — disse la Volpe. 

— Perchè? 

— Perchè quel campo è stato comprato da un 
gran signore, e da domani in là non sarà j)iii per- 
messo a nessuno di seminarvi i denari. 

— Qiiant' è distante di qui il Camx)o dei mira- 
coli ? 

— Due chilometri appena. Vuoi venire con 
noi ? Fra mezz' ora sei là : semini subito le quat- 
tro monete: dopo pochi minuti ne raccogli due- 
mila, e stasera ritorni qui con le tasche i)iene. 
Vuoi venire con noi? — 

Pinocchio esitò un poco a rispondere, perchè 



— no — 

gli tornò in mente la buona Fata, il veccliio Gep- 
petto e gli avvertimenti del Grillo-parlante; ma 
poi finì col fare come fanno tutti i ragazzi senza 
un/ fìl di giudizio e senza cuore; finì, cioè, col 
dare una scrollatina di capo, e disse alla Volpe 
e al Gatto: 

— Andiamo pure ; io vengo con voi. — 
, E partirono. 

Dopo aver camminato una mezza giornata ar- 
rivarono a una città che aveva nome « Acchiap- 
pacitrulli. » Appena entrato in città. Pinocchio 
vide tutte le strade popolate di cani spelacchiati, 
che sbadigliavano dall' appetito, di pecore tosate, 
che tremavano dal freddo, e di galline rimaste 
senza cresta e senza bargigli, che chiedevano 
V elemosina d' un chicco di granturco, di grosse 
farfalle che non potevano più volare, perchè ave- 
vano venduto le loro bellissime ali colorite, di 
pavoni tutti scodati, che si vergognavano a farsi 
vedere, e di fagiani che zampettavano cheti cheti, 
rimpiangendo le loro scintillanti penne d' oro e 
d'argento, ormai perdute per sempre. 

In mezzo a questa folla di accattoni e di po- 
veri vergognosi, passavano di tanto in tanto al- 
cune carrozze signorili con entro o qualche Volpe, 
o qualche Gazza ladra, o qualche uccellacelo di 
rapina. 



— Ili — 

— E il Campo dei miracoli dov'è? — domandò 
Pinocchio. 

— È qni a dne passi. — 

Detto fatto traversarono la città, e, usciti fuori 







Vide tutte le strade popolate di cani spelacchiati. 

delle mura, si fermarono in un campo solitario 
che, su per giù, somigliava a tutti gli altri cami>i. 

— Eccoci giunti; — disse la Volpe al burat- 
tino — ora chinati giù a terra, scava con le mani 
una piccola Ijuca nel campo, e mettici dentro le 
monete d' oro. — 

Pinocchio obbedì. Scavò la buca, ci pose le 



— 112 — 

quattro monete d'oro che gli erano rimaste: e 
dopo ricoprì la buca con un po' di terra. 

— Ora poi — disse la Volpe — va' alla gora 
qui vicina,, prendi una secchia d'acqua e annaf- 
fia il terreno dove hai seminato. — 

Pinocchio andò alla gora, e perchè non aveva 
lì per lì una secchia, si levò di piedi una cia- 
batta, e riempitala d' acqua, annaffiò la terra che 
colpiva la buca. Poi domandò: 

— C'è altro da fare? 

— Nient' altro ; — rispose la Volpe — ora pos- 
siamo andar via. Tu poi ritorna qui fra una ven- 
tina di minuti, e troverai l'arboscello già spuntato 
dal suòlo e coi rami tutti carichi di monete. — 

Il povero burattino, fuori di sé dalla gran con- 
tentezza, ringraziò mille volte la Volpe e il Gatto, 
e promise loro un bellissimo regalo. 

— ì^oì non vogliamo regali; — risposero que'due 
malanni — a noi ci basta di averti insegnato il 
modo di arricchire senza durar fatica, e siamo con- 
tenti come pasque. — 

Ciò detto salutarono Pinocchio, e augurandogli 
una buona raccolta, se ne andarono per i fatti loro. 



XIX. 

Pinocchio è derubato delle sue monete d' oro, o por gastigo 
si busca quattro mesi di prigione. 

Il burattino, ritornato in città, cominciò a con- 
tare i minuti a uno a uno: e quando gli parve 
che fosse l'ora, riprese subito la strada che me- 
nava al Campo dei miracoli. 

E mentre camminava con passo frettoloso, il 
cuore gli batteva forte e gli faceva tic, tac, tic, tac, 
come un orologio da sala, quando corre davvero. 
E intanto pensava dentro di sé: 

— E se invece di mille monete ne trovassi su 
i rami dell'albero duemila?... E se invece di due- 
mila, ne trovassi cinquemila! e se invece di cin- 
quemila, ne trovassi centomila? O che bel signore, 
allora, che diventerei!... Vorrei avere un bel pa- 
lazzo, mille cavallini di legno e mille scuderie, per 
potermi baloccare, una cantina di rosolii e di ai- 
chermes, e una libreria tutta piena di canditi, di 
torte, di panettoni, di mandorlati e di cialdoni 
colla panna. — 



114 — 



Così fantasticando, giunse in vicinanza del 
campo, e lì si fermò a guardare se per caso avesse 
potuto scorgere qualche albero coi rami caricld di 




^- = ■•% ^f'W'f^" I . t"*^'- 

^ j" -- I..II 

Tirò fuori una mano di tasca 
e 8i dette una lunghissima grattatiua di capo. 



monete: ma non vide nulla. Fece altri cento passi 
in avanti, e nulla; entrò sul campo.... andò proprio 
su quella piccola buca, dove aveva sotterrato i 
suoi zecchini, e nulla. Allora diventò pensieroso, e, 



— 115 — 

dimenticando le regole del Galateo e della buona 
creanza, tirò fuori una mano di tasca e si dette 
una lunghissima grattatina di capo. 

In quel mentre sentì fischiarsi negli orecchi 
una gran risata: e voltandosi in su, vide sopra 
un albero un grosso pappagallo, che si si3olli- 
nava le poche penne che aveva addosso. 

— Perchè ridi? — gli domandò Pinocchio con 
voce di bizza. 

— Kido, perchè nello spollinarmi mi son fatto 
il solletico sotto le ali. — 

Il burattino non rispose. Andò alla gora e riem- 
pita d'acqua la solita ciabatta, si pose nuova- 
mente ad annaftìare la terra, che ricopriva le mo- 
nete d'oro. 

Quand'ecco che un'altra risata, anche più im- 
pertinente della prima, si fece sentire nella so- 
litudine silenziosa di quel campo. 

— Insomma, — gridò Pinocchio arrabbiandosi 
— si può sapere. Pappagallo mal educato, di che 
cosa ridi? 

— Eido di quei barbagianni, che credono a 
tutte le scioccherie e che si lasciano trappolare 
da chi è più furbo di loro. 

— Parli forse di me I 

— Sì, parlo di te, povero Pinocchio : di te che 
sei così dolce di sale, da credere che i denari si 



— IIG — 

possano seminare e raccogliere nei campi, come 
si seminano i fagiuoli e le zucche. Anch'io l'ho 
creduto una volta, e oggi ne porto le pene. Oggi 
(ma troppo tardi !) mi son dovuto persuadere che 
per mettere insieme onestamente pochi soldi bi- 
sogna saperseli guadagnare o col lavoro delle 
proprie mani o coli' ingegno della propria testa. 

— !N'on ti capisco — disse il burattino, che già 
cominciava a tremare dalla paura. 

— Pazienza ! Mi spiegherò meglio — soggiunse 
il Pappagallo. — Sappi dunque che, mentre tu eri 
in città, la Volpe e il Gatto sono tornati in que- 
sto campo : hanno preso le monete d' oro sotter- 
rate, e poi sono fuggiti come il vento. E ora, 
chi li raggiunge è bravo ! — 

Pinocchio restò a bocca aperta, e non volendo 
credere alle parole del Pappagallo, cominciò colle 
mani e colle unghie a scavare il terreno che aveva 
annaffiato. E scava, scava, scava, fece una buca 
così profonda, che ci sarebbe entrato per ritto un 
pagliaio: ma le monete non c'erano più. 

Preso allora dalla disperazione, tornò di corsa 
in città e andò difilato in tribunale, per denun- 
ziare al giudice i due malandrini, che lo avevano 
derubato. 'v 

Il giudice era uno scimmione della razza dei 
Gorilla ; un vecchio scimmione rispettabile per la 



— 117 — 

sua grave età, per la sua barba bianca e special- 
mente per i suoi occhiali d' oro, senza vetri, che 
era costretto a portare continuamente, a motivo 
d'una flussione d'occhi, che lo tormentava da pa- 
recchi anni. 




m\m 






Pinocchio, alla presenza del giudice 
raccontò per filo e per segno l' iniqua frode. 



Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò 
per filo e per segno l' iniqua frode, di cui era stato 
vittima; dette il nome, il cognome e i connotati 
dei malandrini, e finì chiedendo giustizia. 

Il giudice lo ascoltò con molta benignità; prese 
vivissima parte al racconto: s'intenerì^, si com- 

8 



— 118 — 

mosse : e quando il burattino non ebbe più nulla 
da dire, allungò la mano e sonò il campanello. 

A quella scampanellata comparvero subito due 
can mastini vestiti da gì andarmi. 

Allora il giudice, accennando Pinoccliio ai gian- 
darmi, disse loro: 

— Quel povero diavolo è stato derubato di quat- 
tro monete d' oro : pigliatelo dunque, è mettetelo 
subito in ])rigione. — 

Il burattino, sentendosi dare questa sentenza 
fra capo e collo, rimase di i3rincisbecco e voleva 
protestare: ma i giandarmi, a scanso di perdi- 
temj)i inutili, gli tapparono la bocca e lo con- 
dussero in gattabuia. 

E lì v'ebbe a rimanere quattro mesi: quattro 
lunghissimi mesi : e vi sarebbe rimasto anche di 
lùù, se non si fosse dato un caso fortunatissimo. 
Perchè bisogna sapere che il giovane Imperatore 
che regnava nella città di AcchiappacitruUi, aven- 
do riportato una bella vittoria contro i suoi ne- 
mici, ordinò grandi feste pubbliche, luminarie, 
fuochi artificiali, corse di barberi e di velocipedi, 
e in segno di maggiore esultanza, volle che fos- 
sero aperte anche le carceri e mandati fuori tutti 
i malandrini. 

— Se escono di prigione gli altri, voglio uscire 
anch' io — disse Pinoccliio al carceriere. 



— 121 — 

— Voi no, — rispose il carceriere — perchè 
voi non siete del bel numero.... 

— Domando scusa; — replicò Pinocchio — sono 
un malandrino anch'io. 




Gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia. 

— In questo caso avete mille ragioni, — disse 
il carceriere; e levandosi il berretto rispettosa- 
mente e salutandolo, gli ai)rì le porte della pri- 
gione e lo lasciò scappare. 



XX. 

Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata ; 
ma lungo la strada trova un serpente orribile, e poi rimane 
preso alla tagliuola. 

Figuratevi l'allegrezza di Pinocchio quando 
si sentì libero. Senza stare a dire che è e che 
non è, uscì subito fuori della città e rijjrese la 
strada che doveva ri condurlo alla Casina della 
Fata. 

A cagione del tempo i)iovigginoso, la strada 
era diventata tutta un pantano e ci si andava 
fino a mezza gamba. 

Ma il burattino non se ne dava per inteso. 

Tormentato dalla passione di rivedere il suo 
babbo e la sua sorellina dai capelli turchini, cor- 
reva a salti come un can levriero, e nel correre 
le pillacchere gli schizzavano fin sopra il ber- 
retto^ Intanto andava dicendo fra sé e sé : 

— Quante disgrazie mi sono accadute.... Pj me 
le merito ! perchè io sono un burattino testardo e 
I)iccoso..., voglio far semijre tutte le cose a modo 



— 123 — 

mio, senza dar retta a quelli che mi voglion bene 
e che hanno mille volte più giudizio di me !... Ma 
da questa volta in là, faccio proponimento di cam- 
biar vita e di diventare un ragazzo ammodo e 
ubbidiente!... Tanto ormai ho beli' e visto che i 
ragazzi, a essere disubbidienti, ci scapitano sem- 
pre e non ne infilano mai una per il su' verso. E il 
mio babbo mi avrà aspettato?... Ce lo troverò a 
casa della Fata ? È tanto tempo, pover' uomo, che 
non lo vedo più, e che mi struggo di fargli mille 
carezze e di finirlo dai baci ! E la Fata mi per- 
donerà la brutta azione che le ho fatta?... E pen- 
sare che ho ricevuto da lei tante attenzioni e 
tante cure amorose.... e pensare che se oggi son 
sempre vivo, lo debbo a lei ! Ma si può dare un 
ragazzo più ingrato e più senza cuore di me?... — 

IS'el tempo che diceva così, si fermò tutt'a un 
tratto spaventato, e fece quattro passi indietro. 

Che cosa aveva veduto? 

Aveva veduto un grosso serpente, disteso at- 
traverso alla strada, che aveva la x>elle verde, 
gli occhi di fuoco e la coda appuntata che gli 
fumava come una cappa di camino. 

Impossibile immaginarsi la paura del burat- 
tino: il quale, allontanandosi più di mezzo chi- 
lometro, si mise a sedere sopra un monticello di 
sassi, aspettando che il serpente se ne andasse 



— 124 — 

una buona volta per i fatti suoi e lasciasse li- 
bero il passo della strada. 

Aspettò un'ora; due ore: tre ore: ma il ser- 
pente era sempre là, e anche di lontano, si ve- 
deva il rosseggiare de' suoi occhi di fuoco e la 
colonna di fumo che gli usciva dalla punta della 
coda. 

Allora Pinoccbio, figurandosi di aver corag- 
gio, si avvicinò a pochi passi di distanza, e fa- 
cendo una vocina dolce, insinuante e sottile, disse 
al serpente: 

— Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il 
piacere di tirarsi un pochino da una i^arte, tanto 
da lasciarmi passare? — 

Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse. 
Allora riprese colla solita vocina: 

— Deve sapere, signor Serpente, che io vado 
a casa, dove c'è il mio babbo che mi aspetta e 
che è tanto tempo che non lo vedo più !... Si con- 
tenta dunque, che io seguiti per la mia strada? — 

Asj)ettò un seguo di risposta a quella domanda: 
ma la risposta non venne: anzi il serpente, che 
fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò 
immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiu- 
sero, e la coda gli smesse di fumare. 

— Ohe sia morto davvero? — disse Pinocchio, 
dandosi una fregatina di mani dalla gran con- 



— 125 — 



lentezza ; e senza mettere tempo in mezzo, fece 
l'atto di scavalcarlo, per passare dall'altra parte 
della strada. Ma non aveva ancora finito di al- 
zare la gamba, che il Serpente si rizzò all'im- 







Cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada..,. 

provviso come una molla scattata: e il burat- 
tino, nel tirarsi indietro spaventato, inciampò e 
cadde per terra. 

E per l'appunto cadde così male, che restò 
col capo conficcato nel fango della strada e colle 
gambe ritte su in aria. 

Alla vista di quel burattino, che sgambettava 



— 120 — 

a capofitto con una velocità incredibile, il ser- 
pente fu preso da una tal convulsione di risa che 
ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo 
ridere, gli si strappò una vena sul petto : e quella 
volta morì davvero. 

Allora Pinocchio ricominciò a correre per ar- 
rivare a casa della Fata avanti che si facesse buio. 
Ma lungo la strada, non potendo più reggere ai 
morsi terribili della fame, saltò in un campo col- 
P intenzione di cogliere poche ciocche d'uva mo- 
scadella. Non l'avesse mai fatto! 

Appena giunto sotto la vite, crac,.,, sentì strin- 
gersi le gambe da due ferri taglienti, che gli fe- 
cero vedere quante stelle c'erano in cielo. 

Il povero burattino era rimasto preso a una 
tagliuola appostata là da alcuni contadini per 
beccarvi alcune grosse faine, che erano il fla- 
gello di tutti i polli del vicinato. 



XXI. 

Piuocchio è preso d.i un contadino, il quale lo costringo 
a far da can di guardia a un pollaio. 

Pinoccliio, come potete fignrarvelo, si détte a 
piangere, a strillare, a raccomandarsi: ma erano 
l)ianti e grida inutili, perchè lì all'intorno non 
si vedevano case, e dalla strada non passava ani- 
ma viva. 

Intanto si fece notte. 

Un po' per lo spasimo della taglinola che gli 
segava gli stinchi, e un po' per la paura di tro- 
varsi solo e al buio in mezzo a quei campi, il 
burattino principiava quasi a svenirsi: quando a 
un tratto, vedendosi passare una lucciola di sul 
capo, la chiamò e le disse: 

— O lucciolina, mi faresti la carità di liberarmi 
da questo supplizio!... 

— Povero figliuolo l — replicò la lucciola, fer- 
mandosi impietosita a guardarlo. — Come mai sei 
rimasto colle gambe attanagliate fra cotesti ferri 
arrotati I 

— Sono entrato nel campo per cogliere due 
grappoli di quest'uva moscadella, e.... 



— 128 — 

— Ma V uva era tua ? 

— No.... 

— E allora chi t' ha insegnato a portar via la 
roba degli altri?... 

— Avevo fame.... 

— La fame, ragazzo mio, non è una buona ra- 
gione per potersi appropriare la roba che non 
è nostra... 

— È vero, è vero! — gridò Pinocchio pian- 
gendo — ma un' altra volta non lo farò più. — 

A questo punto il dialogo fu interrotto da un 
piccolissimo rumore di passi, che si avvicinavano. 
Era il padrone del campo che veniva in punta di 
piedi a vedere se qualcuna di quelle faine, che gli 
mangiavano di nottetempo i polli, fosse rimasta 
presa al trabocchetto della tagliuola. 

E la sua maraviglia fu grandissima quando, ti- 
rata fuori la lanterna di sotto al pastrano, s' ac- 
còrse che, invece di una faina, c'era rimasto preso 



un ragazzo. 



— Ah, ladracchiòlo ! — disse il contadino in- 
collerito — dunque sei tu che mi porti via le 
galline ? 

. — Io no, io no ! — gridò Pinocchio, singhioz- 
zando. — Io sono entrato nel campo per prendere 
soltanto due grappoli d'uva! 

— Ohi ruba l' uva è capacissimo di rubare an- 



— 129 — 



elle i polli. Lascia fare a me, che ti darò una le- 
zione da ricordartene per un pezzo. — 
E aperta la tagliuola, afferrò il burattino per 







'ili 



^^0 



v^ 



— Ab, ladracchiòlo ! dnnque sei tu che mi porti via le galline? 

la collottola e lo portò di peso fino a casa, come 
si porterebbe un agnellino di latte. 

Arrivato che fu sull'aia dinanzi alla casa, lo 
scaraventò in terra: e tenendogli un piede sul 
collo, gli disse: 

— Oramai è tardi e voglio andare a letto. I no- 



— 130 — 

stri conti gli aggiusteremo domani. Intanto, sic- 
come oggi m'è morto il cane che mi faceva la 
guardia di notte, tu prenderai subito il suo po- 
sto. Tu mi farai da cane di guardia. — 




•Q- ^^^ 






— Tu puoi andare a cuccia in quel casotto di leguo. 

Detto fatto, gì' infilò al collo un grosso collare 
tutto coperto di spunzoni d'ottone, e glielo strinse 
in modo, da non poterselo levare passandoci la 
testa di dentro. Al collare c'era attaccata una 
lunga catenella di ferro : e la catenella era fissata 
nel muro. 

— Se questa notte — disse il contadino — co- 
minciasse a i^iovere, tu puoi andare a cuccia in 



— 131 — 

quel casotto di legno, dove e' è sempre la paglia 
che ha servito di letto per quattro anni al mio po- 
vero cane. E se per disgrazia venissero i ladri, ri- 
cordati di stare a orecchi ritti e di abbaiare. — 

Dopo quest' ultimo avvertimento, il contadino 
entrò in casa chiudendo la porta con tanto di cate- 
naccio : e il povero Pinocchio rimase accovacciato 
sulP aia più morto che vivo, a motivo del freddo, 
della fame e della paiu'a. E di tanto in tanto cac- 
ciandosi rabbiosamente le mani dentro il collare, 
che gli serrava la gola, diceva piangendo: 

— Mi sta bene!... Pur troppo mi sta bene! Ho 
voluto fare lo svogliato, il vagabondo.... ho voluto 
dar retta ai cattivi compagni, e per questo la for- 
tuna mi perseguita sempre. Se fossi stato un ra- 
gazzino per bene, come ce n'è tanti; se avessi 
avuto voglia di studiare e di lavorare, se fossi 
rimasto in casa col mio povero babbo, a quest'ora 
non mi troverei qui, in mezzo ai campi, a fare 
il cane di guardia alla casa di un contadino. Oh 
se potessi rinascere un' altra volta!... Ma oramai 
è tardi e ci vuol pazienza! — 

Fatto questo piccolo sfogo, che gli venne pro- 
prio dal cuore, entrò dentro il casotto e si addor- 
mentò. 



XXIL 

Pinocchio scuopre i ladri, e in ricompensa di essere stato fedele 
vien posto in libertà. 

Ed era già più di due ore che dormiva sapo- 
ritamente, quando verso la mezzanotte fu sve- 
gliato da un bisbiglio e da un pissi-pissi di vocine 
strane, che gli parve di sentir nell'aia. Méssa fuori 
la punta del naso dalla buca del casotto, vide riu- 
nite a consiglio quattro bestiole di pelame scuro 
che parevano gatti. Ma non erano gatti: erano 
faine, animaletti carnivori, ghiottissimi d'uova e 
di pollastrine giovani. Una di queste faine, stac- 
candosi dalle sue compagne, andò alla buca del 
casotto, e disse sottovoce: 

— Buona sera, Melampo. 

— Io non mi chiamo Melampo — rispose il bu- 
rattino. 

— O dunque chi sei? 

— Io sono Pinocchio. 

— E che cosa fai costì ì 

— Faccio il cane di guardia. 

— O Melampo dov'è! dov'è il vecchio cane, 
che stava in questo casotto? 



— 133 — 

— È morto questa mattina. 

— Morto ? povera bestia !... Era tanto buono !... 
Ma giudicandoti dalla fìsonomia, anche te mi 
sembri un cane di garbo. 

— Domando scusa, io non sono un cane!... 

— O chi sei ? 




Una di queste faine, staccandosi dalle sne compagne 
andò alla buca del catotto. 



— Io sono un burattino. 

— É fai da cane di guardia ? 

— Pur troppo : per mia punizione !... 

— Ebbene, io ti propongo gli stessi patti che 
avevo col defunto Melampo, e sarai contento. 

— E questi patti sarebbero ? 

— Noi verremo una volta la settimana, come 
per il passato, a visitare di notte questo pollaio 
e porteremo via otto galline. Di queste galline, 



— 134 - 

sette le mangeremo noi, e una la daremo a te, a 
condizione, s' intende bene, che tu faccia fìnta di 
dormire e non ti venga mai l'estro di abbaiare 
e di svegliare il contadino. 

— E Melampo faceva proprio così! — domandò 
Pinoccliio. 

— Faceva così, e fra noi e lui, siamo andati 
sempre d'accordo. Dormi dunque tranquillamen- 
te, e stai sicuro che prima di partire di qui ti 
lasceremo sul casotto una gallina beli' e pelata 
per la colazione di domani. Gi siamo intesi bene? 

— Anche troppo bene!... — rispose Pinocchio : 
e tentennò il capo in un certo modo minaccioso, 
come se avesse voluto dire : — Fra poco ci ripar- 
leremo !... — 

Quando le quattro faine si credettero sicure 
del fatto loro, andarono difilato al pollaio, che 
rimaneva appunto vicinissimo al casotto del cane; 
e aperta a furia di denti e di unghioli la por- 
ticina di legno, che ne chiudeva l'entrata, vi 
sgusciarono dentro, una dopo l'altra. Ma non 
erano ancora finite d' entrare, che sentirono la 
porticina richiudersi con grandissima violenza. 

Quello che l'aveva richiusa era Pinocchio; il 
quale, non contento di averla richiusa, vi passò 
davanti per maggior sicurezza una grossa pietra, 
a guisa di puntello. 

E poi cominciò ad abbaiare : e, abbaiando prò- 



— 135 — 

prio (ìome se fosse un cane di guardia, faceva 
colla voce: hù-bù-Mi-Mi, 

A quella abbaiata, il contadino saltò il letto, 
e preso il fucile e affacciatosi alla finestra, do- 
mandò : 

— Ohe e' è di nuovo ? 

— 01 sono i ladri ! — rispose Pinocchio. 

— Dove sono ? 

— Nel pollaio. 

— Ora scendo subito. — 

E difatti, in men che si dice amen, il conta- 
dino scese: entrò di corsa nel pollaio, e dopo 
avere acchiappate e rinchiuse in un sacco le quat- 
tro faine, disse loro con accento di vera con- 
tentezza : 

— Alla fine siete cascate nelle mie mani ! Po- 
trei punirvi, ma sì vii non sono ! Mi contenterò, 
invece, di portarvi domani all'oste del vicino 
paese, il quale vi spellerà e vi cucinerà a uso 
lepre dolce e forte. È un onore che non vi me- 
ritate, ma gli uomini generosi come me non ba- 
dano a queste piccolezze !... — 

Quindi, avvicinatosi a Pinocchio, cominciò a 
fargli molte carezze, e fra le altre cose, gli do- 
mandò : 

— Oom' hai fatto a scoprire il complotto di que- 
ste quattro ladroncelle? E dire che Melampo, il mio 
fidoMelampo, non s'era mai accorto di nulla!... — 



— 136 — 

Il burattino, allora, avrebbe potuto raccontare 
quel che sapeva ; avrebbe potuto, cioè, raccontare 
i patti vergognosi che passavano tra il cane e le 
faine; ma ricordandosi che il cane era morto, pensò 
subito dentro di sé: — A che serve accusare i 
morti !.. I morti son morti, e la miglior cosa che 
si possa fare è quella di lasciarli in pace!... 

— All' arrivo delle faine sulF aia, eri sveglio o 
dormivi? — continuò a chiedergli il contadino. 

— Dormivo : — rispose Pinocchio — ma le faine 
mi hanno svegliato coi loro chiacchiericci, e una 
è venuta fin qui al casotto per dirmi : « Se pro- 
metti di non abbaiare, e di non svegliare il pa- 
drone, noi ti regaleremo una pollastra beli' e pe- 
lata ! » Capite, eh ? Avere la sfacciataggine di 
fare a me una simile proposta! Perchè bisogna 
sapere che io sono un burattino, che avrò tutti 
i difetti di questo mondo: ma non avrò mai quello 
di star di balla e di reggere il sacco alla gente 
disonesta! 

— Bravo ragazzo ! — gridò il contadino, bat- 
tendogli sur una spalla. — Cotesti sentimenti ti 
fanno onore: e per provarti la mia grande sod- 
disfazione, ti lascio libero lìn d'ora di tornare 
a casa. — 

E gli levò il collare da cane. 






XXIII. 

Piiioccliio picange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: 
poi trova un Colombo, che lo porta sulla riva del mare, e lì si 
getta nell'acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto. 

Appena Pinocchio non sentì più il peso duris- 
simo e umiliante di quel collare intorno al collo, 
si pose a scappare attraverso ai campi, e non si 
fermò un solo minuto fìncliè non ebbe raggiunta 
la strada maestra, che doveva ricondurlo alla Ca- 
sina della Fata. 

Arrivato sulla strada maestra, si voltò in giù 
a guardare nella sotto^josta pianura, e vide be- 
nissimo, a occhio nudo, il bosco dove disgrazia- 
tamente aveva incontrato la Voli)e e il Gatto: 
vide, fra mezzo agli alberi, inalzarsi la cima di 
quella Quercia grande, alla quale era stato ap- 
peso ciondoloni per il collo; ma, guarda di qui, 
guarda di là, non gli fu possibile di vedere la pic- 
cola casa della bella Bambina dai capelli turchini. 

Allora ebbe una specie di tristo presentimento ; 
e datosi a correre con quanta forza gli rimaneva 
nelle gambe, si trovò in pochi minuti sul prato. 



— 138 — 

dove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la 
Casina bianca non e' era più. C era, invece, una 
piccola pietra di marmo, sulla quale si leggevano 
in carattere stampatello queste dolorose parole: 

QUI aiACE 

LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI 

MORTA DI DOLORE 

PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO 

FRATELLINO PINOCCHIO. 

Come rimanesse il burattino, quand' ebbe com- 
pitate alla peggio quelle parole, lo lascio pensare 
a voi. Cadde bocconi a terra, e coprendo di mille 
baci quel marmo mortuario, détte in un grande 
scoppio di pianto. Pianse tutta la notte, e la mat- 
tina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre, 
sebbene negli occhi non avesse più lacrime : e le 
sue grida e i suoi lamenti erano così strazianti 
ed acuti, che tutte le colline all'intorno ne ri- 
petevano l'eco. 

E piangendo diceva: 

« O Fatina mia, perchè sei mortai., perchè, in- 
vece di te, non sono morto io, che sono tanto cat- 
tivo, mentre tu eri tanto buona?... E il mio babbo 
dove sarà? O Fatina mia, dimmi dove posso tro- 
varlo, che voglio stare sempre con lui, e non la- 
sciarlo più! più! più!... O Fatina mia, dimmi che 



— 139 — 

non è vero che sei morta!... Se davvero mi vuoi 
bene.... se vuoi bene al tuo fratellino, rivivisci.... 
ritorna viva come prima ! ì^on ti dispiace a ve- 
dermi solo, abbandonato da tutti?... Se an-ivano 
gli assassini, mi attaccheranno daccapo al ramo 







— O Fatina mia perchè sei morta? 



dell'albero.... e allora morirò per sempre. Ohe vuoi 
che io faccia qui solo in questo mondo ? Ora che 
ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da man- 
giare? Dove anderò a dormire la notte? Ohi mi 
farà la giacchettina nuova? Oh! sarebbe meglio, 
cento volte meglio, che morissi anch'io ! Sì, voglio 
morire! ih! ih! ih! » 
E mentre si disperava a questo modo, fece l'atto 



— 140 — 

di volersi strappare i capelli: ma i suoi capelli, 
essendo di legno, non potè nemmeno levarsi il 
gusto di ficcarci dentro le dita. 

Intanto passò su per aria un grosso Colombo, 
il quale soifermatosi, a ali distese, gli gridò da 
una grande altezza: 

— Dimmi, bambino, che cosa fai costaggiù ì 

— Non lo vedi? piango! — disse Pinocchio al- 
zando il capo verso quella voce, e strofinandosi 
gli occhi colla manica della giacchetta. 

— Dimmi, — soggiunse allora il Colombo — 

> ■- 

^ non conosci per caso fra i tuoi compagni, un bu- 
rattino, che ha nome Pinocchio? 

— Pinocchio?... Hai detto Pinocchio? — ripetè 
il burattino saltando subito in piedi. — Pinocchio 
sono io! — 

Il Colombo, a questa risposta, si calò veloce- 
mente e venne a posarsi a terra. Era più grosso 
di un tacchino. 

— Conoscerai dunque anche Geppetto ? — do- 
mandò al burattino. 

— Se lo conosco ! È il mio povero babbo ! Ti 
ha forse parlato di me? Mi conduci da lui? ma 
è sempre vivo? rispondimi, per carità; è sem- 
pre vivo? 

— L' ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia 
del mare. 



— 141 — 

— Che cosa faceva? 

— Si fabbricava da sé una piccola barchetta, 
per traversare l'Oceano. Quel pover'uomo sono 
più di quattro mesi che gira per il mondo in cerca 
di te: e non avendoti potuto mai trovare, ora si 
è messo in capo di cercarti nei paesi lontani del 
nuovo mondo. 

— Quanto e' è di qui alla spiaggia? — domandò 
Pinocchio con ansia affettuosa. 

— Più di mille chilometri. 

— Mille chilometri? O Colombo mio, che bella 
cosa potessi avere le tue ali!... 

— Se vuoi venire, ti ci porto io. 

— Come? 

— A cavallo sulla mia groppa. Sei peso di- 
molto? 

— Peso ? tutt' altro ! Son leggiero come una fo- 
glia. — 

E lì, senza stare a dir altro. Pinocchio saltò 
sulla groppa al Colombo ; e messa una gamba di 
qui e l'altra di là, come fanno i cavallerizzi, gridò 
tutto contento : « Galoppa, galoppa, cavallino, che 
mi preme di arrivar presto !... » Il Colombo prese 
l'aìre e in pochi minuti arrivò col volo tanto in 
alto, che toccava quasi le nuvole. Giunto a quel- 
l'altezza straordinaria, il burattino ebbe la curio- 
sità di voltarsi in giù a guardare: e fu preso da 



— 142 — 

tanta paura e da tali giracapi, clie per evitare il 
pericolo di venir di sotto, si avviticchiò colle brac- 
cia, stretto stretto, al collo della sua piumata ca- 
valcatura. \ 





iiiastri 

Si avviticchiò colle braccia, stretto stretto, al collo 
della sua piamata cavalcatura. 



Volarono tutto il giorno. Sul far della sera, il 
Colombo disse: 

— Ho una gran sete! 

— E io una gran fame! — soggiunse Pinocchio. 



— 143 — . 

— Fermiamoci a questa colombaia pochi mi- 
nuti ; e dopo ci rimetteremo in viaggio, per essere 
domattina all'alba sulla spiaggia del mare. — 

Entrarono in una colombaia deserta, dove c'era 
soltanto una catinella piena d'acqua e un cestino 
ricolmo di vecce. 

Il burattino, in tempo di vita sua, non aveva 
mai potuto patire le vecce: a sentir lui, gli fa- 
cevano nausea, gli rivoltavano lo stomaco: ma 
quella sera ne mangiò a strippapelle, e quando 
l'ebbe quasi finite, si voltò al Colombo e gli disse : 

— IiTon avrei mai creduto clie le vecce fossero 
così buone! 

— Bisogna persuadersi, ragazzo mio, — replicò 
il Colombo — cbe quando la fame dice davvero 
e non c'è altro da mangiare, anche le vecce di- 
ventano squisite! La fame non ha capricci né 
ghiottonerie ! — 

Fatto alla svelta un piccolo spuntino, si ripo- 
sero in viaggio, e via! La mattina dopo arrivarono 
sulla spiaggia del mare. 

Il Colombo posò a terra Pinocchio, e non vo- 
lendo nemmeno la seccatura di sentirsi ringra- 
ziare per aver fatto una buona azione, riprese 
subito il volo e sparì. 

La spiaggia era piena di gente che urlava e 
gesticolava, guardando verso il mare. 



— 144 — 

— Ohe cos' è accaduto ì — domandò Pinoccliio 
a un.veccliiua. 

— Gli è accaduto che un povero babbo, avendo 
perduto il figliuolo, gli è voluto entrare in una 
barchetta per andare a cercarlo di là dal mare; 
e il mare oggi è molto cattivo e la barchetta 
sta per andare sott'acqua.... 

— Dov' è la barchetta 1 

— Eccola laggiù, diritta al mio dito — disse 
la vecchia, accennando una piccola barca che, 
veduta a quella distanza pareva un guscio di 
noce con dentro un omino piccino piccino. 

Pinocchio appuntò gli occhi da quella parte, 
e dopo aver guardato attentamente, cacciò un 
urlo acutissimo gridando: 

— Gli è il mi' babbo ! gli è il mi' babbo ! — 
Intanto la barchetta, sbattuta dall' infuriare del- 
l' onde, ora spariva fra i grossi cavalloni, ora tor- 
nava a galleggiare: e Pinocchio, ritto sulla pimta 
di un alto scoglio, non finiva più dal chiamare il 
suo babbo per nome, e dal fargli molti segnali 
colle mani e col moccichino da naso e perfino 
col berretto che aveva in capo. 

E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lon- 
tano dalla spiaggia, riconoscesse il figliuolo, per- 
chè si levò il berretto anche lui e lo salutò e, a 
furia di gesti, gli fece capire che sarebbe tornato 



— 145 — 

volentieri indietro, ma il mare era tanto grosso, 
elle gì' impediva di lavorare col remo e di ijotersi 
avvicinare alla terra. 




Pinòcchio, non finiva più dal oùiamare il suo babbo per nome. 



Tutt'a un tratto venne nna terribile ondata, e 
la barca sparì. Aspettarono che la barca tornasse 
a galla: ma la barca non si vide più tornare. 

— Pover'nomo — dissero allora i pescatori. 



— 146 — 

che erano raccolti sulla spiaggia; e brontolando 
sottovoce una preghiera, si mossero per tornar- 
sene alle loro case. 

Quand'ecco che udirono un urlo disperato, e 
voltandosi indietro, videro un ragazzetto che, di 
vetta a uno scoglio si gettava in mare gridando : 

— Voglio salvare il mio babbo! — 
Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava 

facilmente e nuotava come un pesce. Ora si ve- 
deva sparire sott'acqua, portato dall'impeto dei 
flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con 
un braccio, a grandissima distanza dalla terra. 
Alla fine lo persero d' occhio, non lo videro più. 

— Povero ragazzo ! — dissero allora i pesca- 
tori, che erano raccolti sulla spiaggia; e bronto- 
lando sottovoce una preghiera, tornarono alle loro 
case» 



XXIV. 

Pinocchio arriva all'isola delle « Api industriose » 
e ritrova la Fata. 

Pinocchio, animato dalla speranza di arrivare 
in tempo a dare aiuto al suo povero babbo, nuotò 
tutta quanta la notte. 

E che orribile nottata fu quella! Diluviò, gran- 
dinò, tuonò spaventosamente e con certi lampi, 
che pareva di giorno. 

Sul far del mattino, gli riuscì di vedere poco 
distante una lunga striscia di terra. Era un'isola 
in mezzo al mare. 

Allora fece di tutto per arrivare a quella spiag- 
gia: ma inutilmente. Le onde, rincorrendosi e 
accavallandosi, se lo abballottavano fra di loro, 
come se fosse stato un fuscello o un fìl di paglia. 
Alla fine, e per sua buona fortuna, venne un'on- 
data tanto prepotente e impetuosa, che lo scara- 
ventò di peso sulla rena del lido. 

Il colpo fu così forte, che battendo in terra, gli 



— 148 — 

crocchiarono tutte le costole e tutte le congiun- 
ture; ma si consolò subito col dire: — Anclie per 
questa volta l'ho scampata bella! — 

Intanto a poco a poco il cielo si rasserenò; il 
sole apparve fuori in tutto il suo splendore, e il 
mare diventò tranquillissimo e buono come un olio. 

Allora il burattino distese i suoi panni al sole 
per rasciugarli, e si pose a guardare di qua e di 
là se per caso avesse potuto scorgere su quella 
immensa spianata d' acqua una piccola barchetta 
con un omino dentro. Ma dopo aver guardato ben 
bene, non vide altro dinanzi a se che cielo, mare 
e qualche vela di bastimento, ma così lontana 
lontana, che pareva una mosca. 

— Sai)essi almeno come si chiama quest'isola! 
— andava dicendo. — Sapessi almeno se que- 
st'isola è abitata da gente di garbo, voglio dire 
da gente che non abbia il vizio di attaccare i ra- 
gazzi ai rami degli alberi ! ma a chi mai posso do- 
mandarlo? a chi, se non c'è nessuno?... — 

Quest'idea di trovarsi solo, solo, solo, in mezzo 
a quel gran paese disabitato, gli messe addosso 
tanta malinconia, che stava lì lì per piangere; 
quando tutt'a un tratto vide passare, a poca di- 
stanza dalla riva, un grosso pesce che se ne an- 
dava tranquillamente per i fatti suoi con tutta 
la testa fuori dell'acqua. 



— 149 — 

Kon sapendo come chiamarlo per nome, il bu- 
rattino gli gridò a voce alta, per farsi sentire: 

— Ehi, signor pesce, che mi permetterebbe una 
parola ? 

— Anche due — rispose il pesce, il quale era 
un Delfino così garbato, come se ne trovano po- 
chi in tutti i mari del mondo. 

— Mi farebbe il piacere di dirmi se in que- 
st' isola vi sono dei paesi dove si possa mangiare, 
senza pericolo d' esser mangiati ? 

— Ve ne sono sicuro ! — rispose il Delfino. — 
Anzi, ne troverai uno poco lontano di qui. 

— E che strada si fa per andarvi? 

— Devi prendere quella viottola là, a mancina, 
e camminare sempre diritto al naso. Non puoi 
sbagliare. 

— Mi dica un' altra cosa. Lei che passeggia 
tutto il giorno e tutta la notte per il mare, non 
avrebbe incontrato per caso una piccola barchet- 
tina con dentro il mi' babbo ? 

— E chi è il tuo babbo! 

— Gli è il babbo più buono del mondo, come 
io sono il figliuolo più cattivo che si possa dare. 

— Golia burrasca che ha fatto questa notte — 
rispose il Delfino — la barchetta sarà andata sot- 
t' acqua. 

— E il mio babbo? 

, 10 



— 150 -^ 

— A quest' ora V avrà inghiottito il terribile 
Pesce-cane, clie da qualche giorno è venuto a 
spargere lo sterminio e la desolazione nelle no- 
stre acque. 

— Ohe è grosso dimolto questo Pesce-cane ? — 




Arrivederla, signor pesce : scasi tanto l' incomodo, e mille grazie 
della sna garbatezza. 



domandò Pinocchio, che di già cominciava a tre- 
mare dalla paura. 

— Se gli è grosso!... — replicò il Delfino. — 
Perchè tu possa fartene un' idea, ti dirò che è più 
grosso di un casamento di cinque piani, ed ha una 
boccaccia così larga e profonda, che ci passerebbe 
comodamente tutto il treno della strada ferrata 
colla macchina accesa 



— 151 — 

— Mamma mia! — gridò spaventato il burat- 
tino ; e rivestitosi in fretta e furia, si voltò al Det- 
tino e gli disse: 

— Arrivederla, signor pesce: scusi tanto l'in- 
comodo, e mille gTazie della sua garbatezza. — 

Detto ciò prese subito la viottola e cominciò a 
camminare di un passo svelto: tanto svelto, cbe 
pareva quasi che corresse. E a ogni più piccolo ru- 
more elle sentiva, si voltava subito a guardare in- 
dietro, per la paura di vedersi inseguire da quel ter- 
ribile Pesce-cane grosso come una casa di cinque 
piani e con un treno della strada ferrata in bocca. 

Dopo aver camminato più di mezz'ora, arrivò 
a un piccolo paese detto « il paese delle Api in- 
dustriose. » Le strade formicolavano di persone 
che correvano di qua e di là per le loro faccende : 
tutti lavoravano, tutti avevano qualche cosa da 
fare. ì^on si trovava un ozioso o un vagabondo 
nemmeno a cercarlo col lumicino. 

— Ho capito ; — disse subito quello svogliato 
di Pinocchio — questo paese non è fatto per me ! 
Io non son nato per lavorare! — 

Intanto la fame lo tormentava, perchè erano 
oramai passate venti quattr' ore che non aveva 
mangiato i)iù nulla; nemmeno una pietanza di 
vecce. 

Che fare? 



— 152 — 

Non gii restavano che due modi per potersi 
sdigiunare: o chiedere un po' di lavoro, o chiedere 
in elemosina un soldo o un boccon di pane. 

A chiedere l'elemosina si vergognava: perchè 
il suo babbo gli aveva predicato sempre che l'ele- 
mosina hanno il diritto di chiederla solamente i 
vecchi e gl'infermi. I veri poveri, in questo mondo, 
meritevoli di assistenza e di compassione, non 
sono altro che quelli che, per ragione d' età o di 
malattia si trovano condannati a non potersi più 
guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani. 
Tutti gli altri hanno l'obbligo di lavorare; e se 
non lavorano e patiscono la fame tanto peggio 
per loro. 

In quel frattempo, passò per la strada un uomo 
tutto sudato e trafelato, il quale da se solo tirava 
con gran fatica due carretti carichi di carbone. 

Pinocchio, giudicandolo alla fìsonomia per un 
buon uomo, gli si accostò e, abbassando gli occhi 
dalla vergogna, gli disse sottovoce: 

— Mi fareste la carità di darmi un soldo per- 
chè mi sento morir dalla fame? 

— Non un soldo solo, — rispose il carbonaio 
— ma te ne do quattro, a patto che tu m' aiuti a 
tirare fino a casa questi due carretti di carbone. 

— Mi meraviglio! — rispose il burattino quasi 
offeso ; — per vostra regola io non ho fatto mai 
il somaro; io non ho mai tirato il carretto! 



— 153 



— Meglio per te! — rispose il carbonaio. — 
Allora, ragazzo mio, se ti senti davvero morir dalla 
fame, mangia due belle fette della tua superbia e 
bada di non prendere un'indigestione. — 




— Mi fareste la carità di darmi un soldo perchè mi sento 
morir dalla fame? 



Dopo pochi minuti passò per la via un mura- 
tore, che portava sulle spalle un corbello di calcina. 

— Fareste, galantuomo, la carità d' un soldo a 
un 1)0 vero ragazzo, che sbadiglia dall'appetito? 

— Volentieri ; vieni con me a portar calcina, 

— rispose il muratore — e invece d' un soldo, te 
ne darò cinque. 

— Ma la calcina è pesa, — replicò Pinocchio 

— e io non voglio durar fatica. 



— 154 — 

— Se non vuoi durar fatica, allora, ragazzo mio, 
divertiti a sbadigliare, e buon prò ti faccia. — 

In nien di mezz' ora passarono altre venti per- 
sone, e a tutte Pinocchio chiese un po' d' elemo- 
sina, ma tutte gli risposero : 

— ì^on ti vergogni? Invece di fare il bighel- 
lone per la strada, va' piuttosto a cercarti un 
po' di lavoro, e impara a guadagnarti il pane! — 

Finalmente passò una buona donnina, che por- 
tava due brocche d'acqua. 

— Vi contentate, buona donna, che io beva 
una sorsata d'acqua alla vostra brocca? — chiese 
Pinocchio, che bruciava dall'arsione della sete. 

— Bevi pure, ragazzo mio ! — disse la donnina, 
posando le due brocche in terra. 

Quando Pinocchio ebbe bevuto come una spu- 
gna, borbottò a mezza voce, asciugandosi la bocca : 

— La sete me la son levata! Così mi potessi 
levar la fame!... — 

La buona donnina, sentendo queste parole, sog- 
giunse subito: 

— Se mi aiuti a portare a casa una di queste 
brocche d' acqua, ti darò un bel pezzo di pane. — 

Pinocchio guardò la brocca, e non rispose ne 
sì né no. 

— E insieme col pane ti darò un bel piatto di 
cavol fiore condito coli' olio e coli' aceto — sog- 
giunse la buona donna. 



— 155 — 

Pinoccliio détte un' altra occhiata alla brocca, 
e non rispose né sì né no. 

— E dopo il cavol fiore ti darò nn bel con- 
fetto ripieno di rosolio. — 

Alle seduzioni di quest'ultima ghiottoneria, 
Pinocchio non seppe più resistere, e fatto un 
animo risoluto, disse: 

— Pazienza! vi porterò la brocca fino a casa ! — 
La brocca era molto pesa, e il burattino, non 

avendo forza di portarla colle mani, si rassegnò 
a portarla in capo. 

Arrivati a casa, la buona donnina fece sedere 
Pinocchio a una piccola tavola apparecchiata, e 
gli i30se davanti il pane, il cavol fiore condito e 
il confetto. 

Pinocchio non mangiò, ma diluviò. Il suo sto- 
maco pareva un quartiere rimasto vuoto e disa- 
bitato da cinque mesi. 

Calmati a poco a poco i morsi rabbiosi della 
fame, allora alzò il capo per ringraziare la sua 
benefattrice : ma non aveva ancora finito di fis- 
sarla in volto, che cacciò un lunghissimo olilili! 
di maraviglia, e rimase là incantato, cogli occhi 
spalancati, colla forchetta per aria e colla bocca 
piena di pane e di cavol fiore. 

— Ohe cosa è mai tutta questa meraviglia? — 
disse ridendo la buona donna. 

— Egli é.... — rispose balbettando Pinocchio — 



— 156 — 

egli è.... egli è.... che voi mi somigliate.... voi mi 
rammentate.... sì, sì, sì, la stessa voce.... gli stessi 
ocelli.... gli stessi capelli.... sì, sì, sì.... anche voi 
avete i capelli turchini.... come lei! O Fatina 
mia!... o Fatina mia!.,, ditemi che siete voi, pro- 
prio voi !... !N'on mi fate più piangere ! Se sapeste ! 
Ho pianto tanto, ho patito tanto!... — 

E nel dir così, Pinocchio piangeva dirottamen- 
te, e gettatosi ginocchioni per terra abbracciava 
i ginocchi di quella donnina misteriosa. 







XXY. 

Pinocchio promette alla Fata di esser buono o di studiare, 
perchè è stufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo 
ragazzo. 

In sulle prime, la buona donnina cominciò col 
dire che lei non era la piccola Fata dai capelli 
turchini : ma poi, vedendosi ormai scoperta e non 
volendo mandare più in lungo la commedia, tini 
per farsi riconoscere, e disse a Pinocchio: 

— Birba d' un burattino ! Come mai ti sei ac- 
corto che ero io? 

— Gli è il gran bene che vi voglio, quello che 
me l'ha detto. 

— Ti ricordi, eh? Mi lasciasti bambina, e ora 
mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi 
farti da mamma. 

— >E io Pho caro dimolto, perchè cosi, invece 
di sorellina, vi chiamerò la mia mamma. Gli è 
tanto tempo che mi struggo di avere una mamma 
come tutti gli altri ragazzi !... Ma come avete fatto 
a crescere così presto? 



— 158 — 

— È un segreto. 

— Insegnatemelo : vorrei crescere un poco an- 
ch' io. 'Non lo vedete? Son sempre rimasto alto 
come un soldo di cacio. 

— Ma tu non puoi crescere — replicò la Fata. 

— Perchè? 

— Perchè i burattini non crescono mai. Na- 
scono burattini, vivono burattini e muoiono bu- 
rattini. 

— Oh ! sono stufo di far sempre il burattino ! 
— gridò Pinocchio, dandosi uno scappellotto. — 
Sarebbe ora che diventassi anch'io un uomo.... 

— E lo diventerai, se saprai meritarlo.... 

— Davvero? E che posso fare per meritar- 
melo? 

— Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un 
ragazzino perbene. 

— O che forse non lo sono? 

— Tutt' altro ! i ragazzi perbene sono ubbi- 
dienti, e tu invece.... 

— E io non ubbidisco mai. 

— I ragazzi perbene prendono amore allo stu- 
dio e al lavoro, e tu.... 

— E io, invece, faccio il bighellone e il vaga- 
bondo tutto l'anno. 

— I ragazzi perbene dicono sempre la ve- 
rità... 



— 159 — 

— E io sempre le bugie. 

— I ragazzi perbene vanno volentieri alla 
scuola... 

— E a me la scuola mi fa venire i dolori di 
corpo. Ma da oggi in poi voglio mutar vita. 

— Me lo prometti ? 

— Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino 
perbene, e voglio essere la consolazione del mio 
babbo.... Dove sarà, il mio povero babbo, a que- 
st'ora? 

— l!^on lo so. 

— Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e 
abbracciare ì 

— Credo di sì: anzi ne sono sicura. — 

A questa risposta fu tale e tanta la conten- 
tezza di Pinocchio, clie prese le mani alla Fata 
e cominciò a baciargliele con tanta foga, che pa- 
reva quasi fuori di sé. Poi, alzando il viso e guar- 
dandola amorosamente, le domandò: 

— Dimmi, mammina: dunque non è vero che 
tu sia morta? 

— Par di no — rispose sorridendo la Fata. 

— Se tu sapessi che dolore e che serratura alla 
gola che provai, quando lessi qui giace,.., 

— Lo so : ed è per questo che ti ho perdonato. 
La sincerità del tuo dolore mi fece conoscere che 
tu avevi il cuore buono: e dai ragazzi buoni di 



— 160 — 

cuore, anche se sono un po' monelli e avvezzati 
male, c'è sempre da sperar qualcosa: ossia, c'è 




— Dimmi, mammina: dunque non è vero che tu sia morta? 

sempre da sperare che rientrino sulla vera strada. 
Ecco perchè son venuta a cercarti fin qui. Io sarò 
la tua mamma.... 



1 



— 161 — 

— Oli che bella cosa! — gridò Pinocchio sal- 
tando dall' allegrezza. 

— Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che 
ti dirò io. 

— Volentieri, volentieri, volentieri! 

— Fino da domani — soggiunse la Fata — tu 
comincerai coli' andare a scuola. — 

Pinocchio diventò subito un po' meno allegro. 

— Poi sceglierai a tuo piacere un' arte o un 
mestiere.... — 

Pinocchio diventò serio. 

— Ohe cosa brontoli fra i denti? — domandò 
la Fata con accento risentito. 

— Dicevo.... — mugolò il burattino a mezza 
voce — che oramai per andare a scuola mi pare 
un po' tardi.... 

— ISi'ossignore. Tieni a mente che per istruirsi 
e per imparare non è mai tardi. 

— Ma io non voglio fare ne arti né mestieri.... 

— Perchè ? 

— Perchè a lavorare mi par fatica. 

— Kagazzo mio, — disse la Fata — quelli che 
dicono così. Uniscono quasi sempre o in carcere 
o all'ospedale. L'uomo, per tua regola, nasca 
ricco o povero, è obbligato in questo mondo a far 
qualcosa, a occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi 
prendere dall'ozio! L'ozio è una bruttissima ma- 



— 162 — 

lattia e bisogna guarirla subito, fin da bambini ; 
se no, quando siamo grandi non si guarisce più. — 
Queste parole toccarono P animo di Pinocchio, 
il quale, rialzando vivacemente la testa, disse 
alla Fata: 

— Io studierò, io lavorerò, io farò tutto quello 
che mi dirai, perchè insomma, la vita del burat- 
tino mi è venuta a noia, e voglio diventare un 
ragazzo a tutti i costi. Me l'hai promesso, non 
è vero! 

— Te r ho promesso, e ora dipende da te. — 



XXVI. 

Pinocchio va co' suoi compagni di scuola in riva al mare, 
per vedere il terribile Pesce-cane. 

Il giorno dopo Pinoccliio andò alla Scuola co- 
munale. 

Figuratevi quelle birbe di ragazzi, quando vi- 
dero entrare nella loro scuola un burattino ! Fu 
una risata, che non finiva più. Ohi gli faceva uno 
scherzo, chi un altro : chi gli levava il berretto di 
mano : chi gli tirava il giubbettino di dietro ; chi 
si provava a fargli coli' inchiostro due grandi baffi 
sotto il naso, e chi si attentava perfino a legargli 
dei fili ai piedi e alle mani, per farlo ballare. 

Per un poco Pinocchio usò disinvoltura e tirò 
via; ma finalmente, sentendosi scappar la pazienza, 
si rivolse a quelli che più lo tafanavano e si pi- 
gliavano giuoco di lui, e disse loro a muso duro: 

— Badate, ragazzi : io non son venuto qui per 
essere il vostro buffone. Io rispetto gli altri e vo- 
glio esser rispettato. 



— 164 — 

— Bravo Berlicche! Hai parlato come un libro 
stampato ! — urlarono quei monelli, buttandosi 
via dalle matte risate: e uno di loro più imper- 
tinente degli altri, allungò la mano coli' idea di 
prendere il burattino per la punta del naso. 

Ma non fece a tempo: perchè Pinocchio stese 
la gamba sotto la tavola, e gli consegnò una pe- 
data negli stinchi. 

— Ohi ! che piedi duri ! — urlò il ragazzo stro- 
picciandosi il livido che gli aveva fatto il bu- 
rattino. 

— E che gomiti!... anche più duri dei piedi! — 
disse un altro che, per i suoi scherzi sguaiati, s' era 
beccata una gomitata nello stomaco. 

Fatto sta che dopo quel calcio e quella go- 
mitata, Pinocchio acquistò subito la stima e la 
simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tutti gli 
facevano mille carezze e tutti gli volevano un 
ben dell'anima. 

E anche il maestro se ne lodava, perchè lo ve- 
deva attento, studioso, intelligente, sempre il pri- 
mo a entrare nella scuola, sempre l'ultimo a riz- 
zarsi in piedi, a scuola finita. 

Il solo difetto che avesse era quello di bazzi- 
care troppi compagni ; e fra questi e' erano molti 
monelli conosciutissimi per la loro poca voglia di 
studiare e di farsi onore. 



— 165 — 



Il maestro lo avvertiva tutti i giorni, e anche 
la buona Fata non mancava di dirgli e di ripe- 
tergli più volte: 







E anche il maestro se ne lodava, perchè lo vedeva attento, 
studioso, intelligente. 



— Bada, Pinocchio! Quei tuoi compagnacci di 
scuola finiranno, prima o poi, col farti perdere 
l'amore allo studio e, forse forse, col tirarti ad- 
dosso qualche grossa disgrazia. 



11 



— 166 — 

— IS'on e' è pericolo ! — rispondeva il burat- 
tino, facendo una spallucciata, e toccandosi col- 
r indice in mezzo alla fronte, come per dire : « C è 
tanto giudizio qui dentro! » 

Ora avvenne che un bel giorno, mentre cam- 
minava verso la scuola, incontrò un branco dei 
soliti compagni, che, andandogli incontro, gli dis- 
sero : 

— Sai la gran notizia ì 

— ^o. 

— Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce- 
cane grosso come una montagna. 

— Davvero!.. Che sia quel medesimo Pesce- 
cane di quando affogò il mio povero babbo! 

— Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vuoi 
venire anche tu? 

— Io no : voglio andare a scuola. 

— Ohe t'importa della scuola? Alla scuola ci 
anderemo domani. Oon una lezione di più o con 
una di meno, si rimane sempre gli stessi somari. 

— E il maestro che dirà? 

— Il maestro si lascia dire. È pagato apposta 
per brontolare tutti i giorni. 

^ ^ E la mia mamma ? 

— Le mamme non sanno mai nulla — rispo- 
sero quei malanni. 

— Sapete che cosa farò ? — disse Pinocchio. — 



— 167 — 

Il Pesce-cane voglio vederlo per certe mie ra- 
gioni.... ma anderò a vederlo dopo la scuola. 

— Povero giucco ! — ribattè uno del branco. — 
Che credi che un pesce di quella grossezza voglia 
star lì a fare il comodo tuoi Appena s'è annoiato, 




Coi loro libri e i loro quaderni sotto il braccio si messero a correre 
attraverso ai campì. 



piglia il dirizzone per un' altra parte, e allora chi 
s' è visto s' è visto. 

— Quanto tempo ci vuole di qui alla spiaggia? 

— domandò il burattino. 

— Fra un'ora siamo beli' e andati e tornati. 

— Dunque, via ! e chi più corre, è più brav^o ! 

— «Tidò Pinocchio. 



— 168 - 

Dato così il segnale della partenza, quel branco 
di monelli coi loro libri e i loro quaderni sotto il 
braccio si messero a correre attraverso ai campi 
e Pinocchio era sempre avanti a tutti, pareva 
che avesse le ali ai piedi. 

Di tanto in tanto, voltandosi indietro, canzo- 
nava i suoi compagni rimasti a una bella di- 
stanza, e nel vederli ansanti, trafelati, polverosi, 
e con tanto di lingua fuori, se la rideva proprio 
di cuore. Lo sciagurato, in quel momento, non 
sapeva a quali paure e a quali orribili disgrazie 
andava incontro. 



XXVII. 

Grau combattimento fra Pinocchio e i suoi compagni : uno dei 
quali essendo rimasto ferito, Piuoccliio viene arrestato dai 
carabinieri. 

Giunto che fu sulla spiaggia, Piuoccliio détte 
subito una grande occhiata sul mare; ma non vide 
nessun Pesce-cane. Il mare era tutto liscio come 
un gran cristallo da specchio. 

— O il Pesce-cane dov'è! — domandò, voltan- 
dosi ai compagni. 

— Sarà andato a far colazione — rispose uno 
di loro, ridendo. 

— O si sarà buttato sul letto per fare un son- 
nellino — soggiunse un altro, ridendo più forte 
che mai. 

Da quelle risposte sconclusionate e da quelle 
risatacce grulle. Pinocchio capì che i suoi compa- 
gni gli avevano fatto una brutta celia, dandogli 
ad intendere una cosa che non era vera; e piglian- 
dosela a male, disse loro con voce di bizza: 

— E ora? che sugo ci avete trovato a darmi 
ad intendere la storiella del Pesce-cane? 



— 170 — 

— Il sugo c'è sicuro!... — risposero in coro 
quei monelli. 

— E sarebbe? 

— Quello di farti perdere la scuola e di farti 
venire con noi. Non ti vergogni a mostrarti tutti 
i giorni così preciso e così diligente alla lezione? 
Non ti vergogni a studiar tanto, come fai? 

— E se io studio, che cosa ve ne importa? 

— A noi ce ne importa moltissimo, perchè ci 
costringi a fare uua brutta figura col maestro.... 

— Perchè? 

— Perchè gli scolari che studiano, fanno sem- 
pre scomparire quelli, come noi, che non hanno 
voglia di studiare. E noi non vogliamo scompa- 
rire! Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!... 

— E allora che cosa devo fare per contentarvi? 

— Devi prendere a noia, anche tu, la scuola, 
la lezione e il maestro, che sono i nostri tre grandi 
nemici. 

— E se io volessi seguitare a studiare ? 

— Noi non ti guarderemo più in faccia, e alla 
prima occasione ce la pagherai. 

— In verità mi fate quasi ridere — disse il 
burattino con una scrollatina di capo. 

— Ehi, Pinocchio! — gridò allora il più grande 
di quei ragazzi andandogli sul viso. — Non venir 
qui a fare lo smargiasso; non venir qui a far tanto 



— 171 — 

il galletto!... perchè se tu non hai paura di noi, 
neanche noi abbiamo paura di te! Eicordati che 
tu sei solo e noi siamo sette. 

— Sette come i peccati mortali — disse Pinoc- 
chio con una gran risata. 

— Avete sentito ? Gi ha insultati tutti ! Ci ha 
chiamato col nome di peccati mortali!... 

— Pinocchio! chiedici scusa dell'offesa.... e se 
no, guai a te!... 

— Cucii! — fece il burattino, battendosi col- 
l'indice sulla punta del naso, in segno di can- 
zonatura. 

— Pinocchio ! la finisce male !... 

— Cucii! 

— ^e toccherai quanto un somaro !... 

— Cu cu ! 

— Ritornerai a casa col naso rotto!... 

— Cucii ! 

— Ora il Cucù te lo darò io! — gridò il più 
ardito di quei monelli. — Prendi intanto que- 
st' acconto, e serbalo per la cena di stasera. — 

E nel dir così, gli appiccicò un pugno nel capo. 

Ma fu, come si suol dire, botta e risposta; per- 
chè il burattino, com'era da aspettarselo, rispose 
subito con un altro pugno: e lì, da un momento 
all'altro, il combattimento diventò generale e ac- 
canito. 



— 172 — 

Pinocchio, sebbene fosse solo, si difendeva come 
un eroe. Con quei suoi piedi di legno durissimo 
lavorava così bene, da tener sempre i suoi nemici 
a rispettosa distanza. Dove i suoi piedi potevano 
arrivare e toccare, ci lasciavano sempre un livido 
per ricordo. 

Allora i ragazzi indispettiti di non potersi mi- 
surare col burattino a corpo a corpo, pensarono 
bene di metter mano ai proiettili ; e sciolti i fa- 
gotti de' loro libri di scuola, cominciarono a sca- 
gliare contro di lui ì Sillcibari^ le Grammatiche^ 
i Giannettin% ì Minuzzoli, i Racconti del Thouar, 
il Pulcino della Baccini e altri libri scolastici: ma 
il burattino, cbe era d'occhio svelto e ammalizzito, 
faceva sempre civetta a tempo, sicché i volumi, 
passandogli di sopra al capo, andavano tutti a 
cascare nel mare. 

Figuratevi i pesci! I pesci, credendo che quei 
libri fossero roba da mangiare, correvano a frotte 
a fior d'acqua; ma dopo avere abboccata qualche 
pagina o qualche frontespizio, la risputavano su- 
bito, facendo con la bocca una certa smorfia, che 
pareva volesse dire : « N^on è roba per noi : noi 
siamo avvezzi a cibarci molto meglio ! » 

Intanto il combattimento s'inferociva sempre 
più, quand'ecco che un grosso Granchio, che era 
uscito fuori dell'acqua e s'era adagio adagio ar- 



— 173 — 

rampicato fin sulla spiaggia, gridò con una vo- 
ciaccia di trombone infreddato: 
— Smettetela, birichini che non siete altro ! 




Qnand'ecco che un grosso Granchio, che era uscito faori dall'acqua.... 



Queste guerre manesche fra ragazzi e ragazzi 
raramente vanno a finir bene. Qualche disgTazia 
accade sempre!... — 

Povero Granchio ! Fu lo stesso che avesse pre- 
dicato al vento. Anzi, quella birba di Pinocchio, 



— 174 — 

voltandosi indietro a guardarlo in cagnesco, gli 
disse sgarbatamente: 

— Chetati, Granchio dell' uggia ! Faresti me- 
glio a succiare due pasticche di lichene per gua- 
rire da codesta infreddatura di gola. Va' piutto- 
sto a letto, e cerca di sudare!... 

In quel frattempo i ragazzi, che avevano finito 
ormai di tirare tutti i loro libri, occhiarono lì a 
poca distanza il fagotto dei libri del burattino, 
e se ne impadronirono in men che non si dice. 

Fra questi libri, v'era un volume rilegato in 
cartoncino grosso, colla costola e colle punte di 
cartapecora. Era un Trattato di Aritmetica, Vi la- 
scio immaginare se era peso di molto ! 

Uno di quei monelli agguantò quel volume, e 
presa di mira la testa di Pinocchio, lo scagliò 
con quanta forza aveva nel braccio: ma invece 
di cogliere il burattino, colse nella testa uno dei 
compagni, il quale diventò bianco come un panno 
lavato, e non disse altro che queste parole : 

— O mamma mia,... aiutatemi perchè muoio!... 
— Poi cadde disteso sulla rena del lido. 

Alla vista di quel morticino, i ragazzi spaven- 
tati si dettero a scappare a gambe, e in pochi 
minuti non si videro più. 

Ma Pinocchio rimase lì; e sebbene per il do- 
lore e per lo spavento, anche lui fosse più morto 



— 175 — 

che vivo, nondimeno corse ad inzuppare il suo 
fazzoletto nell'acqua del mare, e si pose a ba- 
gnare la tempia del suo povero compagno di 
scuola. E intanto, piangendo dirottamente e di- 
sperandosi, lo chiamava per nome e gii diceva: 

— Eugenio !... povero Eugenio mio !... apri gli 
occhi e guardami!... Perchè non mi rispondi! Non 
sono stato io, sai, che ti ho fatto tanto male! Cre- 
dilo, non sono stato io!... Apri gli occhi, Eugenio.... 
Se tieni gii occhi chiusi, mi farai morire anche 
me.... O Dio mio! come farò ora a tornare a ca- 
sa?... Con che coraggio potrò presentarmi alla mia 
buona mamma? Che sarà di me?... Dove fug- 
girò?... Dove anderò a nascondermi?... Oh quan- 
ta era meglio, mille volte meglio che fossi andato 
a scuola!... Perchè ho dato retta a questi com- 
pagni, che sono la mia dannazione ? E il maestro 
me l'aveva detto!... e la mia mamma me l'aveva 
ripetuto : « Guardati dai cattivi compagni ! » Ma 
io sono un testardo.... un caparbiaccio.... lascio 
dh^ tutti, e poi fo sempre a modo mio ! E dopo 
mi tocca a scontarle.... E così, da che sono al 
mondo, non ho mai avuto un quarto d'ora di 
bene. Dio mio ! Che sarà di me, che sarà di me, 
che sarà di me? — 

E Pinocchio continuava a piang^ere, a berciare, 
a darsi dei pugni nel capo e a chiamar per nome 



— 176 — 

il povero Eugenio, quando sentì a un tratto un 
rumore sordo di passi che si avvicinavano. 
Si voltò: erano due carabinieri. 

— Ohe cosa fai così sdraiato per terra! — do- 
mandarono a Pinocchio. 

— Assisto questo mio compagno di scuola. 

— Ohe gli è venuto male 1 

— Par di sì !... 

— Altro che male ! — disse uno dei carabinieri 
chinandosi e osservando Eugenio da vicino. — 
Questo ragazzo è stato ferito in una tempia : chi 
è che l'ha ferito? 

— Io no! — balbettò il burattino che non aveva 
più fiato in corpo. 

— Se non sei stato tu, chi è stato dunque che 
l'ha ferito? 

— Io no ! — ripetè Pinocchio. 

— E con che cosa è stato ferito ? 

— Con questo libro. — E il burattino rac- 
cattò di terra il Trattato di Aritmetica^ rilegato 
in cartone e cartapecora, per mostrarlo al cara- 
biniere. 

— E questo libro di chi è? 

— Mio. 

— Basta così : non occorre altro. Eizzati su- 
bito, e vien via con noi. 

— Ma io.... 



— 177 — 

— Via con noi!... 

— Ma io sono innocente.... 

— Via con noi ! — 

Prima di partire, i carabinieri chiamarono al- 
cuni pescatori, che in quel momento passavano 
per l'appunto colla loro barca vicino alla si)iag- 
gia, e dissero loro: 

— Vi affidiamo questo ragazzetto ferito nel 
capo. Portatelo a casa vostra e assistetelo. Do- 
mani torneremo a vederlo. — 

Quindi si volsero a Pinocchio, e dopo averlo 
messo in mezzo a loro due, gi' intimarono con ac- 
cento soldatesco: 

— Avanti ! e cammina spedito ! se no, peggio 
per te ! — 

Senza farselo ripetere, il burattino cominciò a 
camminare per quella viottola, che conduceva al 
paese. Ma il povero diavolo non sapeva più nem- 
meno lui in che mondo si fosse. Gli pareva di so- 
gnare, e che brutto sogno ! Era fuori di sé. I suoi 
occhi vedevano tutto doppio: le gambe gli tre- 
mavano: la lingua gli era rimasta attaccata al 
palato e non poteva più spiccicare una sola pa- 
rola. Eppure, in mezzo a quella specie di stu- 
pidità e di rintontimento, una spina acutissima gli 
bucava il cuore: il pensiero, cioè, di dover pas- 
sare sotto le finestre di casa della sua buona fata, 



— 178 — 

in mezzo ai carabinieri. Avrebbe j)ref erito piut- 
tosto di morire. 

Erano già arrivati e stavano per entrare in 




Si volsero a Pinocchio, e dopo averlo messo in mezzo a loro due. 



paese, quando una folata di vento strapazzone 
levò di testa a Pinocchio il berretto, portando- 
glielo lontano una diecina di passi. 



— 179 — 

— Si contentano — disse il burattino ai ca- 
rabinieri — che vada a riprendere il mio ber- 
retto? 

— Vai pnre; ma facciamo una cosa lesta. — 
Il burattino andò, raccattò il berretto.... ma in- 
vece di metterselo in capo, se lo mise in bocca 
fra i denti, e poi cominciò a correre di gran car- 
riera verso la spiaggia del mare. Andava via 
come una palla di fucile. 

I carabinieri, giudicando che fosse difficile rag- 
giungerlo, gli aizzarono dietro un grosso cane 
mastino che aveva guadagnato il inumo i)remio 
a tutte le corse dei cani. Pinocchio correva, e 
il cane correva più di lui; per cui tutta la gente 
si affacciava alle finestre e si affollava in mezzo 
alla strada, ansiosa di veder la fine di un palio 
così inferocito. Ma non potè levarsi questa vo- 
glia, perchè il can mastino e Pinocchio solleva- 
rono lungo la strada un tal polverone, che dopo 
pochi minuti non era possibile di veder più nulla. 



XXYIII. 

Pinocchio corre pericolo di esser fritto in padella, come un pesce. 

Durante quella corsa disperata, vi fa un mo- 
mento terribile, un momento in cui Pinocchio 




Q^A^ 6:\vos\r( 



Sentiva dietro di aè, alla distanza d'un palmo, l'ansare afifannoso 
di quella bestiaccia. 



si credè perduto : perchè bisogna sapere che Ali- 
doro (era questo il nome del can mastino) a fu- 
ria di correre e correre, l'aveva quasi raggiunto. 
Basti dire che il burattino sentiva dietro di sé, 



— 181 — 

alla distanza (rim palmo, l'ansare affannoso di 
quella bestiaccia, e ne sentiva perfino la vami)a 
calda delle fiatate. 

■ Per buona fortuna la spiaggia era oramai vi- 
cina, e il mare si vedeva lì a pocbi passi. 

Appena fu sulla spiaggia, il burattino spiccò 
un bellissimo salto, come avrebbe potuto fare un 
ranocchio, e andò a cascare in mezzo all'acqua. 
Alidoro invece voleva fermarsi: ma trasportato 
dall'impeto della corsa, entrò nell'acqua anche 
lui. E quel disgraziato non sapeva nuotare; per 
cui cominciò subito ad annaspare colle zampe 
per reggersi a galla; ma più annaspava, e più 
andava col capo sott'acqua. 

Quando ritornò a rimettere il cai^o fuori, il 
povero cane aveva gli occhi impauriti e stralu- 
nati, e, abbaiando gridava: 

— Affogo ! affogo ! 

— Crepa! — gli rispose Pinocchio da lontano, 
il quale si vedeva oramai sicuro da ogni pericolo. 

— Aiutami, Pinocchio mio !... salvami dalla 
morte !... — 

A quelle grida strazianti il burattino, che in 
fondo aveva un cuore eccellente, si mosse a com- 
passione, e voltosi al cane, gli disse: 

— Ma se io ti aiuto a salvarti, mi prometti di 
non darmi più noia e di non corrermi dietro I 

12 



— 182 -- 



— Te lo prometto ! te lo prometto ! Spicciati 
per carità, perchè se indugi un altro mezzo mi- 



nuto, son beli' e morto. 



Pinocchio esitò un poco: ma poi ricordandosi 
elle il suo babbo gli aveva detto tante volte che 



Andò nuotando a raggiungere Alidore, e, presolo per la coda.... 

a fare una buona azione non ci si scapita mai, 
andò nuotando a raggiungere Alidoro, e, presolo 
per la coda con tutt' e due le mani, lo portò 
sano e salvo sulla rena asciutta del lido. 

Il povero cane non si reggeva più in piedi. 
Aveva bevuto, senza volerlo, tant' acqua salata, 
che era gonfiato come un pallone. Per altro il 
burattino, non volendo fare a fidarsi troppo, stimò 



— 183 — 

cosa prudente eli gettarsi novamente in mare; 
e allontanandosi dalla spiaggia, gridò all'amico 
salvato : 

— Addio, Alidoro ; fa' buon viaggio, e tanti 
saluti a casa. 

— Addio, Pinocchio, — rispose il cane — mille 
grazie di avermi liberato dalla morte. Tu m'hai 
latto un gran servizio: e in questo mondo quel 
che è fatto è reso. Se capita l'occasione ci ri- 
parleremo.... — 

Pinocchio seguitò a nuotare, tenendosi sem- 
pre vicino alla terra. Finalmente gli parve di 
.,^sser giunto in un luogo sicuro: e dando un'oc- 
chiata alla spiaggia, vide sugli scogli una spe- 
cie di grotta, dalla quale usciva un lunghissimo 
pennacchio di fumo. 

— In quella grotta — disse allora fra se — ci 
deve essere del fuoco. Tanto meglio! anderò a 
rasciugarmi e riscaldarmi, e poi?... e poi sarà 
quel che sarà. — 

Presa questa risoluzione, si avvicinò alla sco- 
gliera; ma quando fu lì per arrampicarsi, sentì 
qualche cosa sotto l' acqua che saliva, saliva, sa- 
liva e lo portava per aria. Tentò subito di fug- 
gire, ma oramai era tardi, perchè con sua gran- 
dissima maraviglia si trovò rinchiuso dentro una 
grossa rete in mezzo a un brulichìo di pesci 



— 184 — 

d'ogui forma e grandezza, clie scodinzolavano 
e si dibattevano come tante anime disperate. 

E nel tempo stesso vide uscire dalla grotta un 
pescatore così brutto, ma tanto brutto, cbe pa- 
reva un mostro marino. Invece di capelli aveva 
sulla testa un cespuglio foltissimo di erba verde; 
verde era la pelle del suo corpo, verdi gli occhi, 
verde la barba lunghissima, che gli scendeva fin 
quaggiù. Pareva un grosso ramarro, ritto sui 
piedi di dietro. 

Quando il pescatore ebbe tirata fuori la rete 
dal mare, gridò tutto contento: 

— Provvidenza benedetta ! Anch' oggi potrò 
fare una bella scorpacciata di pesce! 

— Manco male, che io non sono un pesce! — 
disse Pinocchio dentro di se, ripigliando un po' di 
coraggio. 

La rete piena di pesci fu portata dentro la 
grotta, una grotta buia e affumicata in mezzo 
alla quale friggeva una gran padella d'olio, che 
mandava un odorino di moccolaia, da mozzare il 
respiro. 

— Ora vediamo un po' che pesci abbiamo 
presi ! — disse il pescatore verde ; e ficcando 
nella rete una manona così spropositata, che 
pareva una pala da fornai, tirò fuori una man- 
ciata di triglie. 



— 185 — 

— Buone queste triglie! — disse, guardandole 
e annusandole con compiacenza. E dopo averle 
annusate, le scaraventò in una conca senz'acqua. 

Poi ripetè più volte la solita operazione; e via 
via che cavava fuori gli altri pesci, sentiva ve- 
nirsi l'acquolina in bocca e gongolando diceva: 

— Buoni questi naselli!... 

— Squisiti questi muggini !... 

— Deliziose queste sogliole!... 

— Prelibati questi ragnotti !... 

— Carine queste acciughe col capo! — 
Come potete immaginar velo, i naselli, i mug- 
gini, le sogliole, i ragnotti e 1' acciughe, anda- 
rono tutti alla rinfusa nella conca, a tener com- 
pagnia alle triglie. 

L'ultimo che restò nella rete fu Pinocchio. 

Appena il pescatore l'ebbe cavato fuori, sgranò 
dalla maraviglia i suoi occhioni verdi, gridando 
quasi impaurito: 

— Che razza di pesce è questo ? Dei pesci 
fatti a questo modo non mi ricordo di averne 
mangiati mai. — 

E tornò a guardarlo attentamente, e dopo 
averlo guardato ben bene per ogni verso, finì 
col dire: 

— Ho capito; dev'essere un granchio di mare. 
— Allora Pinocchio, mortificato di sentirsi scam- 



— 186 — 

biato per un granchio, disse con accento risen- 
tito : 
— Ma che granchio e non granchio ? Guardi 




— Che razza di pesce è questo? 

come lei mi tratta! Io, per sua regola, sono un 
burattino. 

— Un burattino ? — repUcò il pescatore. — Dico 
la verità, il pesce burattino è per me un pesce 
nuovo ! Meglio così ! ti mangerò più volentieri. 

— Mangiarmi? ma la vuol capire che io non 



— 187 — 

sono un pesce? O non sente che parlo, e ragiono 
come lei? 

— È verissimo ; — soggiunse il pescatore — e 
siccome vedo che sei un pesce, e che hai la for- 
tuna di parlare e di ragionare come me, così 
voglio usarti anch'io i dovuti riguardi. 

— E questi riguardi sarebbero ?... 

— In segno di amicizia e di stima particolare, 
lascerò a te la scelta del come vuoi esser cuci- 
nato. Desideri esser fritto in i)adella, oppure 
preferisci di esser cotto nel tegame colla salsa 
di pomidoro ? 

— A dir la verità, — rispose Pinocchio — se 
io debbo scegliere, preferisco piuttosto di esser 
lasciato libero, per potermene tornare a casa mia. 

— Tu scherzi ! Ti pare che io voglia perdere 
r occasione di assaggiare un pesce così raro ì 
l!^on capita mica tutti i giorni, un pesce burat- 
tino in questi mari. Lascia fare a me : ti frig- 
gerò in padella assieme a tutti gli altri pesci, e 
te ne troverai contento. L' esser fritto in com- 
pagnia è sempre una consolazione. — 

L'infelice Pinocchio, a quest'antifona, comin- 
ciò a piangere, a strillare, a raccomandarsi: e 
piangendo diceva: — Quant'era meglio, che fossi 
andato a scuola!... Ho voluto dar retta ai com- 
pagni, e ora la pago!... Ih!... Ih!... Ih!.. — 



— 188 — 

E perchè si divincolava come un' anguilla e 
faceva sforzi incredibili, per isgusciare dalle grin- 
fie del pescatore verde, questi prese una bella 
buccia di giunco, e dopo averlo legato per le 
mani e per i piedi, come un salame, lo gettò in 
fondo alla conca cogli altri. 

Poi, tirato fuori un vassoiaccio di legno, pieno 
di farina, si détte a infarinare tutti quei pesci: e 
man mano che li aveva infarinati, li buttava a 
friggere dentro la padella. 

I primi a ballare nell' olio bollente furono i po- 
veri naselli : poi toccò ai ragnotti, poi ai muggini, 
poi alle sogliole e alle acciughe, e poi venne la 
volta di Pinocchio. Il quale, a vedersi così vicino 
alla morte (e che brutta morte !) fu preso da tanto 
tremito e da tanto spavento, che non aveva più 
né voce né fiato per raccomandarsi. 

II povero figliuolo si raccomandava cogli oc- 
chi! Ma il pescatore verde, senza badarlo nep- 
pure, lo avvoltò cinque o sei volte nella farina, 
infarinandolo così bene dal capo ai piedi, che 
pareva diventato un burattino di gesso. 

Poi lo prese per il cai)o, e.... 



XXIX. 

Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che il giorno 
dopo non sarà più un burattino, ma diventerà un ragazzo. 
Gran colazione di caffè-e-latte per festeggiare questo grande 
avvenimento. 

Mentre il pescatore era proprio sul punto di 
buttar Pinocchio nella padella, entrò nella grotta 
un grosso cane, condotto là dall'odore acutissimo 
e ghiotto della frittura. 

— Passa via ! — gii gridò il pescatore minac- 
ciandolo e tenendo sempre in mano il burattino 
infarinato. 

Ma il povero cane aveva una fame per quat- 
tro, e mugolando e dimenando la coda, pareva 
che dicesse: 

— Dammi un boccone di frittura e ti lascio 
in pace. 

— Passa via, ti dico ! — gli ripetè il pescatore ; 
e allungò la gamba per tirargli una pedata. 

Allora il cane che, quando aveva fame dav- 
vero, non era avvezzo a lasciarsi posar mosche 
sul naso, si rivoltò ringhioso al pescatore, mo- 
strandogli le sue terribili zanne. 



— 190 — 

In quel mentre si udì nella grotta una vocina 
fioca fioca che disse: 

— Salvami, Alidoro ! Se non mi salvi, son frit- 
to!... — 




— Passa via! — gli gridò il pescatore. 



Il cane riconobbe subito la voce di Pinocchio, 
e si accòrse, con sua grandissima meraviglia, che 
la vocina era uscita da quel fagotto infarinato, 
che il pescatore teneva in mano. 

Allora che cosa fa? Spicca un gran lancio da 



— 191 — 

terra, abbocca quel fagotto infarinato, e tenen- 
dolo leggermente coi denti, esce correndo dalla 
grotta, e via come un baleno! 

Il pescatore arrabbiatissimo di vedersi strap- 
par di mano un pesce, che egli avrebbe mangiato 
tanto volentieri, si provò a rincorrere il cane ; ma 
fatti pochi passi gli venne un nodo di tosse e 
dovè tornarsene indietro. 

Intanto Alidoro, ritrovata che ebbe la viottola 




Tenendolo leggermente coi denti, esce correndo dalla grotta, 
e via come un baleno ! 



che conduceva al paese, si fermò e posò delicata- 
mente in terra l'amico Pinocchio. 

— Quanto ti debbo ringraziare! — disse il bu- 
rattino. 

— Kon e' è bisogno ; — replicò il cane — tu 
salvasti me, e quel che è fatto è reso. Si sa: in 
questo mondo bisogna tutti aiutarsi l'uno con 
l'altro. 

— Ma come mai sei capitato in quella grotta I 



— 192 — 

— Ero sempre qui disteso sulla spiaggia più 
morto che vivo, quando il vento mi ha portato 
da lontano un odorino di frittura. Queir odorino 
mi ha stuzzicato V appetito, e io gli sono andato 
dietro. Se arrivavo un minuto più tardi!... 

— Non me lo dire ! — urlò Pinocchio che tre- 
mava ancora dalla paura. — Non me lo dire ! Se 
tu arrivavi un minuto più tardi, a quest' ora io 
ero belPe fritto, mangiato e digerito. Brrr! mi 
vengono i brividi soltanto a pensarvi!... — 

Alidoro, ridendo, stese la zampa destra verso 
il burattino, il quale gliela strinse forte forte in 
segno di grande amicizia: e dopo si lasciarono. 

Il cane riprese la strada di casa: e Pinocchio, 
rimasto solo, andò a una capanna lì poco distante, 
e domandò a un vecchietto che stava sulla porta 
a scaldarsi al sole: 

— Dite, galantuomo, sapete nulla di un po- 
vero ragazzo ferito nel capo e che si chiamava 
Eugenio? 

— Il ragazzo è stato portato da alcuni pesca- 
tori in questa capanna, e ora.... 

— Ora sarà morto!... — interruppe Pinocchio, 
con gran dolore. 

— No : ora è vivo, ed è già ritornato a casa 
sua. 

— Davvero ?... davvero ?... — cridò il burattino, 




BOHCINI 



,.^:r- 



— Dite, galantuomo, sapete nnlla di un pov^ero ragazzo ferito noi capo 
e che si cblamiiva Eugenio? 



— 194 — 

saltando dall'allegrezza. — Dunque la ferita non 
era grave?... 

— Ma poteva riuscire gravissima e anche mor- 
tale, — rispose il vecchietto — perchè gli tirarono 
nel capo un grosso libro rilegato in cartone. 

— E chi glielo tù^ò I 

— Un suo comj)agno di scuola: un certo Pi- 
nocchio.... 

— E chi è questo Pinocchio ? — domandò il 
burattino facendo lo gnorri. 

— Dicono che sia un ragazzaccio, un vaga- 
bondo, un vero rompicollo. 

— Calunnie ! Tutte calunnie ! 

— Lo conosci tu questo Pinocchio ? 

— Di vista ! — rispose il burattino. 

— E tu, che concetto ne hai ! — gli chiese il 
vecchietto. 

— A me mi pare un gran buon figliuolo, pieno 
di voglia di studiare, obbediente, affezionato al 
suo babbo e alla sua famiglia.... — 

Mentre il burattino sfilava a faccia fresca tutte 
queste bugie, si toccò il naso e si accorse che il 
naso gli era allungato più di un palmo. Allora 
tutto impaurito cominciò a gridare: 

— Non date retta, galantuomo, a tutto il bene 
che ve ne ho detto ; perchè conosco benissimo Pi- 
nocchio e posso assicurarvi anch' io eh' è davvero 



— 195 — 

un ragazzaccio, un disubbidiente e uno svogliato, 
e che invece di andare a scuola, va coi coDij^a- 
gni a fare lo sbarazzino! — 

Appena ebbe pronunziate queste parole, il suo 
naso raccorci e tornò alla grandezza naturale, 
come era prima. 

— E perchè sei tutto bianco a codesto modo ? 
— gli domandò a un tratto il vecchietto. 

— Vi dirò.... senza avvedermene, mi sono stro- 
finato a un muro, che era imbiancato di fresco — 
rispose il burattino vergognandosi a raccontare 
che lo avevano infarinato come un pesce, per 
poi friggerlo in padella. 

— O della tua giacchetta, de' tuoi calzoncini e 
del tuo berretto, che cosa ne hai fatto? 

— Ho incontrato i ladri e mi hanno spogliato. 
Dite, buon vecchio, non avreste per caso da darmi 
un po' di vestituccio, tanto perchè io possa ritor- 
nare a casa? 

— Eagazzo mio ; in quanto a vestiti, io non 
ho che un piccolo sacchetto, dove ci tengo i lu- 
pini. Se lo vuoi, piglialo: eccolo là. — 

Pinocchio non se lo fece dire due volte: prese 
subito il sacchetto dei lupini che era vuoto, e 
dopo averci fatto colle forbici una piccola buca 
nel fondo e due buche dalle parti, se lo infilò 
a uso camicia. E vestito leggerino a quel modo, 



— 196 — 

si avviò verso il paese. Ma, lungo la strada, non 
si sentiva punto tranquillo ; tant' è vero che fa- 
ceva un passo avanti e uno indietro, e discor- 
rendo da sé solo andava dicendo: 

— Come farò a presentarmi alla mia buona 







E vestito leggerìno a quel modo, si avviò verso il paese. 



Fatina? Glie dirà quando mi vedrà?... Vorrà per- 
donarmi questa seconda birichinata?... Scom- 
metto che non me la perdona!... oh! non me la 
I)erdona di certo!... E mi sta il dovere: perchè 
io sono un monello che prometto sempre di cor- 
reggermi, e non mantengo mai !... — 



^ 197 — 

xVitìvò al paese che era già notte buia; e pef- 
cliè faceva tempaccio e l' acqua veniva giù a 
catinelle, andò diritto diritto alla casa della Fata, 
coU'aninio risoluto di bussare alla i^orta e di farsi 
aprire. 

Ma quando fu lì, sentì mancarsi il coraggio, e 
invece di bussare, si allenta uò, correndo, una ven- 
tina di passi. Poi tornò una seconda volta alla 
porta, e non concluse nulla: poi si avvicinò una 
terza volta e nulla: la quarta volta prese, tre- 
mando, il battente di ferro in mano, e bussò un 
piccolo colpettino. 

Aspetta, aspetta, finalmente dopo mezz'ora si 
aprì una finestra dell'ultimo piano (la casa era 
di quattro piani) e Pinocchio vide afi'acciarsi una 
grossa Lumaca, che aveva un lumicino acceso 
sul capo, la quale disse: 

— Ohi e a quest'ora? 

— La Fata è in casa? — domandò il burattino. 

— La Fata dorme e non vuol essere svegliata: 
ma tu chi sei? 

— Sono io! 

— Ohi io? 

— Pinocchio. 

— Chi Pinocchio? 

— Il burattino, quello che sta in casa colla 
Fatn. 



— 198 — 

— Ah! lio capito; — disse la Lumaca — aspet- 
tami costì j elle ora scendo giù e ti apro subito. 

— Spicciatevi, per carità, perchè io muoio dal 
freddo. 

— Eagazzo mio, io sono una Lumaca, e le Lu- 
mache non hanno mai fretta. — 

Intanto passò un'ora, ne passarono due e la 
porta non si apriva : per cui Pinocchio, che tre- 
mava dal freddo, dalla paura e dall' acqua che 
aveva addosso, si fece cuore e bussò una seconda 
volta, e bussò più forte. 

A quel secondo colpo si aprì una finestra del 
piano di sotto e si affacciò la solita Lumaca. 

— Lumachina bella, — gridò Pinocchio dalla 
strada — sono due ore che aspetto ! E due ore, 
a questa serataccia, diventano più lunghe di due 
anni. Spicciatevi, per carità. 

— Ragazzo mio, — gli rispose dalla finestra 
quella bestiuola tutta pace e tutta flemma — ra- 
gazzo mio, io sono una Lumaca, e le Lumache 
non hanno mai fretta. — E la finestra si richiuse. 

Di lì a poco suonò la mezzanotte: poi il tocco, 
poi le due dopo mezzanotte, e la porta era sem- 
pre chiusa. 

Allora Pinocchio, perduta la pazienza, afferrò 
con rabbia il battente della porta per bussare un 
colpo da far rintronare tutto il casamento; ma il 



— 199 — 

battente che era di ferro, diventò a un tratto 
un' anguilla viva, che sgusciandogli dalle mani 
sparì in un rigagnolo d' acqua, che scorreva in 
mezzo alla strada. 

— Ah! sì? — gridò Pinocchio sempre più ac- 
cecato dalla collera. — Se il battente è sparito, 
io seguiterò a bussare a furia di calci. — 

E tiratosi un poco indietro, lasciò andare una 
solennissima pedata nell'uscio della casa. Il colpo 
fu così forte, che il piede penetrò nel legno fino 
a mezzo : e quando il burattino si provò a rica- 
varlo fuori, fu tutta fatica inutile, perchè il piede 
e' era rimasto conficcato dentro, come un chiodo 
ribadito. 

Figuratevi il povero Pinocchio ! Dovè passare 
tutto il resto della notte con un piede in terra 
e con quell'altro per aria. 

La mattina, sul far del giorno, finalmente la 
porta si aprì. Quella brava bestiuola della Lu- 
maca, a scendere dal quarto piano fino all' uscio 
di strada, ci aveva messo solamente nove ore. 
Bisogna proprio dire che avesse fatto una sudata. 

— Ohe cosa fate con codesto piede conficcato 
nell'uscio? — domandò ridendo al burattino. 

— È stata una disgrazia. Vedete un po'. Lu- 
machina bella, se vi riesce di liberarmi da que- 
sto supplizio. 



— 200 — 

— Eagazzo mio, costì ci vuole iiu legnaiolo, 
e io non lio fatto mai la legnalo] a. 

— Pregate la Fata da parte mia!... 

— La Fata dorme e non vuol essere svegliata. 





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lì 


l'ili 






— Che cosa fate con codesto piede conficcato nell' uscio? 



— Ma che cosa volete che io faccia, inchio- 
dato tutto il giorno a questa porta! 

— Divertiti a contare le formicole che passano 
per la strada. 

— Portatemi almeno qualche cosa da man- 
giare, perchè mi sento rifinito. 



— 201 — 

— Subito ! — disse la Lumaca. 

Difatti dopo tre ore e mezzo, Pinoccliio la 
vide tornare con nn vassoio d' argento in capo. 
Xel vassoio c'era un pane, un pollastro arrosto 
e quattro albicocche mature. 

— Ecco la colazione che vi manda la Fata — 
disse la Lumaca. 

Alla vista di quella grazia di Dio, il burattino 
sentì consolarsi tutto. Ma quale fu il suo disin- 
ganno, quando incominciando a mangiare, si dovè 
accorgere che il pane era di gesso, il pollastro di 
cartone e le quattro albicocche di alabastro, co- 
lorite, come se fossero vere. 

Voleva piangere, voleva darsi alla dispera- 
zione, voleva buttar via il vassoio e quel che 
e' era dentro ; ma invece, o fosse il gran dolore 
o la gran languidezza di stomaco, fatto sta che 
cadde svenuto. 

Quando si riebbe, si trovò disteso sopra un 
sofà, e la Fata era accanto a lui. 

— Anche per questa volta ti perdono: — gli 
disse la Fata — ma guai a te, se me ne fai un'al- 
tra delle tue !... — 

^Pinocchio promise e giurò che avrebbe stu- 
diato, e che si sarebbe condotto sempre bene. 
E mantenne la parola per tutto il resto dell'anno. 
Difatti agli esami delle vacanze, ebbe 1' onore di 



202 — 



essere il più bravo della scuola; e i suoi porta- 
menti, in generale, furono giudicati così lodevoli 




l.irenze. 

CLi non ha veduto la gioia di Pinocchio, a questa notizia tanto 
sospirata, non potrà mai figurarsela. 



e soddisfacenti, che la Fata, tutta contenta, gli 
disse : 

— Domani finalmente il tuo desiderio sarà 
appagato ! 

— Cioè ! 



— 203 — 

— Domani finirai di essere un burattino di 
legno, e diventerai un ragazzo per bene. — 

Chi non ha veduto la gioia di Pinocchio, a 
questa notizia tanto sospirata, non potrà mai 
figurarsela. Tutti i suoi amici e comi^agni di 
scuola dovevano essere invitati per il giorno 
dox)o a una gran colazione in casa della Fata, 
per festeggiare insieme il grande avvenimento: 
e la Fata aveva fatto preparare dugento tazze 
di caffè-e-latte e quattrocento panini imburrati 
di dentro e di fuori. Quella giornata prometterla 
di riuscire molto bella e molto allegra: ma.... 

Disgraziatamente, nella vita dei burattini, e' ò 
sempre un ma, che sciupa ogni cosa. 



XXX. 

Pinoccliio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto 
col suo amico Lucignolo per il « Paese dei balocchi. » 

Com' è naturale, Pinocchio chiese snbito alhx 
Fata il permesso di andare in giro per la città 
a fare g-P inviti: e la Fata gli disse: 

— Va'pnre a invitare i tuoi compagni per la 
colazione di domani: ma ricordati di tornare a 
<;asa prima che faccia notte. Hai capito? 

— Fra un'ora prometto di esser belF e ritor- 
nato — replicò il burattino. 

— Bada, Pinocchio ! I ragazzi fanno presto a 
l^romettere, ma il più delle volte, fanno tardi a 
mantenere. 

— Ma io non sono come gli altri: io, quando 
dico una cosa, la mantengo. 

— Vedremo. Caso poi tu disubbidissi, tanto 
peggio per te. 

— Perchè? 

— Perchè i ragazzi che non danno retta ai 



— 205 — 

consigli di chi ne sa più di loro, vanno senii)re 
incontro a qualche disgrazia. 

— E io r ho provato ! — disse Pinocchio. — 
Ma ora non ci ricasco più! 

— Vedremo se dici il vero. — 

Senza aggiungere altre parole, il burattino sa- 
lutò la sua buona Fata, che era per lui una spe- 
cie di mamma, e cantando e ballando uscì fuori 
dalla porta di casa. 

In poco più d' un' ora tutti i suoi amici furono 
invitati. Alcuni accettarono subito e di gran cuore, 
altri, da principio, si fecero un po' pregare; ma 
quando seppero che i panini da inzuppare nel caf- 
fè-e-latte sarebbero stati imburrati anche dalla 
X)arte di fuori, finirono tutti col dire: — Verremo 
anche noi, per farti piacere. — 

Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi 
amici e compagni di scuola, ne aveva imo pre- 
diletto e carissimo, il quale si chiamava di nome 
Eomeo; ma tutti lo chiamavano col soprannome 
di Lucignolo, per via del suo personalino asciutto, 
secco e allampanato, tale e quale come il luci- 
gnolo nuovo di un lumino da notte. 

Lucignolo era il ragazzo più svogliato e più 
birichino di tutta la scuola: m:i Pinocchio gli 
voleva un gran bene. Difatti andò subito a cer- 
carlo a casa per invitarlo alla colazione, e non 



— 206 — 

lo trovò: tornò una seconda volta, e Lucignolo 
non e' era : tornò una terza volta, e fece la strada 
invano. 

Dove poterlo ripescare? Cerca di qua, cerca 
di là, finalmente lo vide nascosto sotto il por- 
tico di una casa di contadini. 

— Ohe cosa fai costì! — gii domandò Pinoc- 
chio, avanzandosi. 

— x\spetto la mezzanotte, per partire.... 

— Dove vai? 

— Lontano, lontano, lontano! 

— E io che son venuto a cercarti a casa tre 
volte!... 

— Ohe cosa volevi da me? 

— Xon sai il grande avvenimento? ]N;on sai 
la fortuna che mi è toccata? 

— Quale? 

— Domani finisco di essere un burattino e di- 
vento un ragazzo come te, e come tutti gli altri. 

— Buon prò ti faccia. 

— Domani dunque ti aspetto a colazione a 
casa mia. 

— Ma se ti dico che parto questa sera. 

— A che ora ? 

— Fra poco. 

— E dove vai ? 

— Vado ad abitare in un paese.... che è il 



— 207 — 

più bel paese di questo mondo: uua vera cuc- 
cagna !... 

— E come si chiama? 

— Si cliiama il « Paese dei balocchi. » Perchè 
non vieni anche tu? 

— Io? no davvero! 

— Hai torto, Pinocchio ! Credilo a me, che se 
non vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un 
Ijaese più sano per noialtri ragazzi? Lì non vi 
sono scuole: lì non vi sono maestri; lì non vi 
sono libri. In quel paese benedetto non si stu- 
dia mai. Il giovedì non si fa scuola : e ogni set- 
timana è composta di sei giovedì e di una do- 
menica. Figurati che le vacanze dell'autunno 
cominciano col primo di gennaio e finiscono col- 
r ultimo di dicembre. Ecco un paese, come piace 
veramente a me! Ecco come dovrebbero essere 
tutti i paesi civili!... 

— Ma come si passano le giornate nel « Paese 
dei balocchi? » 

— Si passano baloccandosi e divertendosi dalla 
mattina alla sera. La sera poi si va a letto, e 
la mattina dopo si ricomincia daccai)o. Ohe te 
ne pare? 

— Uhm!... — fece Pinocchio; e tentennò leg- 
germente il capo, come dire : — È una vita che 
la farei volentieri anch'io. 



— 208 — 

— Dunque, vuoi partire con me? Sì o no? Ei- 
solviti. 

— No, no, no e poi no. Oramai ho promesso 
alla mia buona Fata di diventare un ragazzo 
perbene, e voglio mantenere la promessa. Anzi, 
siccome vedo che il sole va sotto, così ti lascio 
subito e scappo via. Dunque addio, e buon viaggio. 

— Dove corri con tanta furia? 

— A casa. La mia buona Fata vuole che ri- 
torni prima di notte. 

— Aspetta altri due minuti. 

— Faccio troppo tardi. 

— Due minuti soli. 

— E se poi la Fata mi grida? 

— Lasciala gridare. Quando avrà gridato ben 
bene, si cheterà — disse quella birba di Lucignolo. 

— E come fai? Parti solo o in compagnia? 

— Solo? Saremo più di cento ragazzi. 

— E il viaggio lo fate a piedi? 

— Fra poco passerà di qui U carro che mi 
deve prendere e condurre fin dentro ai confini 
di quel fortunatissimo paese. 

— Ohe cosa pagherei che il carro passasse ora!... 

— Perchè? 

— Per vedervi i)artire tutti insieme. 

— Rimani qui un altro poco e ci vedrai. 

— No, no : voglio ritornare a casa. 



— 209 — 

— Aspetta altri due mimiti. 

— Ho indugiato anche troppo. La Fata starà 
in pensiero per me. 

— Povera Fata! Che ha paura forse che ti 
mangino i pipistrelhl 

— Ma dunque, — soggiunse Pinocchio — tu 
sei veramente sicuro che in quel paese non ci sono 
punte scuole?... 

— Neanche l' ombra. 

— E nemmeno i maestri f 

— Nemmeno uno. 

— E non c'è mai l'obbligo di studiare? 

— Mai, mai, mai ! 

— Ohe bel paese ! — disse Pinocchio, sentendo 
venirsi l' acquolina in bocca. — Che bel paese ! Io 
non ci sono stato mai, ma me lo figuro !... 

— Perchè non vieni anche tu? 

— È inutile che tu mi tenti! Oramai ho pro- 
messo alla mia buona Fata di diventare un ra- 
gazzo di giudizio, e non voglio mancare alla 
parola. 

— Dunque addio, e salutami tanto le scuole 
ginnasiali !... e anche quelle liceali, se le incontri 
per la strada. 

— Addio, Lucignolo ; fa' buon viaggio, divertiti 
e rammentati qualche volta degli amici. — 

Ciò detto, il burattino fece due passi in atto di 



— 210 — 

andarsene: ma poi, fermandosi e voltandosi al- 
l'amico, gli domandò: 

— Ma sei proprio sicuro clie in quel paese tutte 
le settimane sieno comi30ste di sei giovedì e di 
una domenica? 

— Sicurissimo. 

— Ma lo sai dicerto, clie le vacanze abbiano 
principio col primo di gennaio e finiscano coli' ul- 
timo di dicembre? 

— Di certissimo. 

— Ohe bel paese ! — ripetè Pinoccliio, sputando 
dalla sovercbia consolazione. Poi, fatto un animo 
risoluto, soggiunse in fretta e in furia: 

— Dunque, addio davvero : e buon viaggio. 

— Addio. 

— Fra quanto partirete ì 

— Fra poco. 

— Peccato! se alla partenza mancasse un'ora 
sola, sarei quasi capace di aspettare. 

— E la Fata? 

— Oramai ho fatto tardi !... e tornare a casa 
un'ora prima o un'ora dopo è lo stesso. 

— Povero Pinocchio ! E se la Fata ti grida ? 

— Pazienza ! La lascerò gridare. Quando avrà 
gridato ben bene si cheterà. — 

Intanto si era già fatta notte e notte buia: 
quando a un tratto videro muoversi in lontananza 



— 211 — 

un lumicino.... e sentirono un suono di bubboli e 
uno squillo di trombetta, così piccolino e soffo- 
cato, che pareva il sibilo di una zanzara. 

— Eccolo! — gridò Lucignolo rizzandosi in 
piedi. 

— Ohi è! — domandò sottovoce Pinocchio. 

— È il carro che viene a prendermi. Dunque, 
vuoi venire, sì o no? 

— Ma è proprio vero — domandò il burattino 
— che in quel paese i ragazzi non hanno mai 
l'obbligo di studiare? 

— Mai, mai, mai! 

— Ohe bel paese!... che bel paese!... Ohe bel 
paese!... — 



XXXI. 

Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio con sua gran mera- 
viglia sente spuntarsi un bel pajo d'orecchie asinine, e di- 
venta un ciuchino, con la coda e tutto. 

Finalmente il carro arrivò: e arrivò senza fare 
il più piccolo rumore, perchè le sue ruote erano 
lasciate di stoppa e di cenci. 

Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti 
della medesima grandezza, ma di diverso i^elame. 

Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzo- 
lati a uso pepe e sale, e altri rigati da grandi 
strisce gialle e turchine. 

Ma la cosa più singolare era questa: che quelle 
dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, 
invece di essere ferrati come tutte le altre be- 
stie da tiro o da soma, avevano in piedi degli 
stivaletti da uomo fatti di pelle bianca. 

E il conduttore del carro ?... 

Figuratevi un omino più largo che lungo, te- 
nero e untuoso come una palla di burro, con un 
visino di melarosa, una boccliina che rideva sem- 




14 



— 215 



pre e ima voce sottile e carezzevole, come quella 
d'un gatto, che si raccomanda al buon cuore della 
padrona di casa. 
Tatti i ragazzi, appena lo vedevano, ne resta- 




rignratevi nn omino più largo che lungo, tenero e untuoso 
come una palla di burro. 



vano innamorati e facevano a gara nel montare 
sul suo carro, per esser condotti da lui in quella 
vera cuccagna, conosciuta nella carta geografica 
col seducente nome di «Paese de' balocchi. » 
Difatti il carro era già tutto ])ieiio di ragaz- 



— 216 — 

zetti fra gli otto e i dodici anni, ammonticchiati 
gli uni sugli altri come tante acciughe nella sa- 
lamoia. Stavano male, stavano pigiati, non pote- 
vano quasi respirare : ma nessuno diceva olii ! nes- 
suno si lamentava. La consolazione di sapere che 
fra poche ore sarebbero giunti in un paese, dove 
non e' erano uè libri, ne scuole, ne maestri, li 
rendeva così contenti e rassegnati, che non sen- 
tivano né i disagi, ne gli strapazzi, né la fame, 
né la sete, né il sonno. 

Appena che il carro si fu fermato, l'omino si 
volse a Lucignolo, e con mille smorfie, e mille 
manierine, gli domandò sorridendo: 

— Dimmi, mio bel ragazzo, vuoi venire anche 
tu, in quel fortunato paese? 

— Sicuro, che ci voglio venire! 

— Ma ti avverto, carino mio, che nel carro 
non c'è più posto. Come vedi, è tutto pieno!... 

— Pazienza ! — replicò Lucignolo — se non 
e' è posto dentro, mi adatterò a star seduto sulle 
stanghe del carro. — E spiccato un salto, montò 
a cavalcioni sulle stanghe. 

— E tu amor mio, — disse 1' omino volgen- 
dosi tutto comi)limento80 a Pinocchio — che in- 
tendi fare! Vieni con noi o riniani?... 

— Io rimango — rispose Pinocchio. — Io vo- 
glio tornarmene a casa mia: voglio studiare e 



— 217 — 

voglio farmi onore alla scuola, come fanno tntti 
i ragazzi perbene. 

— Buon prò ti faccia ! 

— Pinocchio, — disse allora Lucignolo — dai 
retta a me : vieni con noi e staremo allegri ! 

— Ko, no, no ! 




— E se vengo con voi, che cosa dirà la mia baona Fata? 



— Vieni con noi e staremo allegri ! — grida- 
rono altre quattro voci di dentro al carro. 

— Vieni con noi e staremo allegri! — urlarono 
tutte insieme un centinaio di voci. 

— E se vengo con voi, che cosa dirà la mia 
buona Fata? — disse il burattino, che comin- 
ciava a intenerirsi e a ciurlare nel manico. 

— Kon ti fasciare il capo con tante malinco- 
nie. Pensa che andiamo in un paese dove sa- 



— 218 — 

remo padroni di fare il chiasso dalla mattina 
alla sera! — 

Pinocchio non ris^jose, ma fece un sosi)iro; 
])oi fece un altro sospiro: poi un terzo sospiro: 
finalmente disse: 

— Fatemi un po' di posto : voglio venire an- 
ch' io!... 

— I posti son tutti pieni ; — replicò l' omino — 
ma per mostrarti quanto sei gradito, posso ce- 
derti il mio posto a cassetta. 

— E voi? 

— E io farò la strada a i)iedi. 

— ISTo davvero, che non lo permetto. Prefe- 
risco piuttosto di salire in groppa a qualcuno di 
questi ciudi ini ! — gridò Pinocchio. 

Detto fatto, si avvicinò al cincinno manritto 
della i)rima pariglia, e fece l' atto di volerlo ca- 
valcare : ma la bestiuola, voltandosi a secco, gli 
détte una gran musata nello stomaco e lo gettò 
a gambe all' aria. 

Figuratevi la risatona impertinente e sganghe- 
rata di tutti quei ragazzi presenti alla scena. 

Ma l' omino non rise. Si accostò pieno di amo 
revolezza al cin chino ribelle, e, facendo fìnta di 
dargli un bacio, gii staccò con un morso la metà 
dell' orecchio destro. 

Intanto Pinocchio, rizzatosi da terra tutto in- 



- 219 — 

furiato, schizzò con un salto sulla groppa di quel 
povero animale. E il salto fu così bello, che i 
ragazzi, smesso di ridere, cominciarono a urlare: 
viva Pinoccliio Zea fare una smanacciata dì H])- 
plausi, che non finivano più. 




ì^ 



Dando una fortissima sgropponata, scaraventò il povero burattino 
in mezzo alla strada. 



Quand'ecco che all'improvviso il ciuchino alzò 
tutt' e due le gambe di dietro, e dando una for- 
tissima sgropponata, scaraventò il povero burat- 
tino in mezzo alla strada, sopra un monte di 
ghiaia. 

Allora grandi risate daccapo : ma l' omino, in- 



— 220 — 

vece di ridere, si sentì preso da tanto amore per 
queir irrequieto asinelio che, con un bacio, gli 
portò via di netto là metà di quell'altro orec- 
chio. Poi disse al burattino: 

— Rimonta pure a cavallo, e non aver paura. 
Quel ciucliino aveva qualche grillo per il capo : 
ma io gli ho detto due paroline negli orecchi, 
e spero di averlo reso mansueto e ragionevole. — 

Pinocchio montò, e il carro cominciò a muo- 
versi : ma nel tempo che i ciuchini galoppavano 
e cheli carro correva sui ciottoli della via mae- 
stra, gli parve al burattino di sentire ujia voce 
sommessa e appena intelligibile, che gli disse : 

— Povero gonzo ! Hai voluto fare a modo tuo, 
ma te ne pentirai ! — 

Pinocchio, quasi impaurito, guardò di qua e di 
là, per conoscere da qual parte venissero queste 
Ijarole; ma non vide nessuno: i ciuchini galop- 
pavano, il carro correva, i ragazzi dentro al 
carro dormivano. Lucignolo russava come un 
ghiro, e l'oujino seduto a cassetta canterellava 
fra i denti: 

Tutti la notte dormono 
E io non dormo mai.... 

Fatto un altro mezzo chilometro, Pinocchio 
sentì la vocina fioca che gli disse : 

— Tienlo a mente, gruUerello ! I ragazzi che 



— 221 — 

smettono di studiare e voltano le spalle ai libri, 
alle scuole e ai maestri, per darsi interamente ai 
balocchi e ai divertimenti, non possono far altro 
che una fine disgraziata ! Io lo so per prova, e 
te lo posso dire!... Verrà un giorno che pian- 
gerai anche tu, come oggi piango io.... ma al- 
lora sarà tardi!... — 

A queste parole bisbigliate sommessamente, il 
burattino, spaventato più che mai, saltò giù dalla 
gToppa della cavalcatura, e andò a prendere il suo 
ciuchino per il muso. 

E immaginatevi come restò, quando s'accòrse 
che il suo ciuchino piangeva.... e piangeva pro- 
prio come un ragazzo! 

— Ehi, signor omino, — gridò allora Pinocchio 
al padrone del carro — sapete che cosa c'è di 
nuovo? Questo ciuchino piange. 

— Lascialo piangere : riderà quando sarà 
sposo ! 

— Ma che forse gli avete insegnato anche a 
IJ ari a re ! 

— No : ha imparato da se a borbottare qual- 
che parola, essendo stato tre anni in una com- 
pagnia di cani ammaestrati. 

— Povera bestia!... 

— Via, via.... — disse l'omino — non perdiamo 
il nostro tempo a vedere piangere un ciuco. Ili- 



-- 222 — 

monta a cavallo, e andiamo: la nottata è fresca, 
e la strada è lunga. — 

Pinocchio obbedì senza rifiatare. Il carro ri- 
prese la sua corsa: e la mattina sul far dell'alba 
arrivarono felicemente nel « Paese dei balocchi. » 




BQNCINI __.->^ ,^. 

La saa popolazione era tntta composta di ragazzi. 



/^Questo paese non somigliava a nessun altro 
paese del mondo. La sua ijopol azione era tutta 
comxjosta di ragazzi. I più vecchi avevano 14 anni : 
i più giovani ne avevano 8 appena. Nelle strade, 
un'allegria, un chiasso, uno strillìo da levar di 
cervello ! Branchi di monelli da per tutto : chi 



— 223 — 

giocava alle noci, chi alle piastrelle, clii alla palla, 
chi andava in velocipede, chi sopra un cavallino 
di legno: questi facevano a moscacieca; quegli 
altri si rincorrevano: altri, vestiti da pagliacci, 
mangiavano la stoppa accesa: chi recitava, chi 
cantava, chi faceva i salti mortali, chi si diver- 
tiva a camminare colle mani in terra e colle 
gambe in aria: chi mandava il cerchio, chi i)as- 
seggiava vestito da generale coli' elmo di foglio 
e lo squadrone di cartapesta: chi rideva, chi ur- 
lava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi 
fischiava, chi rifaceva il verso alla gallina quando 
ha fatto l'ovo: insomma un tal i)andcmonio, un tal 
l)asseraio, un tal baccano indiavolato, da doversi 
mettere il cotone negli orecchi per non rimanere 
assorditi. Su tutte le i)iazze si vedevano teatrini 
di tela, affollati di ragazzi dalla mattina alla 
sera, e su tutti i nuiri delle case si leggevano 
scritte col carbone delle bellissime cose come (pie- 
ste: viva i halocci! (invece di haloccM): non vo- 
liamo inù sclwle (invece di non vogliamo ink scuole): 
ahhasso Larin Melica (invece di aritmetica) e altri 
fiori consimili. 

Pinocchio, Lucignolo e tutti gli altri ragazzi, 
che avevano fatto il viaggio coli' omino, appena 
ebbero messo il piede dentro la città, si ficcarono 
subito in mezzo alla gran baraonda, e in pochi 



— 224 — 

minuti, com'è facile immaginarselo J diventarono 
gli amici di tutti. Ohi più felice, clii più contento 
di loro? In mezzo ai continui spassi e agli sva- 
riati divertimenti, le ore, i giorni, le settimane 
passavano come tanti baleni. 

— Oh! che bella vita! — diceva Pinocchio tutte 
le volte che per caso s'imbatteva in Lucignolo. 

— Vedi, dunque, se avevo ragione? — ripi- 
gliava quest' ultimo. — E dire che tu non volevi 
partire! E pensare che t^eri messo in capo di 
tornartene a casa dalla tua Fata, per perdere il 
tempo a studiare! Se oggi ti sei liberato dalla 
noia dei libri e delle scuole, lo devi a me, ai 
miei consigli, alle mie premure, ne convieni? IS^on 
vi sono che i veri amici, che sappiano rendere 
di questi grandi favori. 

— È vero. Lucignolo ! Se oggi io sono un ra- 
gazzo veramente contento, è tutto merito tuo. 
E il maestro, invece, sai che cosa mi diceva, par- 
lando di te ? Mi diceva sempre : « ISTon praticare 
quella birba di Lucignolo, perchè Lucignolo è 
un cattivo compagno, e non può consigliarti al- 
tro che a far del male!...» 

— Povero maestro ! — replicò l' altro tenten- 
nando il capo. — Lo so pur troppo che mi aveva 
a noia, e che si divertiva sempre a calunniarmi ; 
ma io sono generoso e gli perdono! 



— 225 - 

— Anima grande! — disse Pinocchio abbrac- 
ciando affettuosamente l'amico, e dandogli un 
bacio in mezzo agli occhi. 

Intanto era già da cinque mesi che durava 
questa bella cuccagna di baloccarsi e di diver- 
tirsi le giornate intere, senza mai vedere in faccia 
ne un libro né una scuola; quando una mattina 
Pinocchio, svegliandosi, ebbe, come si suol dire, 
una gran brutta sorpresa, che lo messe proprio 
di malumore. 



XXXII. 

A Pinocchio oli ven<yono gli orecchi di ciuco, e poi diventa 
un ciuchino vero e comincia a ragliare. 

E questa sori^resa quale fu ? 

Ye lo dirò io, miei cari e piccoli lettori: la sor- 
presa fu che a Più occhio, svegliaudosi, gli venue 
fatto uaturalmeute di grattarsi il caj)o ; e uel grat- 
tarsi il capo si accòrse.... 

ludoviuate un i)o' di che cosa si accòrse! 

Si accòrse, con suo grandissimo stui)ore, che 
gli orecchi gli erano cresciuti più d'un palmo. 

Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita, 
aveva gli orecchi i^iccini piccini : tanto piccini che, 
a occhio nudo, non si vedevano neijpure ! Imma- 
ginatevi dunque come restò, quando dovè toccar 
con mano che i suoi orecchi, durante la notte, 
erano così allungati, che parevano due spazzole 
di padule. Andò subito in cerca di uno specchio, 
per potersi vedere : ma non trovando uno spec- 
chio, emxù d'acqua la catinella del lavamano, e 



— 227 — 

Specchi andò visi dentro, vide quel che non avrebbe 
mai voluto vedere: vide, cioè, la sua immagine 
abbellita di un magnifico paio di orecchi asinini. 
Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna, e 
la disperazione del povero Pinocchio! 




/ /VX 'fy- 



^^^ nreni» 



I suoi orecchi, durante la notte, erano così allnngati, 
che parevano due spazzole di padule. 



Cominciò a piangere, a strillare, a battere 
la testa nel muro: ma (pianto i3iù si disperava, 
e più i suoi orecchi crescevano, crescevano, cre- 
scevano e diventavano pelosi verso la cima. 

Al rumore di quelle grida acutissime, entrò 
nella stanza una bella Marmottina, che abitav^a 



— 228 — 

il piano di sopra: la quale, vedendo il burattino 
in così grandi smanie, gli domandò premurosa- 
mente : 

— Ohe cos'hai, mio caro casigliano? 

— Sono malato, Marmottina mia, molto ma- 
lato.... e malato d' una malattia che mi fa paura! 
te ne intendi tu del polso? 

— Un pochino. 

— Senti dunque se per caso avessi la febbre. — 
La Marmottina alzò la zampa destra davanti : 

e dopo aA^er tastato il polso a Pinocchio, gli disse 
sosjjirando : 

— Amico mio, mi dispiace doverti dare una 
cattiva notizia!... 

— Cioè? 

— Tu hai una gran brutta febbre ! 

— E che febbre sarebbe ? 

— È la febbre del somaro. 

— l!^on la cajjisco questa febbre ! — rispose il 
burattino, che l'aveva i^ur troppo capita. 

— Allora te la spiegherò io; — soggiunse la 
Marmottina — sappi dunque, che fra due o tre 
ore tu non sarai più né un burattino, ne un ra- 
gazzo.... 

— E che cosa sarò ? 

— Fra due o tre ore, tu diventerai un ciu- 
chino vero e proprio, come quelli che tirano il 



— 229 — 

carretto e clie portano i cavoli e l'insalata al 
mercato. 

— Oh ! povero me ! povero me ! — gridò Pinoc- 
cliio pigliandosi con le mani tutt'e due gii orec- 







— È la febbre del somaro. 



chi, e tirandoli e strappandoli rabbiosamente, 
come se fossero gii orecchi di un altro. 

— Caro mio, — rei^licò la Marmottina per con- 
solarlo — che cosa ci vuoi tu fare? Oramai è de- 
stino, oramai è scritto nei decreti della sapienza, 
che tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a 
noia i libri, le scuole e i maestri, passano le loro 
giornate in balocchi, in giuochi e in divertimenti, 



15 



— 230 -^ 

debbano finire prima o poi col trasformarsi in 
tanti piccoli somari. 

— Ma davvero è proprio così ì — domandò sin- 
ghiozzando il burattino. 

— Pur troppo è così! E^ora i pianti sono inu- 
tili. Bisognava pensarci prima! 

— Ma la colpa non è mia: la colpa, credilo, 
Marmottiua, è tutta di Lucignolo!... 

— E chi è questo Lucignolo? 

— Un mio compagno di scuola. Io volevo tor- 
nare a casa : io volevo essere ubbidiente : io vo- 
levo seguitare a studiare e a farmi onore.... ma 
Lucignolo mi disse ; — « Perchè vuoi tu annoiarti 
a studiare? perchè vuoi andare alla scuola?... 
Vieni piuttosto con me, nel Paese dei balocchi : 
lì non studieremo più; lì ci divertiremo dalla mat- 
tina alla sera e staremo sempre allegri. » 

— E perchè seguisti il consiglio di quel falso 
amico, di quel cattivo compagno? 

— Perchè?... perchè, Marmottina mia, io sono 
un burattino senza giudizio.... e senza cuore. Oh! 
se avessi avuto un zinzino di cuore, non avrei mai 
abbandonata quella buona Fata, che mi voleva 
bene come una mamma e che aveva fatto tanto 
per me!... e a quest'ora non sarei più un: buratti- 
no.... ma sarei invece un ragazzino amniodo, come 
ce n'è tanti! Oh!... ma se incontro Lucignolo, 



— 231 — 

guai a lui! Gliene voglio dire un sacco e una 
sporta. — 

E fece l'atto di volere uscire. Ma quando fu 







Preso un gran berretto di cotone, e, ficcatoselo in testa. 



sulla porta, si ricordò che aveva gli orecchi d'asi- 
no, e vergognandosi di mostrarli in pubblico, che 
cosa inventò? Preso un gran berretto di cotone, 
e, ficcatoselo in testa, se lo ingozzò fin sotto gli 
orecchi. 



— 232 — 

Poi uscì, e si dette a cercare Lucignolo da i)er 
tutto. Lo cercò nelle strade, nelle piazze, nei tea- 
trini, in ogni luogo : ma non lo trovò. Ne chiese 
notizia a quanti incontrò per la via, ma nessuno 
l'aveva veduto. 

Allora andò a cercarlo a casa: e arrivato alla 
porta, bussò. 

— Ohi è ? — domandò Lucignolo di dentro. 

— Sono io! — rispose il biiratthio. 

— Aspetta un poco, e ti aprirò. — 

Dopo mezz'ora la porta si aprì: e figuratevi 
come restò Pinocchio, quando, entrando nella 
stanza, vide il suo amico Lucignolo con un gran 
berretto di cotone in testa, che gli scendeva fin 
sotto il naso. 

Alla vista di quel berretto. Pinocchio senti 
quasi consolarsi e i)ensò subito dentro di se: 

— Ohe l'amico sia malato della mia medesima 
malattia ì Ohe abbia anche lui la febbre del ciu- 
chino?... — 

E facendo finta di non essersi accorto di nulla, 
gli domandò sorridendo: 

— Oome stai, mio caro Lucignolo 1 

— Benissimo : come un topo in una forma di 
cacio i^armigiano. 

— Lo dici proprio sul serio ? 

— E perchè dovrei dirti una bugia 1 



— 233 — 

— vScnsaiiii, amico : e allora perchè tieni in 
capo cotesto berretto di cotone, clie ti cuopre 
tutti gii orecclii! 

— Me l' ha ordinato il medico, perchè mi son 
fatto male a un ginocchio. E tu, caro Pinocchio, 
perchè porti codesto berretto di cotone ingoz- 
zato fin sotto gli orecchi? 

— Me l'ha ordinato il medico, perchè mi sono 
sbucciato un «piede. 

— Oh ! povero Pinocchio ! 

— Oh! j)overo Lucignolo!... — 

A queste parole tenne dietro un lunghissimo 
silenzio, durante il quale i due amici non fecero 
altro che guardarsi fra loro, in atto di canzo- 
natiu-a. 

Finalmente il burattino, con una vocina mel- 
liflua e flautata, disse al suo compagno: 

— Levami una curiosità, mio caro Lucignolo : 
hai mai sofferto di malattia agli orecchi! 

— Mai!... e tu? 

— Mai! Per altro da questa mattina in poi 
ho un orecchio che mi fa spasimare. 

— Ho lo stesso male anch' io. 

— Anche tu?... E qual è l' orecchio che ti 
duole? 

— Tiitt'e due. E tu? 

— Tiitt'e due. Ohe sia la medesima malattia? 



— 234 — 

— Ho paura di sì. 

— Vuoi farmi un piacere, Lucignolo? 

— Volentieri ! Con tutto il cuore. 

— Mi fai vedere i tuoi orecchi 1 

— Perchè no ! Ma prima voglio vedere i tuoi, 
caro Pinocchio. 

— No : il primo devi esser tu. 

— No, carino! Prima tu e dopo io! 

— Ebbene, — disse allora il burattino — fac- 
ciamo un patto da buoni amici. 

— Sentiamo il patto. 

— Leviamoci tutt' e due il berretto nello stesso 
tempo : accetti ì 

— Accetto. 

— Dunque attenti ! — 

E Pinocchio cominciò a contare a voce alta: 

— Uno! Due! Tre! — 

Alla parola tre! i due ragazzi presero i loro 
berretti di capo e li gettarono in aria. 

E allora avvenne una scena, che parrebbe in- 
credibile, se non fosse vera. Avvenne, cioè, che 
Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti 
tutt'e due dalla medesima disgrazia, invece di 
restar mortificati e dolenti, cominciarono ad am- 
miccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, 
e dopo mille sguaiataggini finirono col dare una 
bella risata. 



— 235 — 

E risero, risero, risero da doversi reggere il 
corpo: se non che, sul più bello del ridere, Lu- 







Cominciarono ad ammiccarsi i loro orocchi smisuratamente cresciuti. 



cignolo tntt' a un tratto si chetò, e barcollando 
e cambiando di colore, disse all'amico: 

— Aiuto, aiuto. Pinocchio ! 

— Ohe cos' hai ? 

— Ohimè! non mi riesce ])iù di star ritto 
sulle gambe. 



— 236 — 

— Non mi riesce più neanche a me — gridò 
Pinoccliio, piangendo e traballando. 

E mentre dicevano così, si piegarono tntt'e 
due carponi a terra e, camminando colle mani 




Bagliando sonoramente, facevano tutt' e due in coro: j-a, j-a, j a. 



e coi piedi, cominciarono a girare e a correre 
per la stanza. E intanto che correvano, i loro 
bracci diventarono zampe, i loro visi si allun- 
garono e diventarono musi, e le loro schiene si 
coprirono di un pelame grigi olino chiaro, briz- 
zolato di nero. 



— 237 — 

Ma il molli euto più brutto per que'dne scia- 
gurati sapete quando fu ? Il momento più brutto 
e più umiliante fu quello quando sentirono spun- 
tarsi di dietro la coda. Vinti allora dalla vergo- 
gna e dal dolore, si provarono a piangere e a 
lamentarsi del loro destino. 

Non r avessero mai fatto! Invece di gemiti e 
di lamenti, mandavano fuori dei mgli asinini: e 
ragliando sonoramente, facevano tutt' e due in 
coro : j-a, j-a, j-a. j 

In quel frattempo fu bussato alla porta, e una 
voce di fuori disse: 

— Aprite ! Sono V omino, sono il conduttore 
del carro che vi portò in questo paese. Aprite 
subito, guai a voi ! — 



XXXIII. 

Diventato un ciuchino vero è portato a vendere, e lo compra 
il Direttore di una compagnia di pagliacci, per insegnargli 
a ballare e saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora 
lo ricompra un altro, per far con la sua pelle un tamburo. 

Vedendo che la porta non si apriva, l'omino 
la spalancò con un violentissimo calcio : ed en- 
trato nella stanza, disse col suo solito risolino a 
Pinoccliio e a Lucignolo : 

— Bravi ragazzi! Avete ragliato bene; io vi 
lio subito riconosciuti alla voce, e per questo 
eccomi qui. — 

A tali parole i due ciucbini rimasero mogi 
mogi, colla testa giù, con gli orecchi bassi e con 
la coda fra le gambe. 

Da principio Pomino li lisciò, li accarezzò, li 
palpeggiò: poi, tirata fuori la striglia, cominciò 
a strigliarli per bene. 

E quando a furia di strigliarli, li ebbe fatti 
lustri come due specchi, allora messe loro la ca- 
vezza e li condusse sulla piazza del mercato, con 
la speranza di venderli e di beccarsi un discreto 
guadagno. 



— 239 — 

E i compratori, difatti, non si fecero aspettare. 

Lucignolo fu comprato da un contadino, a cui 
era morto il somaro il giorno avanti, e Pinoc- 
chioffu venduto al Direttore di una compagnia 
di pagliacci e di saltatori di corda, il quale lo 




Li condusse sulla piazza del mercato, con la speranza di venderli. 



comprò per ammaestrarlo e per farlo poi saltare 
e ballare insieme con le altre bestie della com- 
pagnia. 

E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era 
il bel mestiere che faceva l'omino? Questo bratto 
mostriciattolo, che aveva la fisonomia tutta di 
latte e miele, andava di tanto in tanto con un 
carro a girare per il mondo; strada facendo rac- 
coglieva con promesse e con moine tutti i ra- 



— 240 — 

gazzi svogliati, che avevano a noia i libri e le 
scuole; e dopo averli caricati sul suo carro, gli 
conduceva nel « Paese dei balocchi » perchè pas- 
sassero tutto il loro tempo in giuochi, in chias- 
sate e in divertimenti. Quando poi quei poveri 
ragazzi illusi, a furia di baloccarsi sempre e di 
non studiar mai, diventavano tanti ciuchini, al- 
lora tutto allegro e contento s'impadroniva di 
loro e li portava a vendere sulle fiere e su i mer- 
cati. E così in pochi anni aveva fatto fior di 
quattrini ed era diventato milionario. 

Quel che accadesse di Lucignolo, non lo so: 
so per altro, che Pinocchio andò incontro fin 
dai primi giorni a una vita durissima e stra- 
pazzata. 

Quando fu condotto nella stalla, il nuovo pa- 
drone gli empì la greppia di paglia: ma Pinoc- 
chio dopo averne assaggiata una boccata, la ri- 
sputò. 

Allora il padrone, brontolando, gli empì la 
greppia di fieno: ma neppure il fieno gli piacque. 

— Ah! non ti piace neppure il fieno I — gridò 
il padrone imbizzito. — Lascia fare, ciuchino 
bello, che se hai dei capricci per il capo, pen- 
serò io a levarteli !... — 

E a titolo di correzione, gli affibbio subito una 
frustata nelle gambe. 



— 241 — 

Pinocchio, dal gran dolore, cominciò a pian- 
gere e a ragliare, e ragliando disse: 

— J-a, j-a, la paglia non la posso digerire !... 

— Allora mangia il fieno ! — replicò il padrone, 
che intendeva benissimo il dialetto asinino. 

— J-a, j-a, il fieno mi fa dolere il corpo!... 

— Pretenderesti, dnnqne, che nn somaro pari 
tno, lo dovessi mantenere a petti di pollo e cap- 
pone in galantina ! — sogginnse il padrone ar- 
rabbiandosi sempre più, e affibbiandogli una se- 
'Conda frn stata. 

A quella seconda frustata. Pinocchio per pru- 
denza si chetò subito, e non disse altro. 

Intanto la stalla fu chiusa, e Pinocchio rimase 
solo: e perchè erano molte ore che non aveva 
mangiato, cominciò a sbadigliare dal grande ap- 
petito. E, sbadigliando, spalancava una bocca 
che pareva un forno. 

Alla fine, non trovando altro nella greppia, si 
rassegnò a masticare un po' di fieno; e dopo averlo 
masticato ben bene, chiuse gii occhi e lo tirò giù. 

— Questo fieno non è cattivo ; — poi disse den- 
tro di se — ma quanto sarebbe stato meglio che 
avessi continuato a studiare !... A quest'ora, invece 
di fieno potrei mangiare un cantuccio di pan fre- 
sco e una bella fetta di salame. Pazienza!... — 

La mattina dopo, svegliandosi, cercò subito 



— 242 — 

nella greppia un altro po' di fieno: ma non lo 
trovò, perchè V aveva mang iato tutto nella notte. 
Allora prese una boccata di paglia tritata : e 
in quel mentre che la stava masticando, si dovè 
persuadere che il sapore della paglia tritata non 
somigliava punto né al risotto alla milanese né ai 
maccheroni alla napoletana. 

— Pazienza! — ripetè, continuando a masticare. 
— Ohe almeno la mia disgrazia possa servire di 
lezione a tutti i ragazzi disobbedienti e che non 
hanno voglia di studiare. Pazienza!... pazienza! 

— Pazienza un corno ! — urlò il padrone, en- 
trando in quel momento nella stalla. — Credi 
forse, mio bel ciuchino, ch'io ti abbia comprato 
unicamente per darti da bere e da mangiare*? Io 
ti ho comprato perchè tu lavori e perchè tu mi 
faccia guadagnare molti quattrini. Su, dunque, 
da bravo! Vieni con me nel Circo, e là ti inse- 
gnerò a saltare i cerchi, a rompere col capo le 
botti di foglio e a ballare il valzer e la polca, 
stando ritto sulle gambe di dietro. — 

Il povero Pinocchio, o per amore o per forza, 
dovè imparare tutte queste bellissime cose ; ma, 
per impararle, gli ci vollero tre mesi di lezioni, e 
molte frustate da levare il pelo. 

Venne finalmente il giorno, in cui il suo pa- 
drone potè annunziare uno spettacolo veramente 



— 243 — 



straordinario. I cartelloni di vario colore, attaccati 
alle cantonate delle strade, dicevano così: 




GEANDE SPETTACOLO 

DI 

GALA 

Per questa sera 

AYRAHKO LUOGO I SOLITI SALTI 

ED ESERCIZI SORPRENDENTI 

ESEGUITI DA. TUTTI GLI ARTISTI 
e da tutti i cavalli d'ambo i sessi della Compagnia 

e più 

Sarà presentato per la prima volta 

il famoso 

CIUGHINO PINOCCHIO 

detto 

LA 3TELLA DELLA DA|^Z/\ 

Il teatro sarà illuminato a giorno 



Quella sera, come potete fignrarvelo, un'ora 
prima che cominciasse lo spettacolo, il teatro era 
X)ieno stipato. 



— 244 — 

^on si trovava più né una poltrona, né un po- 
sto distinto, né un palco, nemmeno a i)agarlo a 
peso d'oro. 

Le gradinate del Circo formicolavano di bam- 
bini, di bambine e di ragazzi di tutte le età, che 
avevano la febbre addosso per la smania di veder 
ballare il famoso duellino Pinocchio. 

Finita la prima parte dello spettacolo, il Diret- 
tore della compagnia, vestito in giubba nera, cal- 
zoni bianchi a coscia e stivaloni di pelle fin 
sopra ai ginocchi si x>resentò all'affollatissimo 
pubblico, e, fatto un grande inchino, recitò con 
molta solennità il seguente spropositato discorso: 

« Eispettabile pubblico, cavalieri e dame! 

« L'umile sottoscritto essendo di passaggio per 
questa illustre metroijolitana, ho voluto procrear- 
mi l' onore nonché il x>iacere di presentare a que^ 
sto intelligente e cospicuo uditorio un celebre 
ciuchino, che ebbe già l'onore di ballare al co- 
spetto di sua maestà l'imperatore di tutte le 
principali corti di Europa. 

« E col ringraziandoli, aiutateci della vostra 
animatrice presenza e compatiteci! » 

Questo discorso fu accolto da molte risate e da 
molti applausi: ma gli applausi raddoppiarono e 
diventarono una specie di uragano alla comparsa 
del ciuchino Pinocchio in mezzo al Circo. Egli era 



— 245 — 

tutto agghindato a festa. Aveva una briglia nuova 
di pelle lustra, con fìbbie e borchie d'ottone; due 
camelie bianche agli orecchi: la criniera divisa in > 
tanti riccioli legati con fìocchettini di seta rossa : 
una gran fascia d'oro e d'argento attraverso alla 
vita, e la coda tutta intrecciata con nastri di vel- 
luto i)aonazzo e celeste. Era, insomma, un cin- 
chino da innamorare! 

Il direttore, nel presentarlo al pubblico, ag- 
giunse queste parole: 

« Miei rispettabili auditori! l^on starò qui a 
farvi menzogna delle grandi difiìcoltà da me sop- 
pressate per comi^rendere e soggiogare questo 
mammifero, mentre pascolava liberamente di 
montagna in montagna nelle pianure della zona 
torrida. Osservate, vi prego, quanta selvaggina 
trasudi da' suoi occhi, conciossiachè essendo riu- 
sciti vanitosi tutti i mezzi per addomesticarlo al 
vivere dei quadrupedi civili, ho dovuto più volte 
ricorrere all' affabile dialetto della frusta. Ma ogni 
mia gentilezza invece di farmi da lui ben volere, 
me ne ha maggiormente cattivato l' animo. Io 
però, seguendo il sistema di Galles, trovai nel suo 
cranio una piccola Cartagine ossea che la stessa 
Facoltà Medicea di Parigi riconobbe esser quello 
il bulbo rigeneratore dei capelli e della danza 
pirrica. E per questo io lo volli ammaestrare nel 

16 



— 24G — 

ballo nonché nei relativi salti dei cerclii e delle 
botti foderate di foglio. Ammiratelo, e poi giu- 
dicatelo! Prima però di prendere cognato da voi, 
permettete, o signori, clie io v' inviti al diurno 
spettacolo di domani sera: ma nell'apoteosi che 
il tempo piovoso minacciasse acqua, allora lo 
spettacolo, invece di domani sera, sarà postici- 
pato a domattina, alle ore 11 antimeridiane del 
pomeriggio. » 

E qui il Direttore fece un'altra profondissi- 
ma riverenza : quindi volgendosi a Pinocchio gii 
disse : 

— Animo, Pinocchio ! Avanti di dar principio 
ai vostri esercizi, salutate questo rispettabile pub- 
blico, cavalieri, dame e ragazzi ! — 

Pinocchio ubbidiente piegò subito i due ginoc- 
chi davanti, e rimase inginocchiato fino a tanto 
che il Direttore, schioccando la frusta, non gli 
gridò : 

— Al passo! — 

Allora il duellino si rizzò sulle quattro gambe, 
e cominciò a girare intorno al Circo, camminando 
sempre di passo. 

Dopo un poco il Direttore gridò: 

— Al trotto ! — E Pinocchio, ubbidiente al co- 
mando, cambiò il passo in trotto. 

— Al galoppo ! — e Pinocchio staccò il ga- 
loppo. 



— 247 — 

— Alla carriera! — e Pinocchio si fl^^òte a cor- 
rere di gran carriera. Ma in quella che correva 



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Pinocchio ubbidiente piegò subito i due ginoccLi davanti. 



come un barbero, il Direttore, alzando il brac- 
cio in aria, scaricò un colpo di i)istola. 

A quel colpo il ciuchino, Ungendosi ferito, cadde 
disteso nel Circo, come se fosse moribondo dav- 
vero. 



— 248 — 

Eizzatosi da terra in mezzo a uno scoppio di 
applausi, d'urli e di battimani, che andavano alle 
stelle, gli venne fatto naturalmente di alzare la 
testa e di guardare in su.... e guardando vide in 
un palco una bella signora, che aveva al collo una 
grossa collana d'oro, dalla quale pendeva un me- 
daglione. Nel medaglione e' era dipinto il ritratto 
d'un burattino. 

— Quel ritratto è il mio!... quella signora è la 
Fata ! — disse dentro ài sé Pinocchio, riconoscen- 
dola subito : e lasciandosi vincere dalla gran con- 
tentezza, si provò a gridare: 

— Oh Fatina mia ! oh Fatina mia ! — 

Ma invece di queste parole, gli uscì dalla gola 
un raglio così sonoro e prolungato, che fece ri- 
dere tutti gli spettatori, e segnatamente tutti i 
ragazzi che erano in teatro. 

Allora il Direttore, per insegnargli e per fargli 
intendere che non è buona creanza di mettersi a 
ragliare in faccia al pubblico, gli die col manico 
della frusta una bacchettata sul naso. 

Il povero ciuchino tirato fuori un palmo di lin- 
gua, durò a leccarsi il naso almeno cinque mi- 
nuti, credendo forse così di rasciugarsi il dolore 
che aveva sentito. 

Ma quale fu la sua disperazione quando, vol- 
tandosi in su una seconda volta, vide che il palco 
era vuoto e che la Fata era sparita !... 



— 249 — 

Si sentì come morire: gli occhi gli si empirono 
di lacrime e cominciò a piangere dirottamente. 
iN'essuno però se ne accòrse, e, meno degli altri;, 
il Direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta, 
gridò : 

— Da bravo, Pinocchio! Ora farete vedere a 
questi signori con quanta grazia sapete saltare i 
cerchi. — 

Pinocchio si provò due o tre volte: ma ogni 
volta che arrivava davanti al cerchio, invece di at- 
traversarlo, ci passava più comodamente di sotto. 
Alla fine spiccò un salto d'attraverso: ma le gambe 
di dietro gli rimasero disgraziatamente impigliate 
nel cerchio: motivo per cui ricadde in terra dal- 
l'altra parte tutto in un fascio. 

Quando si rizzò, era azzoppito, e a mala pena 
potè ritornare alla scuderia. 

— Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori 
il ciuchino! — gridavano i ragazzi dalla platea, 
impietositi e commossi al tristissimo caso. 

Ma il ciuchino per quella sera non si fece più 
vedere. 

La mattina dopo il veterinario, ossia il medico 
delle bestie, quando l'ebbe visitato, dichiarò che 
sarebbe rimasto zoppo per tutta la vita. 

Allora il Dkettore disse al suo garzone di 
stalla : 

— Ohe vuoi tu che mi faccia d' un somaro zoppo? 



— 250 — 



Sarebbe un mangiapane a ufo. Portalo dunque in 
piazza e rivendilo. — 







.v,,:--- - Quostri Coirlo , 

Il cincinno, con quel macigno al collo, andò subito a t'ondo. 



Arrivati in piazza, trovarono subito il compra- 
tore, il quale domandò al garzone di stalla: 

— Quanto vuoi di cotesto ciucìiino zojjpo? 

— Venti lire. 



— 251 — 

— Io ti do venti soldi. ]^on credere che io lo 
comiM per servirmene: lo compro unicamente 
per la sua pelle. Vedo che ha la pelle molto dura, 
e con la sua pelle voglio fare un tamburo per la 
banda musicale del mio paese. — 
. Lascio pensare a voi, ragazzi, il bel piacere 
che fu per il povero Pinocchio, quando sentì che 
era destinato a diventare un tamburo! 

Fatto sta che il comiìratore, appena i)agati i 
venti soldi, condusse il ciuchino sopra uno scoglio 
ch'era sulla riva del mare; e messogli un sasso 
al collo e legatolo per una zampa con una fune 
che teneva in mano, gli die imi^rovvisamente uno 
spintone e lo gettò nell'acqua. 

Pinocchio con quel macigno al collo, andò su- 
bito a fondo; e il compratore, tenendo sempre 
stretta in mano la fune, si pose a sedere sullo 
scoglio, aspettando che il ciuchino avesse tutto 
il temiio di morire aftbgato, per i)oi scorticarlo 
e levargli la i)elle. 



XXXTV. 

Pinocchio gettato in mare, è mangiato dai pesci, e ritorna ad 
essere un burattino come prima: ma mentre nuota per sal- 
varsi, è ingoiato dal terribile Pesce-cane. 

Dopo cinquanta minuti clie il duellino era 
sott'acqua^ il compratore disse, discorrendo da 
sé solo: 

— A quest'ora il mio povero ciuchino zoppo 
deve essere beli' e affogato. Eitiriamolo dunque 
su, e facciamo con la sua pelle questo bel tam- 
buro. — 

E cominciò a tirare la fune, con la quale lo 
aveva legato per una gamba: e tira, tira, tira, 
alla fine vide apparire a fior d'acqua.... Indovi- 
nate? Invece di un ciuchino morto, vide appa- 
rire a fior d'acqua un burattino vivo che sco- 
dinzolava come un'anguilla. 

Vedendo quel burattino di legno, il pò ver' uomo 
credè di sognare e rimase lì intontito, a bocca 
aperta e con gli occhi fuori della testa. 



253 



Eiavutosi un poco dal suo primo stupore, disse 
piangendo e balbettando : 
— E il ciuchino che ho gettato in mare dov'è?... 




■^aPLO Chiosici 



Invece di un ciuchiuo morto, vide apparire a fior d'acqua 
nn burattiuo vivo. 



— Quel ciuchino son io ! — rispose il burattino, 
ridendo. 

— Tu? 

— Io. 



— 254 — 

— Ali! marinolo! Pretenderesti forse di bur- 
larti di me? 

— Burlarmi di voi! Tiitt'altro, caro padrone: 
io vi parlo sul serio. 

— Ma come mai tu, che poco fa eri un ciu- 
ccino, ora stando nelP acqua, sei diventato un bu- 
rattino di legno?... 

— Sarà effetto dell'acqua del mare. Il mare ne 
fa di questi scherzi. 

— Bada, burattino, bada!... Kon credere di di- 
vertirti alle mie spalle. Guai a te, se mi scappa la 
pazienza! 

— Ebbene, padrone: volete sapere tutta la vera 
storia? Scioglietemi questa gamba e io vela rac- 
conterò. — 

Quel buon pasticcione del compratore, curioso 
di conoscere la vera storia, gli sciolse subito il 
nodo della fune, che lo teneva legato: e allora 
Pinocchio, trovandosi libero come un uccello nel- 
l'aria, prese a dirgli così: 

— Sapijiate dunque che io ero un burattino di 
legno come sono oggi: ma mi trovavo a tocco e 
non tocco di diventare un ragazzo, come in questo 
mondo ce n'è tanti: se non che per la mia poca 
voglia di studiare e per dar retta ai cattivi com- 
pagni, scappai di casa.... e un bel giorno, sveglian- 
domi, mi trovai cambiato in un somaro con tanto 



— 255 — 

ci' orecchi.... e con tanto di coda!... Che vergogna 
fu quella per me!... Una vergogna, caro padrone, 
che Sant'Antonio benedetto non la faccia provare 
neppure a voi! Portato a vendere sul mercato 
degli asini, fui comprato dal Direttore di una com- 
pagnia equestre, il quale si messe in capo di far 
di me un gran ballerino o un gran saltatore di 
cerchi; ma una sera durante lo spettacolo, feci in 
teatro una brutta cascata, e rimasi zoppo da tut- 
t' e due le gambe. Allora il Direttore non sapendo 
che cosa farsi d' un asino zoppo, mi mandò a ri- 
vendere, e voi mi avete comprato! 

— Pur troppo ! E ti ho pagato venti soldi. E 
ora, chi mi rende i miei poveri venti soldi? 

— E perchè mi avete comprato? Voi mi avete 
comprato per fare con la mia pelle un tamburo!... 
un tamburo!... 

— Pur trojjpo ! E ora dove troverò un' altra 
pelle!... 

— Xon vi date alla disj)erazione, padrone. Dei 
ciuchini ce n'è tanti, in questo mondo! 

— Dimmi, monello impertinente: e la tua storia 
finisce qui? 

— No, — rispose il burattino — ci sono altre due 
parole, e poi è finita. Dopo avermi comprato, mi 
avete condotto in questo luogo per uccidermi, ma 
poi, cedendo a un sentimento pietoso d' umanità, 



— 256 — 

ayete preferito di legarmi un sasso al collo e di 
gettarmi in fondo al mare. Questo sentimento di 
delicatezza vi onora moltissimo, e io ve ne ser- 
berò eterna riconoscenza. Per altro, caro padrone, 
questa volta avete fatto i vostri conti senza la 
Fata.... 
^ E chi è questa Fata? 

— È la mia mamma, la quale somiglia a tutte 
quelle buone mamme, che vogliono un gran bene 
ai loro ragazzi e non li perdono mai d' occhio, e 
li assistono amorosamente in ogni disgrazia, an- 
che quando questi ragazzi, per le loro scapatag- 
gini e per i loro cattivi portamenti, meriterebbero 
di essere abbandonati e lasciati in balia a sé stessi. 
Dicevo, dunque, che la buona Fata, appena mi 
vide in pericolo di affogare, mandò subito intorno 
a me un branco infinito di pesci, i quali creden- 
domi davvero un ciuchino beli' e morto, comincia- 
rono a mangiarmi! E che bocconi che facevano! 
Non avrei mai creduto che i pesci fossero più 
ghiotti anche dei ragazzi! Ohi mi mangiò gli orec- 
chi, chi mi mangiò il muso, chi il collo e la cri- 
niera, chi la pelle delle zampe, chi la pelliccia 
della schiena.... e fra gli altri, vi fu un pesciolino 
così garbato, che si degnò perfino di mangiarmi 
la coda. 

— Da oggi in poi — disse il compratore inor- 



— 257 — 

ridito — faccio giuro di non assaggiar più carne 
di pesce. Mi dispiacerebbe troppo a aprire una 
triglia o un nasello fritto e di trovargli in corpo 
una coda di ciuco! 

— Io la penso come voi — replicò il burattino, 
ridendo. — Del resto, dovete sapere che quando i 
pesci ebbero finito di mangiarmi tutta quella buc- 
cia asinina, che mi copriva dalla testa ai piedi, ar- 
rivarono, com' è naturale, all'osso.... o per dir me- 
glio, arrivarono al legno, perchè, come vedete, io 
son fatto di legno durissimo. Ma dopo dato i primi 
morsi, quei pesci ghiottoni si accòrsero subito che 
il legno non era ciccia per i loro denti, e nauseati 
da questo cibo indigesto se ne andarono chi in 
qua chi in là, senza voltarsi nemmeno a dirmi 
grazie.... Ed eccovi raccontato come qualmente 
voi, tirando su la fune, avete trovato un burat- 
tino vivo, invece d'un ciuchino morto. 

— Io mi rido della tua storia — gridò il com- 
pratore imbestialito. — ' Io so che ho speso venti 
soldi per comprarti, e rivoglio i miei quattrini. Sai 
che cosa farò ? Ti porterò daccapo al mercato, e 
ti rivenderò a peso di legno stagionato per ac- 
cendere il fuoco nel camminetto. 

— Eivendetemi pure : io sono contento — disse 
Pinocchio. Ma nel dir così, fece un salto e schizzò 
in mezzo all'acqua. E nuotando allegramente e 



— 258 — 

allontanandosi dalla spiaggia, gridava al povero 
compratore : 

— Addio, padrone; se avete bisogno di una 
pelle per fare un tamburo, ricordatevi di me. — 

E ])oì rideva e seguitava a nuotare : e dopo 
un poco, rivoltandosi indietro, urlava più forte: 

— Addio, padrone;... se avete bisogno di un 
po' di legno stagionato per accendere il cam mi- 
netto, ricordatevi di me. — 

Fatto sta che in un batter d' occhio si era tanto 
allontanato, che non si vedeva quasi più; ossia 
si vedeva solamente sulla superficie del mare un 
puntolino nero, che di tanto in tanto rizzava le 
gambe fuori dell'acqua e faceva capriole e salti, 
come un delfino in vena di buon umore. 

Intanto che Pinocchio nuotava alla ventura, 
vide in mezzo al mare uno scoglio che pareva di 
marmo bianco, e su in cima allo scoglio, una 
bella caprettina, che belava amorosamente e gli 
faceva segno di avvicinarsi. 

La cosa più singolare era questa: che la lana 
della caprettina, invece di esser bianca, o nera, o 
pallata di più colori, come quella delle altre ca- 
pre, era invece turchina, ma d'un turchino così 
sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli 
della bella Bambina. 

Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pi- 



— 259 — 

nocchio cominciò a battere i)iìi forte! Ead dop- 
piando di forze e di energia si die a nuotare verso 
lo scoglio bianco; ed era già a mezza strada, 
quand'ecco uscir fuori dell'acqua e venirgli in- 
contro un'orribile testa di mostro marino, con la 
bocca spalancata come una voragine, e tre filari 
di zanne, che avrebbero fatto paura anche a ve- 
derle dipinte. 

E sapete chi era quel mostro marino? 

Quel mostro marino era né più né meno quel 
gigantesco Pesce-cane ricordato più volte in que- 
sta storia, e che per le sue stragi e per la sua in- 
saziabile voracità, veniva soprannominato « V At- 
tila dei pesci e dei pescatori. » 

Immaginatevi lo spavento del povero Pinoc- 
chio, alla vista del mostro. Cercò di scansarlo, di 
cambiare strada: cercò di fuggire: ma quella im- 
mensa bocca spalancata gli veniva sempre in- 
contro con la velocità di una saetta. 

— Afirettati, Pinocchio, per carità! — gridava 
belando la bella caprettina. 

E Pinocchio nuotava disperatamente con le 
braccia, col petto, con le gambe e coi piedi. 

— Corri, Pinocchio, perché il mostro si avvi- 
cina!... — 

E Pinocchio, raccogliendo tutte le sue forze, 
raddoppiava di lena nella corsa. 



— 260 — 

— Bada, Pinocchio!... il mostro ti raggiunge! 
Eccolo!... Eccolo!... Affrettati, per carità, o sei 
perduto !... — 

E Pinocchio a nuotare più lesto che mai, e via, 
via, e via, come anderebbe una palla di fucile. 



r 




'%^^--^^ 



E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, col petto, 
con le gambe e coi piedi. 



E già si accostava allo scoglio, e già la capret- 
tina spenzolandosi tutta sul mare, gli porgeva 
le sue zampine davanti per aiutarlo a uscir fuori 
dell'acqua.... Ma!... 

Ma oramai era tardi ! Il mostro lo aveva rag- 
giunto. Il mostro, tirando il fiato a sé, si bevve 



— 2(11 ^ 

il povero burattino, come avrebbe bevuto un 
uovo di gallina, e lo inghiottì con tanta violenza 
e con tanta avidità, che Pinocchio, cascando giù 
in corpo al Pesce-cane, battè un colpo così screan- 
zato da restarne sbalordito per un quarto d' ora. 

Quando ritornò in sé da quello sbigottimento, 
non sapeva raccapezzarsi, nemmeno lui, in che 
mondo si fosse. Intorno a se e' era da ogni parte 
un gran buio : ma un buio così nero e profondo, 
che gli pareva di essere entrato col capo in un 
calamaio pieno d'inchiostro. Stette in ascolto e 
non sentì nessun rumore; solamente di tanto in 
tanto sentiva battersi nel viso alcune grandi buf- 
fate di vento. Da principio non sapeva intendere 
da dove quel vento uscisse: ma poi capì che 
usciva dai polmoni del mostro. Perchè bisogna sa- 
pere che il Pesce-cane soffriva moltissimo d'asma, 
e quando respirava pareva proprio che solliasse 
la tramontana. 

Pinoccliio, sulle prime, s' ingegnò di farsi un 
po' di coraggio : ma quand' ebbe la prova e la 
riprova di trovarsi chiuso in corpo al mostro ma- 
rino allora cominciò a piangere e a strillare; e 
piangendo diceva: 

— Aiuto! aiuto! Oli povero me! Non e' è nes- 
suno che venga a salvarmi! 

— Ohi vuoi che ti salvi, disgraziato !.. — disse 

17 



— 262 — 

in quel buio una vociacela fessa di chitarra scor- 
data. 

— Ohi è che parla così? — domandò Pinoc- 
chio, sentendosi gelare dallo spavento. 

— Sono io! sono un povero Tonno, inghiot- 
tito dal Pesce-cane insieme con te. E tu che pe- 
sce sei? 

— Io non ho che veder nulla coi pesci. Io sono 
un burattino. 

— E allora se non sei un pesce, perchè ti sei 
fatto inghiottire dal mostro? 

— ISlon son io, che mi son fatto inghiottire : gli 
è lui che mi ha inghiottito ! Ed ora, che cosa dob- 
biamo fare qui al buio?... 

— Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane 
ci abbia digeriti tutt'e due!... 

— Ma io non voglio esser digerito! — urlò Pi- 
nocchio, ricominciando a piangere. 

— IN'eppure io vorrei esser digerito — sog- 
giunse il Tonno — ma io sono abbastanza filo- 
sofo e mi consolo pensando che, quando si nasce 
Tonni, e' è più dignità a morir sott' acqua che sot- 
t'olio!... 

— Scioccherie ! — gridò Pinocchio. 

— La mia è un' opinione — replicò il Tonno — 
e le opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno 
rispettate ! 



— 263 — 

— Insomma.... io voglio amlarmene di qui.... io 
voglio fuggire.... 

— Fuggi, se ti riesce!... 

— È molto grosso questo Pesce- cane che ci ha 
inghiottiti! — domandò il burattino. 

— Figurati che il suo corpo è più lungo di un 
cliilometro, senza contare la coda. — 

Kel temilo che faceva questa conversazione al 
buio, parve a Pinocchio di vedere, lontano lon- 
tano, una specie di chiarore. 

— Che cosa sarà mai quel lumicino lontano 
lontano ì — disse Pinocchio. 

— Sarà qualche nostro compagno di sventura, 
che aspetterà, come noi, il momento di esser di- 
gerito !... 

— Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe 
darsi il caso che fosse qualche vecchio pesce ca- 
pace d'insegnarmi la strada per fuggirei 

— Io te r auguro di cuore, caro burattino. 

— Addio, Tonno. 

— Addio, burattino ; e buona fortuna. 
' — Dove ci rivedremo ?... 

— Chi lo sa?... È meglio non pensarci nep- 
pure ! — 



XXXV. 

Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane.... chi ritrova? 
Leggete questo capitolo e lo saprete. 

Pinoccliio, appena che ebbe detto addio al 
suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in 
mezzo a quel buio, e camminando a tastoni den- 
tro il corpo del Pesce-cane, si avviò,' un passo 
dietro r altro, verso quel piccolo chiarore che ve- 
deva baluginare lontano lontano. 

E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazza- 
vano in una pozzanghera d'acqua grassa e sdruc- 
ciolona, e quell'acqua sapeva di un odore così 
acuto di pesce fritto, che gli pareva d'essere a 
mezza quaresima. 

E più andava avanti, e più il chiarore si faceva 
rilucente e distinto: finché, cammina cammina, 
alla fine arrivò : e quando fu arrivato.... che cosa 
trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una 
piccola tavola apparecchiata, con sopra una can- 
dela accesa infilata in una bottiglia di cristallo 
verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto 



2G5 



bianco, come se fosse di neve o di panna montata, 
il qnale se ne stava lì biascicando alcuni pescio- 
lini vivi, ma tanto vivi, che alle volte, mentre li 
mangiava, gli scappavano perfino di bocca. 




N 



£ Chiostri 

Firenze ■■-- . « -mm. 



E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente. 



A quella vista il povero Pinoccliio ebbe un'al- 
legrezza così grande e così inaspettata, che ci 
mancò un ètte che non cadesse in delirio. Voleva 
ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di 
cose; e invece mugolava contusamente e balbet- 
tava delle i)arole tronche e sconclusionate. Final- 



— 266 — 

mente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioia, 
e spalancando le braccia e gettandosi al collo del 
vecchietto, cominciò a urlare: 

— Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! 
Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più! 




Cliiojiri Carla 
nrtnzt 



Gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare. 



— Dunque gli occhi mi dicono il vero ì — re- 
plicò il vecchietto, stropicciandosi gli occhi. — 
Dunque tu se' proprio il mi' caro Pinocchio! 

— Sì, sì! sono io, proprio io! E voi mi aA^ete 
digià perdonato, non è vero? Oh babbino mio, 
come siete buono !... e pensare che io, invece.... Oh ! 
ma se sapeste quante disgrazie mi son piovute sul 
capo e quante cose mi sono andate a traverso ! Fi- 



— 267 — 

guratevi che il giorno che voi, povero babbino, 
col vendere la vostra casacca, mi compraste l' Ab- 
becedario per andare a scuola, io scappai a ve- 
dere i burattini, e il burattinaio mi voleva met- 
tere sul fuoco i^erchè gli cocessi il montone arro- 
sto, che fu quello poi che mi dette cinque monete 
d'oro, perchè le portassi a voi, ma io trovai la 
Volpe e il Gatto, che mi condussero all' Osteria 
del Gambero Eosso, dove mangiarono come lupi, 
e partito solo di notte incontrai gli assassini che 
si messero a corrermi dietro, e io via, e loro die- 
tro, e io via, e loro sempre dietro, e io via, finche 
m'impiccarono a un ramo della Quercia Grande, 
dovecchè la bella Bambina dai capelli turchini mi 
mandò a prendere con una carrozzina, e i medici, 
quando m'ebbero visitato, dissero subito: « Se 
non è morto, è segno che è scDipre vivo » e allora 
mi scappò detta uua bugia, e il naso cominciò a 
crescermi e non mi passava più dalla porta di ca- 
mera, motivo i)er cui andai con la Volpe e col 
Gatto a sotterrare le quattro monete d' oro, che 
una l' avevo spesa all' Osteria, e il pappagallo si 
messe a ridere, e viceversa di duemila monete 
non trovai più nulla, la quale il Giudice quando 
seppe che ero stato derubato, mi fece subito met- 
tere in prigione, per dare una soddisfazione ai 
ladri, di dove, col venir via, vidi un bel grappolo 



— 2G8 — 

d'uva in un campo, che rimasi preso alla tagliola 
e il contadino di santa ragione mi messe il col- 
lare da cane perchè facessi la guardia al pollaio, 
che riconobbe la mia innocenza e mi lasciò an- 
dare, e il serpente, colla coda che gli fumava, co- 
minciò a ridere e gli si strappò una vena sul petto, 
e cosi ritornai alla casa della bella Bambina, che 
era morta, e il Colombo vedendo che piangevo mi 
disse: « Ho visto il tu' babbo che si fabbricava 
una barchettina per venirti a cercare » e io gli 
dissi : « Oh ! se avessi le ali anch' io » e lui mi disse: 
« Vuoi venire dal tuo babbo! » e io gli dissi: « Ma- 
gari! ma chi mi ci porta! » e lui mi disse.: « Ti ci 
porto io » e io gli dissi: « Come! » e lui mi disse: 
« Montami sulla groppa » e così abbiamo volato 
tutta la notte, poi la mattina tutti i pescatori che 
guardavano verso il mare mi dissero: « C'è un 
pover'omo in una barchetta che sta per affogare » 
e io da lontano vi riconobbi subito, perchè me lo 
diceva il core, e vi feci segno di tornare alla 
spiaggia.... 

— Ti riconobbi anch' io, — disse Geppetto — e 
sarei volentieri tornato alla spiaggia: ma come 
fare ! il mare era grosso e un cavallone m' arro- 
vesciò la barchetta. Allora un orribile Pesce-cane 
che era lì vicino, appena che m' ebbe visto nel- 
r acqua, corse subito verso di me, e tirata fuori la 



— 209 — 

lingiin, mi prese pari pari, e m'inghiottì come im 
tortellino di Bologna. 

— E qnant' è che siete rinchiuso qui dentro ? — 
domandò Pinocchio. 

— Da quel giorno in poi, saranno ormai due 
anni: due anni, Pinocchio mio.... che mi son parsi 
due secoli ! 

— E come avete fatto a campare? E dove avete 
trovatala candela? E i fiammiferi per accenderla, 
chi ve li ha dati ? 

— Ora ti racconterò tutto. Devi dunque sapere 
che quella medesima burrasca, che rovesciò la 
mia barchetta, fece anche affondare un basti- 
mento mercantile. I marinai si salvarono tutti, ma 
il bastimento colò a fondo, e il solito Pesce-cane, 
che quel giorno aveva un appetito eccellente, 
dopo aver inghiottito me, inghiottì anche il ba- 
stimento.... 

— Come! Lo inghiottì tutto in un boccone 1... — 
domandò Pinocchio maravigliato. 

— Tutto in un boccone: e risi)utò solamente 
r albero maestro, perchè gli era rimasto fra i denti 
come una lisca. Per mia gran fortuna, quel basti- 
mento era carico non solo di carne conservata in 
cassette di stagno, ma di biscotto, ossia di pane 
abbrostolito, di bottiglie di vino, d'uva secca, di 
cacio, di caffè, di zucchero, di candele steariche 



— 270 — 

e di scatole di fiammiferi di cera. Con tutta que- 
sta grazia di Dio ho potuto campare due anni: 
ma oggi sono agli ultimi sgoccioli: oggi nella di- 
spensa non e' è più nulla, e questa candela, che 
vedi accesa, è l'ultima candela che mi sia ri- 
masta.... 

— E dopo? 

— E dopo, caro mio, rimarremo tutt'e due al 
buio. 

— Allora, babbino mio, — disse Pinocchio — 
non e' è tempo da perdere. Bisogna pensar subito 
a fuggire. 

— A fuggirei., e come? 

— Scappando dalla bocca del Pesce-cane e get- 
tandosi a nuoto in mare. 

— Tu parli bene: ma io, caro Pinocchio, non 
so nuotare! 

— E che importa!... Voi mi monterete a caval- 
luccio sulle spalle, e io, che sono un buon nuota- 
tore, vi ijorterò sano e salvo fino alla spiaggia. 

— Illusioni, ragazzo mio! — replicò Geppetto, 
SCO tendo il capo e sorridendo malinconicamente. 
— Ti pare egli possibile che un burattino, alto 
appena un metro come sei tu, possa aver tanta 
forza da portarmi a nuoto sulle spalle? 

— Provatevi e vedrete! A ogni modo, se sarà 
scritto in cielo che dobbiamo morire, avremo al- 



— 271 — 

meno la gran coiisolazione di morire abbracciati 
iusieme. — 

E senza dir altro, Pinocchio prese in mano la 
candela, e andando avanti per far lume, disse 
al suo babbo: 

— Venite dietro a me, e non abbiate paura. — 
E così camminarono un bel pezzo, e traversa- 
rono tutto il corpo e tutto lo stomaco del Pesce- 
cane. Ma giunti al x)unto dove cominciava la spa- 
ziosa gola del mostro, pensarono bene di fermarsi 
per dare un'occhiata e cogliere il momento op- 
portuno alla fuga. 

Ora bisogua sapere che il Pesce-cane, essendo 
molto vecchio e soffrendo d'asma e di palpitazione 
di cuore, era costretto a dormire a bocca aperta : 
per ciii Pinocchio afitac^iandosi al principio della 
gola, e guardando in su, potò vedere al di fuori 
di quell'enorme bocca spalancata un bel pezzo 
di cielo stellato e un bellissimo lume di luna. 

— Questo è il vero momento di scappare — 
bisbigliò allora, voltandosi al suo babbo. — Il Pe- 
sce-cane dorme come un ghiro: il mare è tran- 
quillo e ci si vede come di giorno. Venite dunque, 
babbino, dietro a me, e fra poco saremo salvi. — 

Detto fatto salirono su per la gola del mostro 
marino, e arrivati in quelP immensa bocca comin- 
ciarono a camminare in punta di piedi sulla lin- 



— 272 — 

glia; una liugua così larga e così Inng^, che pa- 
reva il viottolone d'un giardino. E già stavano lì 
lì per fare il gran salto e per gettarsi a nuoto nel 
mare, quando, sul più bello, il Pesce-cane star- 
nuti, e nello starnutire, détte uno scossone così 
violento, elle PinoccMo e Geppetto si trovarono 
rimbalzati all' indietro e scaraventati nuovamente 
in fondo allo stomaco del mostro. 

ISTel grand' urto della caduta la candela si spen- 
se, e padre e figliuolo rimasero al buio. 

— E ora?... — domandò Pinocchio facendosi 
serio. 

— Ora, ragazzo mio, siamo beli' e perduti. 

— Perchè perduti? Datemi la mano, babbino, 
e badate di non sdrucciolare!... 

— Dove mi conduci? 

— Dobbiamo ritentare la fuga. Venite con me 
e non abbiate jjaura. — 

Ciò detto, Pinocchio prese il suo babbo per la 
mano: e camminando sempre in punta di piedi, 
risalirono insieme su per la gola del mostro: poi 
traversarono tutta la lingua e scavalcarono i tre 
filari di denti. Prima però di fare il gran salto, il 
burattino disse al suo babbo: 

— Montatemi a cavalluccio sulle spalle e ab- 
bracciatemi forte forte. Al resto ci penso io. — 

Appena Geijpetto si fu accomodato per bene 





tói gettò neir acqua e comiuciu a luiutart;. 



— 275 — 

sulle spalle del figliuolo, il bravo Pinocchio, si- 
curo del fatto suo, si gettò nell'acqua e cominciò 
a nuotare. Il mare era tranquillo come un olio: 
la luna splendeva in tutto il suo chiarore, e il 
Pesce-cane seguitava a dormire di un sonno così 
profondo, che non l'avrebbe svegliato nemmeno 
una cannonata. ) 



XXXYL 

FinalDiente Pinocchio cessa d'essere nn Lurattino 
e diventa un ragazzo. 

Mentre Pinocchio nuotava alla svelta per rag- 
giungere la spiaggia, si accòrse clie il suo babbo, 
il quale gli stava a cavalluccio sulle spalle e 
aveva le gambe mezze nell' acqua, tremava fìtto 
fìtto, come se al pover' uomo gli battesse la feb- 
bre terzana. 

Tremava di freddo o di paura? Ohi lo sai... 
Forse un x)o' dell' uno e un po' dell' altra. Ma 
Pinocchio, credendo che quel tremito fosse di 
paura, gli disse per confortarlo : 

— Coraggio, babbo! Fra pochi minuti arrive- 
remo a terra e saremo salvi. 

— Ma dov' è questa spiaggia benedetta ? — 
domandò il vecchietto, diventando sempre più 
inquieto, e appuntando gli occhi, come fanno i 
sarti quando infilano l'ago. — Eccomi qui, che 
guardo da tutte le parti e non vedo altro che 
cielo e mare. 

— Ma io vedo anche la spiaggia — disse il 



— 277 — 

burattino. — Per vostra regola io sono come i 
gatti: ci vedo meglio di notte che di giorno. — 

Il povero Pinocchio faceva fìnta di esser di 
buon nmore : ma invece.... invece cominciava a 
scoraggirsi : le forze gli scemavano, il suo respiro 
diventava grosso e affannoso.... insomma non ne 
poteva piÌT, e la spiaggia era sempre lontana. 

Nnotò finché ebbe fiato: poi si voltò col capo 
verso Geppetto, e disse con parole interrotte: 

— Babbo mio, aiutatemi.... perchè io muoio.... — 
E padre e figliuolo erano oramai sul punto di 

afibgare, quando udirono una voce di chitarra 
scordata che disse: 

— Chi è che muore? 

— Sono io e il mio povero babbo! 

— Questa voce la riconosco! Tu sei Pinoc- 
chio !... 

— Preciso ; e tu ? 

— Io sono il Tonno, il tuo compagno di pri- 
gionia in corpo al Pesce-cane. 

— E come hai fatto a scappare? 

— Ho imitato il tuo esempio. Tu sei quello 
che mi hai insegnato la strada, e dopo te sono 
fuggito anch' io. 

— Tonno mio, tu capiti proprio a tempo! Ti 
prego, per V amore che porti ai tonnini tuoi 
figliuoli; aiutaci, o siamo i)erduti. 

18 



— Volentieri e con tutto il cuore. Attaccatevi 
tutt'e due alla mia coda, e lasciatevi guidare. 
In quattro minuti vi condurrò alla riva. — 



1 



'^>* 




Giudicarono più comodo di mettersi addirittura a sedere 
sulla groppa del Tonno. 



Geppetto e Pinocchio, come potete immagi- 
narvelo, accettarono subito l'invito; ma invece 
di attaccarsi alla coda, giudicarono più comodo 
di mettersi addirittura a sedere sulla groppa del 
Tonno. 



-^ 279 — 

— Siamo troppo pesi ? — gli domandò Pi- 
nocchio. 

— Pesi! I^eanclie per ombra: mi par di aver 
addosso due gusci di conchiglia — rispose il Ton- 
no, il quale era di una corporatura così grossa 
e robusta, da parere un vitello di due anni. 

Giunti alla riva, Pinocchio saltò a terra il 
primo ijer aiutare il suo babbo a fare altret- 
tanto : poi si voltò al Tonno, e con voce com- 
mossa gli disse: 

— Amico mio, tu hai salvato il mio babbo ! 
Dunque non ho parole per ringraziarti abba- 
stanza! Permetti almeno che ti dia un bacio, 
in segno di riconoscenza eterna !... — 

Il Tonno cacciò il muso fuori dell'acqua, e 
Pinocchio, piegatosi coi ginocchi a terra, gli 
posò un affettuosissimo bacio sulla bocca. A que- 
sto tratto di spontanea e vivissima tenerezza, il 
povero Tonno, che non e' era avvezzo, si sentì 
talmente commosso, che vergognandosi a farsi 
veder piangere come un bambino, ricacciò il capo 
sott'acqua e sparì. 

Intanto s' era fatto giorno. 

Allora Pinocchio, offrendo il suo l)raccio a 
Geppetto, che aveva api)ena il fiato di reggersi 
in piedi, gli disse : 

— Ai>poggiatevi i^ure al ujìo braccio, caro bab- 



— 280 — 



bino, e andiamo. Cammineremo pian pianino come 
]e formicole, e qnando saremo stanchi, ci ripo- 
seremo lungo la via. 




Pinocchio, piegandosi coi ginocchi a terra, gli posò un affettaosissimo 
bacio salla bocca. 



— E dove dobbiamo andare? — domandò Gep- 
petto. 

— In cerca di una casa o d'una capanna, dove 
ci diano per carità un boccon di pane e un po' di 
imglia che ci serva da letto. — 

Non avevano ancora fatti cento passi, che vi- 
dero seduti sul ciglione della strada due brutti 



— 281 — 

ceffi, i quali stavano lì in atto di chieder 1' ele- 
mosina. 

Erano il Gatto e la Volpe: ma non si ricono- 
scevano più da quelli d'una volta. Figuratevi 
che il Gatto, a furia di fingersi cieco, aveva finito 
coli' accecare davvero: e la Volpe invecchiata, 
intignata e tutta i)erduta da una parte, non 
aveva più nemmeno la coda. Così è. Quella tri- 
sta ladracchiola, caduta nella più squallida mi- 
seria, si trovò costretta un bel giorno a vendere 
perfino la sua bellissima coda a uu mereiaio am- 
bulante, che la comin^ò i)er farsene uno scaccia- 
mosche. 

— O Pinocchio ! — gridò la volpe con voce 
di piagnisteo — fai un po' di carità a questi due 
Ijoveri infermi! 

— Infermi! — ripetè il Gatto. 

— Addio, mascherine! — rispose il burattino. 
— Mi avete ingannato una volta, e ora non mi 
ripigliate più. 

— Credilo, Pinocchio, che oggi siamo poveri 
e disgraziati davvero! 

— Davvero! — ripetè il Gatto. 

— Se siete i)overi ve lo meritate. Eicordatevi 
del proverbio che dice: «I quattrini rubati non 
fanno mai frutto.» Addio, mascherine. 

— Abbi compassione di noi !... 



— 282 — 

— Di noi ! 

— Addio, masclierine ! Eicordatevi del pro- 
verbio che dice : « La farina del diavolo va tutta 
in crusca. » 

— Non ci abbandonare!... 

— are....! — ripetè il Gatto. 

— Addio, masclierine ! Eicordatevi del pro- 
verbio elle dice: « Olii ruba il mantello al suo 
prossimo, per il solito muore senza camicia.» — 

E così dicendo. Pinocchio e Geppetto segui- 
tarono tranquiUamente per la loro strada: fin- 
ché fatti altri cento passi, videro in fondo amia 
viottola, in mezzo ai campi, una bella capanna 
tutta di paglia, e col tetto coi)erto d'embrici e 
di mattoni. 

— Quella capanna dev'essere abitata da qual- 
cuno — disse Pinocchio. — Andiamo là, e bus- 
siamo. — 

Difatti andarono, e bussarono alla porta. 

— Ohi è? — disse una vocina di dentro. 

— Siam o un j)overo babbo e un povero figliuolo, 
senza pane e senza tetto, — rispose il burattino. 

— ^Girate la chiave, e la porta si aprirà, — 
disse la solita vocina. 

Pinocchio girò la chiave, e la porta si aprì. 
Appena entrati dentro, guardarono di qua, guar- 
darono di là, e non videro nessuno. 




'i^p^ 



^ ^ F'irenz e. 

— Addiu, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: " Chi ruba il mantello 
al suo prossimo, per il solito muore senza camicia. „ 



— 285 — 

— O il padrone della capanna dov'è ? — disse 
Pinocchio maravigliato. 

— Eccomi quassù ! — 

Babbo e figliuolo si voltarono subito verso il 
soffitto, e videro sopra un travicello il Grillo- 
parlante. 

— Oli! mio caro Grillino — disse Pinoccliio, 
salutandolo garbatamente. 

— Ora mi eli lami il « Tuo caro Grillino » non è 
vero! Ma ti rammenti di quando, per cacciarmi 
di casa tua, mi tirasti un manico di martello! 

— Hai ragione. Grillino! Scaccia anche me.... 
tira anche a me un manico di martello : ma 
abbi pietà del mio povero babbo.... 

— Io avrò pietà del babbo e anche del figliuolo! 
ma ho voluto rammentarti il brutto garbo rice- 
vuto, per insegnarti che in questo mondo, quando 
si può, bisogna mostrarsi cortesi con tutti, se 
vogliamo esser ricambiati con pari cortesia nei 
giorni del bisogno. 

— Hai ragione, Grillino, hai ragione da ven- 
dere; e io terrò a mente la lezione che mi hai 
data. Ma mi dici come hai fatto a comprarti 
questa bella capanna? 

— Questa capanna mi è stata regalata jeri da 
una graziosa capra, che aveva la lana d' un bel- 
lissimj colore turchino. 



— 286 — 

— E la capra dov'è andata? — domandò Pi- 
nocchio, con vivissima cnriosità. 

— Non lo so. 

— E qnando ritornerà 1.. 

— Non ritornerà mai. Ieri è partita tutta af- 
flitta, e, belando, pareva che dicesse: « Povero 
Pinocchio!... oramai non lo rivedrò più!... Il Pe- 
sce-cane a quest'ora l'avrà beli' e divorato!... » 

— Ha detto i^roprio così?... Dunque era lei!... 
era lei!... era la mia cara Fatina!... — cominciò 
a urlare Pinocchio, singhiozzando e piangendo di- 
rottamente. 

Quand'ebbe pianto ben bene, si rasciugò gli 
occhi, e ijreparato un buon lettino di i^agiia, vi 
distese sopra il vecchio Geppetto. Poi domandò 
al Grillo-parlante: 

— Dimmi, Grillino, dove potrei trovare un bic- 
chiere di latte i)er il mio povero babbo? 

— Tre campi distante di qui c'è l'ortolano 
Giangio, che tiene le mucche. Va' da lui, e tro- 
verai il latte che cerchi. — 

Pinocchio andò di corsa a casa dell'ortolano 
Giangio : ma l' ortolano gli disse : 

— Quanto ne vuoi del latte? 

— Ne voglio un bicchiere pieno. 

— Un bicchiere di latte costa un soldo. Co- 
mincia intanto dal darmi il soldo. 



— 287 — 

— Non ho nemmeno un centesimo — rispose 
Pinocchio, tutto mortificato e dolente. 

— Male, burattino mio, — replicò l'ortolano. — 
Se tu non hai nemmeno un centesimo, io non 
ho nemmeno un dito di latte. 

— Pazienza! — disse Pinocchio, e fece l'atto 
di andarsene. 

— Aspetta un i)o' — disse Giaugio. — Fra te 
e me ci possiamo accomodare. Vuoi adattarti a 
girare il ìnndolof 

— Che cos'è il bindolo? 

— Gli è quell'ordigno di legno che serve a 
tirar su l'acqua dalla cisterna per annaffiare gii 
ortaggi. 

— Mi proverò.... 

— Dunque, tirami su cento secchie d' acqua, e 
io ti regalerò in compenso un bicchiere di latte. 

— 8ta bene. — 

Giangio condusse il burattino nell'orto e gi' in- 
segnò la maniera di girare il hindolo. Pinocchio si 
pose subito al lavoro; ma prima di aver tirato su 
le cento secchie d'acqua, era tutto grondante di 
sudore dalla testa ai piedi. Una fatica a quel modo 
non l' aveva durata mai. 

— Finora questa fatica di girare il bindolo — 
disse l'ortolano — l' ho fatta fare al mio ciuchino; 
ma oggi quel j)overo animale è in fin di vita. 



— 288 — 

— Mi menate a vederlo? — disse Pinocchio. 

— Volentieri. — 

Appena che Pinocchio fu entrato nella stalla, 
vide un bel ciuchino disteso sulla paglia, rifinito 



■C'^ 




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E chinatosi fino a lui, gli domandò in dialetto asinino: — Chi sei? 



dalla fame e dal troppo lavoro. Quando l'ebbe 
guardato fìsso fìsso, disse dentro di se, turban- 
dosi : 

— Eppure quel ciuchino lo conosco! Non mi 
ò fìsonoinia nuova! — 

E cliinatosi fino a lui, gli domandò in dialetto 
asinino : 

— Chi sei? — 



^ 289 — 

A questa domanda, il ciucliino aprì gli occhi 
moribondi, e rispose balbettando nel medesimo 
dialetto: 

— Sono Lu....ci....gno....lo. — 

E dopo ricliinse gli occhi e spirò. 

— Oh! povero Lucignolo! — disse Pinocchio 
a mezza voce: e presa una manciata di paglia 
si rasciugò una lacrima che gli colava giù per 
il viso. 

— Ti commuovi tanto per un asino che non 
ti costa nulla! — disse l'ortolano. — Che cosa 
dovrei far io che lo comprai a quattrini con- 
tanti? 

— Vi dirò.... era un mio amico.... 
. — Tuo amico ? 

— Un mio compagno di scuola!... 

— Comef! — urlò Giangio dando in una gran 
risata. — Come?! avevi dei somari per compagni 
di scuola?... Figuriamoci i begli studj che devi 
aver fatto!... — 

11 burattino, sentendosi mortificato da quelle 
parole, non rispose : ma prese il suo bicchiere 
dì latte quasi caldo, e se ne tornò alla capanna. 

E da quel giorno in poi, continuò più di cinque 
mesi a levarsi ogni mattina, prima dell'alba, per 
andare a girare il bindolo, e guadagnare così quel 
bicchiere di latte, che faceva tanto bene alla sa- 



— 290 — 

Iute cagionosa del suo babbo. Né si contentò di 
questo : perchè a tempo avanzato, imparò a fab- 
bricare anche i canestri e i panieri di giunco : 
e coi quattrini che ne ricavava, provvedeva con 
moltissimo giudizio a tutte le spese giornaliere. 
Fra le altre cose costruì da se stesso un elegante 
carrettino per condurre a spasso il suo babbo 
nelle belle giornate, e per fargli prendere una 
boccata d'aria. 

Nelle veglie poi della sera, si esercitava a leg- 
gere e a scrivere. Aveva comprato nel vicino paese 
per x)ochi centesimi un grosso libro, al quale man- 
cavano il frontesj)izlo e l'indice, e con quello fa- 
ceva la sua lettura. Quanto allo scrivere, si ser- 
viva di un fuscello temperato a uso penna; e 
non avendo né calamaio né inchiostro, lo intin- 
geva in una boccettina ripiena di sugò di more 
e di ciliege. 

Fatto sta che con la sua buona volontà d'in- 
gegnarsi, di lavorare e di tirarsi avanti, non solo 
era riuscito a mantenere quasi agiatamente il suo 
genitore sempre malaticcio, ma per di più aveva 
potuto mettere da parte anche quaranta soldi per 
comprarsi un vestitino nuovo. 

Una mattina disse a suo padre: 

— Vado qui al mercato vicino a comprarmi 
una giacchettiua, un berrettino e un paio di 



^ 291 — 

scarpe. Quando tornerò a casa — soggiunse ri- 
dendo — sarò vestito così bene, che mi scambie- 
rete per un gran signore. — 

E uscito di casa, cominciò a correre tutto alle- 
gro e contento. Quando a un tratto sentì chia- 
marsi per nome, e voltandosi, vide una bella 
Lumaca che sbucava fuori dalla siepe. 

— IS'on mi riconosci? — disse la Lumaca. 

— Mi pare e non mi pare.... 

— Non ti ricordi di quella Lumaca, che stava 
per cameriera con la Fata dai cai)elli turchini? 
non ti rammenti di quella volta quando scesi a 
farti lume, e tu rinmnesti con un piede confìtto 
nell'uscio di casa? 

— Mi rammento di tutto, — gridò Pinocchio ! — 
— rispondimi subito. Lumachina bella; dove hai 
lasciato la mia buona Fata? che fa? mi ha per- 
donato? si ricorda sempre di me? mi vuol sempre 
bene? è molto lontana di qui? potrei andare a 
trovarla? — 

A tutte queste domande, fatte precipitosamente 
e senza ripigliar fiato, la Lumaca rispose con la 
sua solita flemma: 

— Pinoccliio mio! La povera Fata giace in un 
fondo di letto allo spedale!.... 

— Allò spedale?... 

— Pur troppo. Colpita da mille disgrazie, si è 



— 292 — 

gmvemcnte ammalata, e non ha più da com- 
prarsi un boccon di pane. 

— Davvero!.. Oh! che gran dolore che mi hai 
dato ! Oh ! povera Fatina ! povera Fatina ! povera 
Fatina!... Se avessi un milione, correrei a portar- 
glielo.... Ma io non ho che quaranta soldi.... eccoli 
qui! andavo giusto a comprarmi un vestito nuovo. 
Prendili, Lumaca, e va' a ijortarli subito alla mia 
buona Fata. 

— E il tuo vestito nuovo? 

— Che m'importa del vestito nuovo? Venderei 
anche questi cenci che ho addosso, i^er poterla aiu- 
tare! Va', Lumaca, e spicciati! e fra due giorni 
ritorna qui, che spero di poterti dare qualche altro 
soldo. Finora ho lavorato per mantenere il mio 
babbo: da oggi in là, lavorerò cinque ore di più 
per mantenere anche la mia buona mamma. Ad- 
dio, Lumaca, e fra due giorni ti aspetto. — 

La Lumaca, contro il suo costume, cominciò 
a correre come una lucertola nei grandi solleoni 
d'agosto. 

Quando Pinocchio tornò a casa, il suo babbo 
gli domandò: 

— E il vestito nuovo? 

— !N'on mi è stato possibile di trovarne uno 
che mi tornasse bene. Pazienza!... Lo comprerò 
un'altra volta. — 



— 293 — 

Quella sera Pinocchio, invece di vegliare fino 
alle dieci, vegliò fino alla mezzanotte sonata! 
e invece di far otto canestri di giunco ne fece 
sedici. 

Poi andò a letto e si addormentò. E nel dor- 
mire, gli pareva di vedere in sogno la Fata, tutta 
bella e sorridente, la quale, dopo avergli dato un 
bacio, gli disse così: 

— Bravo Pinocchio! In grazia del tuo buon 
cuore, io ti perdono tutte le monellerie che hai 
fatto fino a oggi. I ragazzi che assistono amo- 
rosamente i propri genitori nelle loro miserie e 
nelle loro infermità, meritano sempre gran lode 
e grande affetto, anche se non possono esser citati 
come modelli d' ubbidienza e di buona condotta. 
Metti giudizio per l'avvenire, e sarai felice. — 

A questo punto il sogno finì, e Pinocchio si 
svegliò con tanto d'occhi spalancati. 

Ora immaginatevi voi quale fu la sua meravi- 
glia quando, svegliandosi, si accòrse che non era 
X)iù un burattino di legno: ma che era diventato, 
invece, un ragazzo come tutti gli altri. Détte un'oc- 
chiata all'intorno, e invece delle solite pareti di 
paglia della capanna, vide una bella camerina am- 
mobiliata e agghindata con una semplicità quasi 
elegante. Saltando giù dal letto, trovò preparato 
un bel vestiario nuovo, un berretto nuovo e un 
1) 



— 294 — 

paio di stivaletti di pelle, che gli tornavano una 
vera pittura. 

Appena si fu vestito, gli venne fatto, natural- 
mente di mettere le mani nelle tasche e tirò fuori 
un piccolo portamonete d' aA orlo, sul quale erano 
scritte queste parole : « La Fata dai capelli tur- 
chini restituisce al suo caro Pinocchio i quaranta 
soldi, e lo ringrazia tanto del suo buon cuore. » 
Aperto il portafoglio, invece di quaranta soldi di 
rame, vi luccicavano quaranta zecchini d'oro tutti 
nuovi di zecca. 

Dopo andò a guardarsi allo specchio e gli parve 
d'essere un altro. I^on vide più riflessa la solita 
immagine della marionetta di legno, ma vide 
r immagine vispa e intelligente di un bel fan- 
ciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e 
con un'aria allegra e festosa come una pasqua 
di rose. 

In mezzo a tutte queste meraviglie, che si suc- 
cedevano le une alle altre. Pinocchio non sapeva 
più nemmeno lui se era desto davvero o se so- 
gnava sempre a occhi aperti. 

— E il mio babbo dov' è ! — gridò tutt' a un 
tratto; ed entrato nella stanza accanto trovò il 
vecchio Geppetto sano, arzillo e di buon umore, 
come una volta, il quale, avendo ripreso subito 
la sua professione d' intagliatore, stava appunto 



— 295 — 

disegnando una bellissima cornice ricca di fo- 
gliami, di fiori e di testine di diversi animali. 

— Levatemi una curiosità, babbino : ma come 
si spiega tutto questo cambiamento improvviso I 







f- 






Gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola. 

— gli domandò Pinocchio saltandogli al collo e 
coprendolo di baci. 

— Questo improvviso cambiamento in casa no- 
stra è tutto merito tuo — disse Geppetto. 

— Perette merito mio?... 

— Perchè quando i ragazzi, di cattivi diven- 



-^ 296 — 

tano buoni, hanno la virtù di far ijrendere un 
aspetto nuovo e sorridente anclie nell'interno 
delle loro famiglie. 

— E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà 
nascosto ! 

— Eccolo là! — rispose Geppetto; e gli accennò 
un grosso burattino appoggiato a una seggiola, 
col capo girato sur una parte, con le braccia cion- 
doloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate 
a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto. 

Pinocchio si voltò a guardarlo: e dopo che 
l' ebbe guardato un poco, disse dentro di se con 
grandissima compiacenza: 

— Com'ero buffo, quand'ero un burattino! e 
come ora son contento di esser diventato un ra- 
gazzino perbene !... — 



FINE. 



INDICE 



I Come andò che maestro Ciliegia, falegname, trovò 

uu pezzo di legno, che piangeva e rideva come 

un bambino Pag. 5 

II Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo 

amico Geppetto, il quale lo prende per fabbri- 
carsi un burattino maraviglioso, che sappia bal- 
lare, tirare di scherma e fare i salti mortali. 10 

III Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fab- 
bricarsi il burattino e gli mette il nome di Pi- 
nocchio. Prime monellerie del burattino. ... 15 

IV La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove 

si vede come i ragazzi cattivi hanno a noia di 
sentirsi correggere da chi ne sa più di loro. . 23 

V Pinocchio ha fame e cerca un uovo per farsi una 

frittata ; ma sul più bello, la frittata gli vola 
via dalla finestra 27 

VI Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, e 

la mattina dopo si sveglia coi piedi tutti bru- 
ciati . 31 

VII Geppetto torna a casa, e dà al burattino la co- 
lazione che il pover' uomo aveva portata per sé. 34 

Vili Geppetto rifa i piedi a Pinocchio, e vende la pro- 
pria casacca per comprargli P Abbecedario . . 40 

IX Pinocchio vende V Abbecedario per andare a ve- 
dere il teatro dei burattini 46 



— 298 — 

X I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio o 

gli fanno una grandissima festa ; ma sul più bello 
esce fuori il burattinaio Mangiafoco, e Pinocchio 
corre pericolo di fare una brutta fine .... Pag. 51 

XI Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il 

quale poi difende dalla morte il suo amico Ar- 
lecchino 56 

XII Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete 

d'oro a Pinocchio perchè le porti al suo babbo 
Geppetto : e Pinocchio, invece, si lascia abbin- 
dolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro. 64 

XIII L'osteria del «Gambero Rosso» 72 

XIV Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consi- 
gli del Grillo-parlante, s'imbatte negli assassini. 78 

XV Gli assassini inseguono Pinocchio ; e dopo averlo 

raggiunto lo impiccano a un ramo della Quercia 
grande 84 

XVI La bella Bambina dai capelli turchini fa racco- 
gliere il burattino : lo mette a letto, e chiama 
tre medici per sapere se sia vivo o morto . . 89 

XVII .... Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol pur- 
garsi ; però quando vede i becchini che ven- 
gono a portarlo via, allora si purga. Poi dice 
una bugia, e per gastigo gli cresce il naso ... 9Q 

XVIII.. Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con 
loro a seminare le quattro monete nel Campo 
dei miracoli 105 

XIX Pinocchio è derubato delle sue monete d'oro, e 

per gastigo si busca quattro mesi di prigione. 113 

XX Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa 

della Fata ; ma lungo la strada trova un ser- 
pente orribile, e poi rimane preso alla tagliuola. 122 

XXI Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo 

costringe a far da can di guardia a un pollaio. 127 



— 299 — 

XXII — Pinocchio scnopre i ladri, e in ricompensa di 

essere stato fedele vien posto in libertà . Pag. 132 

XXIII.. Pinocchio piange la morte della bella Bambina 
dai capelli turchini: poi trova un Colombo, 
che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta 
nell' acqua per andare in aiuto del suo babbo 
Geppetto 137 

XXIV... Pinocchio arriva all' isola delle « Api industriose » 

e ritrova la Fata 147 

XXV.... Pinocchio promette alla Fata di esser buono e di 
studiare, perchè è stufo di fare il burattino e 
vuol diventare un bravo ragazzo 157 

XXVI... Pinocchio va co' suoi compagni di scuola in riva 

al mare, per vedere il terribile Pesce-cane . . 163 

XXVII.. Gran combattimento fra Pinocchio e i suoi com- 
pagni: uno dei quali essendo rimasto ferito. 
Pinocchio viene arrestato dai carabinieri . . . 169 

XXVIII. Pinocchio corre pericolo di esser fritto in pa- 
della, come un pesce 180 

XXIX... Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette 
che il giorno dopo non sarà più un burattino, 
ma diventerà un ragazzo. Gran colazione di 
cafìfè-e-latte per festeggiare questo grande av- 
venimento 189 

XXX.... Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte 
di nascosto col suo amico Lucignolo per il 
« Paese dei balocchi » 204 

XXXI... Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio, con 
sua gran meraviglia, sente spuntarsi un bel 
paio d'orecchie asinine, e diventa un ciuchino, 
con la coda e tutto 212 

XXXII . A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e 
poi diventa un ciuchino vero e comincia a ra- 
gliare 226 



— 300 — 

XXXIII. Diventato un ciucliino vero, e portato a vendere, 

e lo compra il Direttore di una compagnia di 
pagliacci, per insegnargli a ballare e saltare i 
cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ri- 
compra un altro, per far con la sua pelle un 
tamburo Pag. 238 

XXXIV. Pinocchio, gettato in mare, è mangiato dai pesci, 

e ritorna ad essere un burattino come prima : 
ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal 
terribile Pesce-cane 252 

XXXV.. Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane.... chi 

ritrova? Leggete questo capitolo e lo saprete. 264 

XXXVI. Finalmente Pinocchio cessa d'essere un burattino 

e diventa un ragazzo 276 



FIEENZE ■ E. BEMPOKAD & FIGLIO ■ EDITORI 

Via del Proconsolo, 7. 
Premiati dal R. Ministero della P. I. con la Medaglia d'Oro dei BEMMERITI DELL'ISTRUZIONE. 



Fanno sepilo alle AVVENTURE DI PINOCCHIO 

i seguenti volumi della nostra Collezione Az- 
zurra: 

CIOCI A. — Lucignolo: r amico di Pinocchio, 
Libro per i ragazzi, con sessantatrè illu- 
strazioni di C. Chiostri L. 1 50 

Legato in tela con placca speciale. 2 50 

Illustrato con rara abilità dal signor C. Chiostri, questo 
Lucignolo è un leggiadro romanzetto, pieno di piacevoli in- 
cidenti, raccontati con garbo indefinibile, scritto in lingua 
toscana, e con uno stile appropriato alla intelligenza dei ra- 
gazzi. Chi ha letto le Avventure di Pinocchio ricorderà cer- 
tamente Lucignolo ; quanto bene Pinocchio gli volesse, e 
come con lui se ne andò di nascosto nel Paese dei Balocchi : 
ora il signor Cioci narra ciò che avvenne a Lucignolo, quando 
fu ritornato al mondo e fu reso alla famiglia; racconta le 
sue birichinate, le sue comiche avventure, le punizioni che 
gli sono inflitte e il suo ravvedimento, finche fatto uomo 
ottenne largo premio della sua buona condotta. I ragazzi 
leggendo questo libro si divertiranno, e, quel che più im- 
porta, ne trarranno utili ammaestramenti. 

so]^oj:ario 

I. Come andò che Lucignolo, morto sotto le forme di un ciuchino, 
ritornò al mondo com'era prima di doventar quadrupede. — II. Luci- 
gnolo ritorna in famiglia. — III. Un desinare burrascoso. — IV. Gli 



2 Firenze - R. Bemporad <£* Figlio - Editori. 

effetti di una grossa bugia. — V. La sora Gegia se la rifa con Luci- 
gnolo. — VI. La scuola di maestro Daniele e lo sproloquio della sora 
Gegia. — VII. Una lezione di maestro Daniele. - Lucignolo e Moccolo 
dentro la torre di Babele. — Vili. La novella della sora Nunziata e il 
temporale. — IX. Gli spazzini della scuola commettono un malestro, e 
per discolparsi accusano un ragazzo che non ne sapeva niente. — X. Mare 
in burrasca. — XI. I sogni di Lucignolo e i terni secchi della sora Gegia. 

- Lucignolo e Moccolo salano la scuola. — XII. Il viaggio in pallone. — 
XIII. In cerca di Lucignolo. — XIV. La Farmacia del Papavero. — 
XV. Brutti tempi ! — XVI. Un convento in rivoluzione contro una spal- 
liera d'aranci. — XVII. Il diavolo non è brutto quanto si dipinge. — 

XVIII. Una risoluzione del signor Amedeo. - Due animali in fuga. — 

XIX. La scelta della professione di Lucignolo e i primi inconvenienti. 

— XX. Il caffé della Cestola. — XXI. Lucignolo ricorre al consiglio 
illuminato di Moccolo. — XXII. Terenzio che si crede accusato dal 
signor Ferdinando. - I carciofi ammoniscono Terenzio. — XXIII. Effetti 
del purgante. - Un malato che si vuol levare la fame. — XXIV. Le dol- 
cezze della professione. - Un panierino di burro. — XXV. Lucignolo cac- 
ciato dalla farmacia. — XXVI. Lucignolo falegname. — XXVII. Luci- 
gnolo suonatore di violino. — XXVIII. Lucignolo manda l'orso in bot- 
tega di maestro Girolamo. — XXIX. Lucignolo va in Sardegna. — 
XXX. Il cambiamento di Lucignolo. — XXXI. Lucignolo cade in mano 
dei briganti, fugge, rivede la latina dai capelli turchini e doventa un 
signore. — XXXII. Le ventimila lire di Lucignolo. 

Il libro è scritto in stile facile e spigliato: né è imbottito di tirate morali, le 
quali, si dica quel che si vuole, annoiano i ragazzi: il piccolo lettore ricava la nrio- 
rale da sé, dopo aver seguito le peripezie del protagonista, che è una simpatica tìgu- 
retta di birichino. {La Tribuna, supplemento illustrato, 26 luglio 1896). 



iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiMniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiii 

CIOCI A. — Moccolo: L'amico di Lucignolo. 
Libro per i ragazzi, con molte incisioni di 

a Chiostri L. 1 50 

Legato in tela con placca speciale a oro 
e colori 2 50 

Come Lucignolo richiama alla mente dei fanciulli la cara 
memoria di Pinocchio, questo Moccolo richiama Lucignolo ; 
cosi l'uno è pretta derivazione dell'altro, e perciò è stato 
detto che nel Cioci vive il Collodi in tutto il suo si)lendore 
didattico. Anco il contenuto di Moccolo è gentilmente e pia- 
cevolmente accessibile alla intelligenza del fanciullo, e il 
concetto educativo del libro consiste nella riabilitazione del 



Firenze - B. Bemporad & Figlio - Editori. 3 

protagonista, dopo una lunga serie di incidenti grotteschi, 
e una sequela di avvenimenti bizzarri e semiseri. Sopra un 
semplice ordito, l'autore lia tessuto un lavoro di squisita 
fattura; con una rappresentazione di episodi svariati e vi- 
vaci e con verità descrittiva di tipi e di linee, egli narra 
tante avventure graziose, bene intrecciate insieme, e fatte 
operare da uno spirito acuto ed osservatore. 

so:m:mario 

Prima di cominciare. — I. Un teatro di burattini attaccato alla 
ruota di un barroccio. La cesta d'un'erbaiuola. — li. Le amenità del 
sarto Meridiani. - Le papaline del prete e il sesso delle cicale. - Conver- 
sazione in bottega del sarto. - Le pere della signora Benincasa. — III. Di- 
sposizione di Moccolo per la musica. Il maestro Ademaro Radicchiotti. 

— IV. Come parecchi babbi s'illudano sul conto dei propri figliuoli. - U 
cencio della cioccolata. - Moccolo entra a retta dal maestro Ademaro. - 
Il metodo del maestro. - La sora Filippa e la Felicita. — V. Moccolo 
ritrova Fioretto. - Quello che il maestro racconta a Terenzio. - L'istru- 
zione da dare a Moccolo. — VI. Moccolo in casa del maestro. - Appetito 
di due ragazzi durante una passeggiata in campagna. — VII. A Ietto 
senza cena. - II sor Ademaro che fa lezione. - Le braciole della Felicita, 
le briciole del pane e la caduta d'un comodino. — Vili. Litigi in casa 
del maestro. - I cinquecento scudi della sora Filippa. — IX. I litigi con- 
tinuano : la serva e la sora Filippa se le danno. - Le ciarle della doz- 
zinante. - Maestro Ademaro al Caffé della Cestola. — X. La pergola del- 
l' uva salamanna. - Catastrofe imprevista. - La visita di Terenzio e la 
previdenza del maestro. — XI. Il digiuno della dozzinante. - La caduta 
d' un vassoio di maccheroni. - Fioretto che non dovrebbe pranzare e, 
invece, pranza. - Le ricotte. — XII. Una serata allegra. - Dove si tro- 
vano le ricotte. - Un equivoco della sora Filippa. — XIII. La sora Filippa 
passa una giornata intera in casa della Cammilla. - II poeta contadino e 
la prova del coro. - Ai ladri, ai ladri! — XIV. Un rovinio. - II caporale 
Salati arresta Moccolo per ladro. - Il ratto di Moccolo. — XV. Trepi- 
dazione di Terenzio. - Un atto generoso del Meridiani. - La fuga del 
sor Ademaro. - Il canonico Piati racconta dell' arresto di Terenzio. — 
XVI. Le riflessioni del Meridiani e i libri proibiti. - Cominciano i timori 
del sarto. — XVII. La signora Benincasa e la conversazione serale presso 
di lei. - II giuoco della tombola. - Un ragazzo sotto la tavola e la canina 
maltese della sora Purità. — XVIII. Rivelazioni del sarto Meridiani. — 
XIX. Un desinare della signora Benincasa. - Questa mette in un impiccio 
il padre Geremia, poi rassicura la Cammilla sulla sorte di Terenzio e 
sulla sparizione di Moccolo. - Una brutta nottata del frate. — XX. Moc- 
colo in convento.- Un quarto d'ora in compagnia con i morti. -Come 
il Padre provinciale riceve il ragazzo. - Viaggio di Moccolo in un cor- 
bello. — XXI. Breve intermezzo esplicativo. — XXII. La provvidenza 
d'un ramo di fico. - Una dozzina di miglia sul carrozzone d'un ciarla- 
tano. - II moro al servizio del dottor Gragnuola. — XXIII. Il ciarlatano 
in piazza. - L'antropofago Gradif. - Una boccetta miracolosa. - Musicanti 
a spasso. -II caporale Salati in Maremma. — XXIV. Il barbiere Peristilio. 

- Discorsi da Caffè. - Anche in Maremma si giucca a tombola. - Un'atroce 



4 Firenze - B. Bemporad & Figlio - Editori. 

burla al caporale Salati. - Moccolo fugge. - XXV. Primi frutti della li- 
bertà. - Moccolo ritorna in famiglia. - La buona riuscita di Moccolo. 

Sono notevoli la semplicità del dettato, la correttezza dello stile puramente 
toscano, nonché l'eleganza dell'edizione. Nulla di artificioso nell'intreccio, il rac- 
conto corre facile e spontaneo sino alla fine. L'arguzia brilla in tutto il libro, e 
fra le burle grottesche, fra i tipi e le figure delineate con garbo, talune delle quali 
comicissime, si cela l'insegnamento. {Il Caffaro di Genova, 23 agosto 1897). 



iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiitiiinniiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiiiiiiiiin 

€IOCI A. — Fioretto: L'amico di Lucignolo e 
di Moccolo. Libro per i ragazzi, con illustra- 
zioni di C. Chiostri L. 1 50 

Legato in tela con placca a oro . . 2 50 

Il Cioci, ingegno sobrio, equilibrato, acuto come in ge- 
nerale quello de' pistoiesi; lavoratore infaticabile, tenace, 
anche un po' solitario ; contro le invidie e i sorrisi compas- 
sionevole senza scoramento ; scrittore schietto, arguto talora, 
scorrevole sempre, sicché la limpidità dell'immagine e del 
pensiero mai si nasconde e s'impiglia in gineprai di pe- 
riodi, di frasi, di modi di dire involuti e contorti. Ecco le 
sue qualità, e Fioretto, come Moccolo e come Lucignolo, ne 
è un evidente esempio. Il libro è pieno di macchiette dise- 
gnate a mano libera, ma sufficienti a dare il carattere mo- 
rale delle persone ritratte, di comiche avventure, bene in- 
trecciate insieme e fatte operare da uno spirito acuto e 
osservatore. La morale viva e chiara, e non noiosa, va di 
pari passo con la narrazione, e sprizza da ogni periodo ; il 
piccolo lettore è attirato dalla varietà degli avvenimenti, 
dalla loro intrinseca verità umana, da quella grazia di mondo 
piccino cosi alla brava disegnata e colorata. 

so]sj:m:ario 

I, La Festa d i lupini. - Fioretto incomincia a farne delle sue. — 
II. Chi fosse Fioretto. — III. Carità di popolo. - Il parroco don Gesualdo. 
— IV. Il signor Roberto. - La sua visita al parroco. — V. Fioretto in 
casa della balia. - I primi maestri di Fioretto. - Una corsa che va a finire 
nel bozzo. — VI. Le ciarle della Margherita agevolano i progetti del si- 
gnor Ademaro. — VII. La festa di San Ciriaco. - L' arresto della colom- 
bina. - Il maestro Ademaro giuoca il tiro. — Vili. La signora Filippa 
riesce a mettere nel sacco la Margherita. — IX. Incontro di Fioretto 



Firenze - i?. Bemporad & Figlio - EditoH. 5 

con gli spazzacamini. - Sua fuga dalla casa del maestro Ademaro. - Una 
nottata nel fienile. — X. Fioretto per la cappa del camino. - Il signore 
di Bella Luna. - La scoperta del tesoro. — XI. Fioretto vuota due pen- 
tole. - Un asino attaccato alla rovescia. — XII. Partenza degli spazzaca- 
mini dal castello di Bella Luna. - Fioretto si separa dagli spazzacamini. 

- Un albergatore senza garbo. — XIII. L'asilo notturno e i suoi avventori. 

- XIV. L'osteria del Gallo Rosso. — XV. Oneste gentilezze dell'oste. 

- Compre fatte a buon mercato. — XVI. Tra mariuoli. - Gli effetti del 
sigaro. - Un fido compagno di viaggio. — XVII. Il signor Roberto riceve 
ima lettera inaspettata. — XVIII. Il prestigiatore Frassinello. - Il por- 
tafoglio scomparso. - Una confidenza fatta al barbiere Ventolino. — 
XIX. L'ultima rappresentazione. - Il cieco-nato che ricupera la vista 
per virtù di Moccolo. - Il prestigiatore in gattabuia. - Partenza dei due 
amiconi. — XX. Frassinello in carcere. - Terenzio, il Maniconi e il si- 
gnor Amedeo aspettano invano l'arrivo di Moccolo. - Moccolo e Fioretto 
in carcere. — XXI. Il signor Roberto cerca Fioretto. - La Margherita 
racconta la morte di don Gesualdo. — XXII. Le smanie di Terenzio. - 
L'interrogatorio di Moccolo e Fioretto. — XXIII. Il signor di Bella Luna 
in Tribunale. - Fioretto e Moccolo al Castello. - Terenzio e il Maniconi 
in cerca di Moccolo. - L'incidente del parco. — XXIV. Terenzio e il Ma- 
niconi arrivano al Castello. - Il Maniconi si ammala. — XXV. A pranzo. 

- Per l'eredità di Fioretto. - Il notaro Maniconi muore. - La notizia al 
Caffé della Cestola e alla Farmacia del Papavero. — XXVI. Fioretto 
presso il suo benefattore. - Muore anche il signor Giovanni. - Fioretto 
doventa Signore di Bella Luna. — XXVII. Tre anni dopo. - La fuga di 
Zoccolino. - Lucignolo, Moccolo e Fioretto dalla Veronica nel giorno 
della festa di San Ciriaco. - Esito felice della colombina. 

È fatto con garbo, con sentimento, con finissima osservazione della vera vita 
dei fanciulli. Questo libro pei ragazzi ha divertito molto anche noi.... gente seria, 
o che almeno ci stimiamo tale. {La Sentinella di Catania, 2i dicembre 1897). 



niiiiiiiiiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii^ 

GHISELLI E. (Egisto Elettrih). — Il fratello 

di PinoCCllio, ovvero Le Avventure di Pinoc- 
chino (Storia d' un altro burattino), con illu- 
strazioni di A, Zar eh L. 2 — 

Legato in tela con placca a oro . . 3 — 

Il fratello di Pinocchio è un altro burattino di legno, 
un automa maraviglioso che parla, salta, ragiona, e passa in 
mezzo alle disgrazie ne più né meno che un uomo, con la 
sola particolarità distintiva della sua costituzione fisica.... 
vegetale. La facilità e l'interesse della narrazione, come la 
comicità degli episodi celano con molta saviezza insegna- 



6 Firenze - R. Bemporad & Figlio - Editori. 

menti e consigli che spesso col miglior volere del mondo 
genitori ed educatori penano talvolta a far penetrare nel- 
r animo dei giovani, mc^-itre destano l' attenzione dei ragazzi 
con delle fole gioconde, e racconti di avventure ora comiche 
ora strane, ma divertenti sempre. 

SOMMARIO 

I. La famiglia dei belli, dalla quale ebbe origine Pinocchino. — 
II. Un duello che finisce bene. — III. Nascita di Pinocchino e prime sue 
birichinate. — IV. Un vero amico. — V. Consiglio ed aiuto. — VI. Mae- 
stro Ambrogio presenta Pinocchino alla famiglia. — VII. Pinocchino va 
per la prima volta alla scuola. — Vili. Le lezioni del sor Florindo. — 
IX. — Il teatro dei burattini. — X. La prima rappresentazione. — XI. Il 
dramma tragicomico. — XII. Canzonatore, ma veritiero. — XIII. San- 
drino l'ebanista. — XIV. La Fata dai capelli turchini. — XV. I cattivi 
consigli! — XVI. Chi va per ingannar resta ingannato, r— XVII. Dalla 
carcere al Tribunale. — XVIII. La condanna. — : XIX. Pinocchino é 
condotto al patibolo. — XX. Il buon falco. — XXI. Il ritorno alla casa 
paterna. — XXII. Un consiglio di maestro Biagio. — XXJII. Le lezioni 
del signor Matteo. — XXIV. Un pranzo d'allegria in casa di Pinocchino. 

— XXV. I pregiudizi. — XXVI. Il sor Medoro. — XXVII. Alla Fiera. 

— XXVIII. Pinocchino va a imparare un mestiere. — XXIX. La ma- 
lattia di Pinocchino. — XXX. Il sogno. — XXXI. Pinocchino muta 
mestiere. — XXXII, La tromba marina. — XXXIII. Nella nuvola. — 
XXXIV. Pinocchino beve molto, senza aver punta sete. — XXXV. Il 
Nibbio. — XXXVI. Povertà e galantomismo. — XXXVII. Il « Paese dei 
balocchi. > — XXXVIII. Menzogna. — XXXIX. Che felice incontro! — 
Conclusione. 

La facilità e l'interesse della narrazione, la comicità degli episodi e delle av- 
venture, celano con molta saviezza insegnamenti e consigli, che spesso, col miglior 
volere del mondo, genitori ed educatori penano talvolta a far peneti-are nell'animo 
dei giovani. {Natura ed Arte, 15 marzo 1899). 

iiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiitiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin 

REMBADI MONGIARDINI G. — Il segreto 

di PillOCClliO : Viaggio ignorato del celebre 
burattino del Collodi. Quarta edizione cor- 
retta e modificata con 73 incisioni di G. 

Magni L. 2 50 

Legato in tela con placca a oro . . 3 50 

La signora Mongiardini, in questo Segreto di Pinocchio 
ci ha dato un libro che porge nozioni svariatissime di Storia 
naturale, e che non è inferiore a quelli del Collodi. Quel 



Firenze - R. Bemporad & Figlio - Editori. 7 

Pinocchio, creato e messo al mondo, non è morto ancora, 
e non ha nessuna voglia di morire ; anzi, prendendo le mosse 
dalla striscia di terra dove da un compiacente Delfino cercò 
informazioni sul suo babbo perduto, egli parte alla ricerca 
del genitore, e nel lungo viaggio pei mari, incontra a\^en- 
ture meravigliose e perif)ezie commoventi. L' odissea del 
buon Pinocchio è raccontata dalla signora Pembadi-Mon- 
giardini in uno stile semplice ed elegante, con un fare brioso 
che non esclude la sensibilità e l'emozione. 

Il Segreto di Pin'jcchio mentre ribocca di aneddoti vi- 
vaci e birichini, porge al fanciullo una infinità di nozioni 
di scienze naturali. La gran varietà fa si che il libro riesca 
sempre pieno d'interesse, e non ci sia una pagina noiosa. 
E non solo per i fanciulli, ma anche per le persone adulte 
il volume riesce dilettevole e interessante. 

SOZM^IARIO 

I. Dove si sa, o almeno s'indovina, perché il signor Collodi, rac- 
contando le Avventure di Pinocchio, non abbia fatto cenno di questo 
segreto del suo burattino. — II. Come andò che Pinocchio decise di fare 
un gran viaggio col delfino. — III. Pinocchio fa esercitare la pazienza 
al delfino per i preparativi del viaggio. — IV. Dove si legge come Pi- 
nocchio possa, per virtù del delfino, vivere anche sott' acqua, e apprenda 
tante cose mirabili. — V. Pinocchio mangia un pesce che sebbene squi- 
sito gli lascia la bocca amara. — VI. Sua eccellenza Pinocchio vende luc- 
ciole per lanterne, e gli succede come a quel piffero di montagna.... — 
VII. Pinocchio fa conoscenza con un principe, che gli promette mari e 
monti. — Vili. Per colpa dei punti cardinali. Pinocchio fa un viaggio 
involontario e si fa portare in una bizzarra carrozza a quattro cavalli. 

— IX. Pinocchio continua il suo viaggio, ed é tormentato da certe for- 
micole di fuoco che non si vedono. — X. Pinocchio impara un po' di 
nomenclatura di Storia naturale, e fa una burla a Marsovino. — XI. Il 
burattino nel compire la sua impresa notturna, prima vede il mare in 
fiamme, e quindi scorge dinanzi a sé un diavolo di fuoco. — XII. Pi- 
nocchio dà la caccia a un'amica di Tursio e ad un tedesco di velluto: 
e per le sue monellerie diventa quasi assassino. — XIII. Dove l'ingordo 
Pinocchio mangia come un lupo e viene a scoprir che fior di Galantuomo 
fosse il muso di zafferano. — XIV. Mentre viaggia verso l'Oceano, Pi- 
nocchio fa conoscenza con un certo pesce stravagante, che non vuol 
sentir parlare in lingua italiana. — XV. Continua il viaggio; e quello 
stesso burattino che prima disprezzava tanto il mare, ora vorrebbe farsi 
pesce, per poterci restare tutta la vita. — XVI. Pinocchio dopo aver 
visto delle isole che combattono, passa di meraviglia in meraviglia e si 
accerta di quanto sia vero il proverbio che dice: < Fra due litiganti il 
terzo gode. > — XVII. Pinocchio mangia dei lampioncini e si trova alle 
prese con un formidabile nemico, che gli succhia il naso. — XVIII. I due 
giovani viaggiatori assistono, testimoni invisibili ad una lotta tremenda, 
e quindi hanno la prova che finisce sempre male chi fa le cattive azioni. 

— XIX. Il burattino trova delle grosse uova, e ciò gli fa nascere il de- 



8 Firenze - R. Bemporad & Figlio - Editori. 



riderlo di andare in cerca di spinaci per fare una frittata. — XX. Dove 
si leo-cre quali gravi conseguenze possa portare il disobbedire, e dove 
linalmente si scopre quale sia il terribile segreto di Pinocchio. — XXI. 
Ritorno e separazione. — Epilogo. 

A noi sembra II segreto di Pinocchio un libro, che oltre invogliare i fanciulli 
all'apprendimento della Storia naturale, al pari di ogni altro possa essere adatta 
a risvegliare in essi i più atfettuosi sentimenti dell'animo. 

[La Nazione, 2o dicembre 1893). 

,i„„„„„„ii iiiiiiuiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiMiiiiiiiiiiiiiiiiHiiiiiiiiiiiiiiiiiiimiiiimiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii» 

PICCIONI A. (Momus). — Il cugino di Pi- 
nocchio. Grande romanzo umoristico, con 
32 illustrazioni di (7. Sarri, copertina a due 
colori di C. Chiostri e ritratto dell'Autore. 
Un voi. in-8, di circa 200 pagine. . L. 2 50 
Legato elegantemente in tela con placca 
a oro ^ 

Pinocchio, r immortale Pinocchio, ha un cugino: Cecino, 
il quale, da vero monello, ne fa d'ogni sorta: tutto il me- 
raviglioso racconto di Mmnus è un succedersi^ non interrotto 
di avventure una più umoristica dell'altra: è un libro che 
tiene allegri i ragazzi, fa far loro del buon sangue e, quasi 
senza parere, loro instilla i migliori precetti di morale e di 
educazione. Questo elegante volume, ricco di belle illustra- 
zioni, narra con molto brio le comicissime avventure del 
microscopico Cecino, il quale, dopo una lunga sequela di 
avvenimenti ora lieti e ora tristi, torna alla catapecchia di 
Folendina e, come il cugino Pinocchio, diventa un bravo 
giovinetto, tutto cuore, e studio. nini 

Si può dire che, se il Pinocchio è il capolavoro del Col- 
lodi, Cecino è il capolavoro di Momus ; i due libri seguono 
la via del buon successo, 1" uno a fianco all' altro, come due.... 
cugini inseparabili. 



I volumi annunziati sono spediti franchi di porto nel Repo dietro invio 
di cartolina-vagUa agli Editori R. Bemporad & Figlio ■ Firenze. 



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